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One Piece 1057: lo stigma di disimpegno, essere se stessi nel mondo, Chesire

by Cenere
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Imagination is the only weapon in the war with reality.’

– Lewis Carroll

Accostamenti astratti.

Salve genti, a ‘sto giro se la divertimo. Senza mezzi termini, definiamo il capitolo in due emozioni.

Perplessità e coraggio.

Lì dove la perplessità è quella di tutto il pubblico, lì dove il coraggio è quello autoriale. Il che mi fornisce un assist, era da tempo che volevo fare una precisazione, in quanto fruitore dell’opera io provo le vostre stesse emozioni, ma, con il piglio dello scrittore lo faccio in maniera non distaccata ma oggettiva nella stesura dell’articolo. Ovviamente dal mio punto di vista, nessuno ha la verità in tasca.

Perché, piaccia o meno, One Piece è un processo lungo 25 anni, realizzato da un artista ispirato e polimorfo, vero termine di riferimento nel far coesistere accostamenti astratti e ritmi di oggettivismo (quindi non si parla solo di narrativa).

Occhio, qui nessuno è Truman Capote, e non si sta scrivendo A sangue freddo.

Ma, diciamoci la verità. Il 1057 ha risvegliato il romano che è in tutti noi, nell’accezione romantica del delicato fraseggio: a sensè, che cce stai ‘a pià per c**o?!

Chiedo scusa.

Oda sensei ha dichiarato innumerevoli volte che non vuole deludere il suo pubblico. Ipse dixit: ci fidiamo.

Seriamente, il nostro problema (che problema non è) risulta nell’apprendere e non saper metabolizzare le informazioni sul momento, più che giustamente si rimane folgorati da tutto ciò che rappresenta un singolo evento, ma: non sappiamo cosa comporterà, cosa succederà realmente.

Accostamenti astratti, quindi. Lì dove l’elaborazione stilistica diviene contesto. Contesto sondato dagli scandagli delle nostre menti. Perché il pubblico ha reagito in maniera sacrosanta… esattamente come vuole l’autore.

Oda sensei è il Gatto del Chesire.

Eiichirō ti adoriamo, ma sei un pericolo pubblico.

Nella analisi del 1055 (recuperatela, se gradite approfondire) parlavo di un tema estremamente caro a noi creator: la divulgazione della cultura del fumetto, le origini, la sua natura. Il fumetto si è imposto verso il 1895, ma appartiene al DNA dell’essere umano come desiderio (inconscio) di condivisione, comunicazione. Fin dai graffiti rupestri del Paleolitico. È la funzione nel linguaggio dell’amore per la sapienza.

Il Topos (dal greco τόπος, topos, luogo) in questo caso è semplice, immediato, quella dei fumetti è una tecnica popolare; non a caso, questo genere di scrittura prese totalmente piede a partire dal momento in cui la diffusione dell’istruzione raggiunse livelli soddisfacenti. E se nel 1985 si codificarono le convenzioni grafiche, da allora il fumetto ha avuto evoluzione e differenziazione. È stato soggetto a (lievi) limiti di divulgazione: fu difficile per alcune arti grafiche raggiungere il pubblico e trasmettere efficacemente un messaggio comprensibile.

Come sappiamo bene… successivamente ebbe una diffusione esponenziale.

Fino a divenire uno specchio della società. Ricostruiamo: leggere un fumetto non richiede molto tempo, è una lettura di svago, la maggior parte dei fumetti è rivestita da una patina di innocenza. Non lasciamoci ingannare. È destinato ad un larghissimo consumo, quindi rispecchia gli atteggiamenti più diffusi della popolazione. Aspirazioni, illusioni, ma anche pregiudizi. Perché a noi creator è tanto caro il tema? Per ricordarvi che siamo fortunati, i lettori sono liberi.

Anche se in maniera totalmente innocente l’industria del fumetto tratta (anche) precisi valori culturali e storici. Ma, tramite esempi diversissimi. L’America del capitalismo venne descritta inventando il personaggio di Paperone. Verso la fine del periodo fascista le autorità sostituirono improvvisamente i fumetti di importazione con altri fatti in casa, più celebrativi di certo eroismo nazionale.

Storicamente, se una società presenta sintomi di razzismo, diseguaglianza, pregiudizio: il fumetto lo riflette e lo rivela.

Eiichirō Oda tratta la sua opera come spia per indagare sugli atteggiamenti prevalenti degli errori più comuni nella società, se non addirittura iniquità storiche. Leggendo la sua storia, il pubblico ci si riconosce nelle componenti di fondo, libero arbitrio, empatia. E il sensei in questo capitolo tratta due temi particolarissimi, con Yamato (trattasi comunque di scammata, ma di quelle bibliche), ma soprattutto Hiyori.

Senza cedere ad infantilismi, senza inutili velleità intellettualoidi: I manga sono fumetti, gli anime cartoni animati.

Il punto è proprio questo: comunque non sono da considerare mero stigma di disimpegno.

Perché in Giappone sono semplicemente considerati parte della cultura della nazione.

Detto ciò, entriamo nel vivo. Il volume 104 non è coinciso con la chiusura del teatro Kabuki, il compito lo svolge il capitolo 1057, stilizzato dal teatro Rakugo (落語, parole cadute), in posizione Seiza percepiamo le maschere apotropaiche del teatro europeo. Perché il 1057 è fatto di lacrime e sorrisi. Pronti?

Apriamo il sipario sulla chiusura del medesimo

Il maestro della Capitale dei Fiori (in ambientazione Rakugo) inizia a rievocare le gesta dei foderi rossi, l’ambientazione volge repentina all’inseguimento dei Mugi da parte di Momonosuke, Kin’emon e Yamato, persone calme ma soprattutto serie: i Trettré, in pratica. Svelandoci una parentesi improvvisa, inaspettata al tal punto che più di qualcuno ha rimirato la rassegna di santi sul calendario… per fini non prettamente ortodossi e piuttosto blasfemi.

La Lupa e il Mare

L’epilogo di Yamato dà un nuovo significato al termine scammata. Lo rende scialbo sinonimo di quella che dovrebbe essere una nuova terminologia. Quel che ha fatto Oda è così infernale che scammata andrebbe inserito nel vocabolario a questa dicitura: omicidio di un termine abusato dal capitolo 1057 di One Piece.

Scusate, mille scuse. Dovevo sfogarmi.

Oggettivamente. Per quanto One Piece sia realmente una alternativa di estetismo narrativo all’asservimento dello star system commerciale, dei moduli di certa volontà ordinatrice della logica aziendale. Per quanto One Piece sia veramente un’opera unica sospesa tra il brusio cosmico della creatività e il tramestio subacqueo della mente di colui che è il vero Prometeo dello Shonen

Grazie alla scelta di Yamato…

A noi lettori, soprattutto a noi italiani. Arriva questo

“Eh! Voleviii!’

– Eiichirō89

Ormai lo sapete, non riesco a trattenermi: palesemente.

Questo sfogo mi serviva, da fan di One Piece (personalmente) non condivido, non mi piace, ero uno dei più grandi sostenitori di Yamato fra i Mugi. Da sempre. Il mio gusto personale può però andarsi a fare benedire: sono qui per capire e analizzare le scelte dell’autore.

Yamato è oggettivamente un personaggio all’altezza dei propri tempi, sembra descritto dalla sottile, distaccata, ironia di Ernest Hemingway. (pochissimi al suo livello, uno dei più grandi autori mai esistiti)

Siamo pratici, Wano è uno sputo, la si può girare entro breve. Ma soprattutto Wano è in divenire. Non è quella di Ryuma, men che mai quella di Oden, trattasi di un paese in frantumi: con persone bisognose, aree da risanare, un’intera identità culturale da recuperare. Non è la landa selvaggia e poetica pre-Kaido, dove ninja ti assalivano nelle foreste, scugnizzi come Kin’emon e Denjiro ne combinavano di ogni… dove conquistavi i tuoi territori, con l’onore e con l’acciaio.

Questo viaggio di Yamato è palesemente un pretesto, non ha funzionalità nella trama. Serve solo a non far stare Yamato con i Mugi ora, perché lei stessa asserisce che presto prenderà il mare. Quindi, se non sceneggiativa, diamole almeno valenza ideologica.

La guerriera ha mangiato l’Okuchi no Makami, frutto Zoan mitologico che conosciamo. Ci sono almeno 20 santuari shintoisti del lupo solo a Honshu. Nello shintoismo l’ōkami (lupo) aveva due riferimenti particolari:

  • proteggere il raccolto dai predoni, plausibile metafora sul non affamare più Wano
  • lo spirito era associato alla divinità Yama-no-Kami (山の神) divinità adorata dai cacciatori fino ai contadini, entità femminile (quindi probabilmente associata alla fertilità), benevola, lo erano tutti gli animali, ma l’ōkami era associato e preposto alla foresta, di cui era figura guardiana e protettrice: plausibile metafora sulla protezione di Wano da elementi esterni

Il celebre Yamato Takeru fu aiutato da una lupa bianca ad uscire dalla foresta, gli fece da guida, si può tralasciare che fosse il principe stesso a chiamarsi Yamato, perché i clan unificarono l’intera provincia in quella denominazione, l’intero regno ne prese il nome. Invece Takeru esprime il concetto di eccellere, di essere superiore (Momonosuke l’impareggiabile) L’analogia nel rapporto Yamato-Shogun è veramente impressionante.

Se gli Zoan avessero veramente una volontà… potrebbe essere inconsciamente spinta ad assicurarsi che tutto sia sotto controllo, di essere guida prima che guerriera. Momentaneamente. Hemingway scrisse quella perla sempiterna che risponde al nome de Il vecchio e il mare.

Metafora assoluta dell’esistenza.

Se la scelta di Yamato fosse una sinfonia, l’aria sarebbe la determinazione della ricerca del proprio ruolo nel mondo. Che solo grandi opere sanno esprimere

‘Volevo una sinfonia di uomini pieni di potenza, di donne sole, di perdenti dal collo duro, di navi umane che si schiantano nella notte, una sinfonia d’amore, di coraggio, di dignità scolpita nel bronzo’

Sylvester Stallone sulla partitura di Bill Conti in Rocky

Mi ricorda il messaggio del capolavoro di Hemingway

Devi rimanere te stesso nel mondo, a qualunque costo

Forse da scrittore intravedo sempre i lati più evocativi e poetici, questo sì, ciò non toglie che la scelta per Yamato proprio non mi piace, ma voglio vedere la sua evoluzione.

Due fratelli

Inizialmente avevo preso sottogamba questa scena. Poi mi ha conquistato.

Non mi sentivo così da quando Artax (stupido cavallo, e fattela nà risata! Sigh) ci lasciava le penne nelle paludi della tristezza. Come intensità emotiva eh, la scena è diversa. I Trettré (ormai è andata, sapete che parlo di Momo, Kin’emon e Yami) giungono dai Mugi, che intanto praticano con successo le arti del menefreghismo e del cazzeggio. Momo ha smadonnato durante tutto il tragitto, con Kin’emon che pensa al posto fisso e Yamato che dice chiaramente siano due decerebrati.

Momo salta addosso a Luffy, gli rivolge uno sguardo che fonderebbe l’acciaio a 20 passi (praticamente è disegnato per sembrare Kenshiro pieno di incazzame che bestemmia in aramaico), e… scoppia a piangere.

Diamine genti, è un bambino di otto anni.

Questo ci riporta alla cornice di flashback a inizio scena. Non so voi, ma io so che significa avere un fratello minore. Conosco quelle emozioni, quel misto di fierezza e feroce protettività verso qualcuno che ripone in te assoluta fiducia. La scena è comica e struggente al contempo. È il saluto che (personalmente) mi auspicavo.

Puro shonen distillato

  • Sanji sorride
  • Chopper tentenna
  • Robin è lieta
  • Frankie è una fontana, spassoso nel suo cliché della macchina che si commuove più degli umani
  • Nami è in Punk Hazard Mode
  • Brook è sempre funky
  • Zoro è uno specchio, condanna quel che vede di se stesso: un bambino ferito
  • Jinbe 30 pezzi d’argento probabilmente sta pensando: eccellente, fuori un altro

Scherzi a parte. Una scena semplice ma così incisiva, mi è piaciuta. Lacrime e sorrisi, no? Luffy dice quel che ogni fratello maggiore direbbe automaticamente: ‘se hai un problema con lui… hai un problema con ME’.

La bandiera è un passaggio di testimone, un simbolo esattamente come fu quella a Drum per Chopper. I fratelli Kozuki fanno la parte del leone in questo capitolo. In questa scena Momonosuke:

  • smette di piangere
  • fa una promessa

Non osserverò niente, bastano questi due appunti, e una citazione storica:

‘Di solito gli uomini quando sono tristi non fanno niente; si limitano a piangere della propria situazione. Ma quando si arrabbiano, allora si danno da fare per cambiare le cose.’

– Malcolm X

Sorridere alla Tigre

Hiyori.

Negli abissi dell’inconscio vivono le nostre paure, i desideri repressi, la nobiltà di cui siamo capaci.

l’Oriente e differente dall’occidente, ci confrontiamo con un popolo per cui la mente non è mai scissa dal corpo, il cui epicentro non è il cervello bensì l’hara, il ventre. La culla dell’universo.

Non ci giriamo intorno, buona parte degli utenti sono rimasti basiti da questa scena, avete ragione: era di difficile assimilazione.

Perso in un limbo tra Lao-Tze e Sun-Tzu è radicato uno dei comandamenti orientali: il conosci te stesso.

È una speranza illusoria ignorare gli aspetti meno piacevoli di se, della società, della personalità umana in generale… nella speranza di cancellarli.

Non puoi cavalcare la tigre… non senza conoscerla.

Chiariamo, Hiyori non dichiara guerra ai restanti Kurozumi, non incita a nessuna violenza. Hiyori spezza una maledizione. Si rivolge singolarmente a quel rifiuto umano di Orochi, semmai, piangendo condanna apertamente il sempiterno ciclo di odio e violenza che devasta una nazione.

Dietro la maschera da Kitsune, la principessa nascondeva (oltre le lacrime) un viso trasfigurato dall’odio, deformato in una smorfia di tigre.

Se non sai cavalcarla (conoscerla/accettarla) la Tigre ti disarcionerà, ti mangerà. Ciò che non conosci, quindi temi di te stesso, ti consumerà completamente.

Hiyori non reprime, né soffoca, né ignora il proprio lato oscuro… urlando al popolo che Orochi ha fatto la fine che meritava, la fine che presagiva il suo cognome, non la fine che meritano coloro che lo portano. Metalessi genti, cambiare una parola o un verbo fornisce risultati agghiaccianti. Bisogna capire la cultura giapponese, la vendetta è intesa contro un tiranno sanguinario, non contro una famiglia, prevale la giustizia.

Hiyori si affranca dal proprio lato oscuro. Come? Mica darà la caccia ai Kurozumi, ha vendicato: i propri genitori, il fratello, la sua patria, da un abuso lungo trent’anni. Quindi non esercita altrettanta violenza, padrona delle proprie scelte. L’ira non l’acceca. La paura non la domina.

Hiyori può guardare la tigre negli occhi… e sorriderle.

Chesire

Alcune scelte non ci piacciono, ma vediamo come l’autore gestirà i personaggi.

Oda sensei è il Gatto del Chesire.

Che diventa invisibile agli occhi dei lettori. È la metafora perfetta fra l’autore e il pubblico… Svanisce assieme ai lembi del tessuto narrativo, lasciandoci solo un sorriso sornione… facendoci rimanere attoniti come Alice.

Perché non è il momento di attraversare lo specchio.

Non ancora.

To grin like a Cheshire cat

– Lewis Carroll

Cenere

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