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#1181: Tre Tazze di Sake; Trinità; Dellimellow aveva ragione

del pirata Stefano 'Cenere' Potì

Master of puppets
I’m pulling your strings
Twisting your mind
and smashing your dreams

– Metallica, Master of Puppets

Stella non è stato inutile.
Ehm, almeno, non completamente.

I frutti del Diavolo sono una possibilità di evoluzione umana che qualcuno ha desiderato!! “Vorrei fare questo…!!” “Vorrei essere quello…!!” I poteri sono il futuro dell’umanità nelle sue molteplici forme!!! Pertanto, “l’innaturale” esiste con la pena di essere odiato dalla madre della natura, ossia il mare!!!

– Capitolo 1069

Vegapunk lo disse senza cerimonie, in mezzo a una battaglia, come chi enuncia un teorema che aspettava da decenni di essere pronunciato ad alta voce: i Frutti del Diavolo nascono dai desideri degli uomini. Ogni potere che esiste nel mondo è la cristallizzazione di qualcuno che, in un momento imprecisato della storia, ha voluto qualcosa abbastanza da lasciarne un’impronta nella realtà.

Il capitolo 1181 prende quella frase e la ribalta come il Domi Reversi.

Perché Imu, mentre conficca Nemesis nel petto di Loki, spiega la sua cosmologia del potere con la stessa struttura logica: il desiderio genera corruzione, la corruzione genera patti, i patti generano dominio. Sembra la classica tirata da villain, vero?
Non lo è, non stavolta.
Ora conosciamo una teoria alternativa sull’origine delle cose, speculare a quella di Vegapunk nella forma e opposta nel contenuto.
Dove il più grande scienziato del mondo vede nel desiderio la radice della speranza e dell’evoluzione, il sovrano del mondo vede la radice della servitù.

Due uomini. La stessa parola di partenza. Destinazioni agli antipodi.

Queste due filosofie non coesistono per coincidenza. Il 1181 è il momento in cui la domanda che One Piece porta dentro da trent’anni smette di essere implicita: cosa vuole davvero un essere umano quando desidera?

La risposta di Vegapunk è libertà.
La risposta di Imu è controllo.
La risposta di Joyboy, anzi, della storia stessa, che in questo capitolo torna come un’ombra silenziosa, non è ancora stata pronunciata.

神と悪魔 — “Dio e Diavolo”

Nota introduttiva: In attesa delle raw ufficiali, i dialoghi di questo articolo sono ricostruiti dalle tavole disponibili e da traduzioni francesi e inglesi in circolazione. La resa letterale sarebbe affinabile con la versione ufficiale, ma, tranquilli, il senso narrativo l’ho canonicamente verificato.

In giapponese, 神 non significa “dio” nel senso in cui lo intende l’Occidente. Non è il creatore del cosmo, non è l’entità morale che giudica e redime. È il kami: una forza, uno spirito, qualcosa che abita le cose e le attraversa. I kami dello Shinto possiedono due anime simultanee: la nigi-mitama, gentile e nutriente, e l’ara-mitama, assertiva e distruttiva. La stessa entità. Due nature che coesistono senza contraddirsi.

悪魔, akuma, entra nella lingua giapponese attraverso i testi buddhisti del VI e VII secolo come traduzione del sanscrito māra, il tentatore che ostacola l’illuminazione. Non è il Satana cristiano, l’opposto eterno del bene in un duello cosmologico. È più sottile: la forza che distrae, che corrompe il cammino, che piega il desiderio verso la distruzione.

Nota: I furigana sopra 神 confermano la lettura nativa kami, non le varianti sino-giapponesi shin o jin. Oda poteva scegliere il dio delle religioni importate, quello che giudica e redime. Ha scelto la forza animista che abita le cose, che nutre e distrugge con la stessa indifferenza. In un capitolo dove il “dio” in questione fronteggia un principe che porta il nome del bugiardo dell’Olimpo norreno, quella lettura non equivale ad una presa di posizione.

La scelta non è decorativa.

Loki porta il nome del dio norreno dell’inganno, ma combatte con la furia diretta e trasparente di chi non ha mai imparato a nascondersi. Imu porta i segni di una divinità, ma opera con la logica di un māra: non distrugge per istinto, piega per calcolo. Corrompe il desiderio altrui trasformandolo in obbedienza, esattamente come il māra buddhista non uccide il cercatore di illuminazione ma lo convince che non valga la pena cercarla.

Loki, ferito, ansimante, dice ad Imu: “Quindi il ‘dominio’… è questo il tuo potere? A me suona più come un patto col diavolo.”
In una cosmologia dove il kami porta in sé distruzione e nutrimento allo stesso tempo, quella distinzione regge ancora?

Imu risponde a principe con una domanda che è già una risposta: tra un dio e un diavolo, c’è differenza? Per chi esiste da novecento anni sopra ogni cosa, la distinzione appartiene ai mortali.
Come tutte le distinzioni che i mortali tracciano per sentirsi al sicuro.

Il Cuore dell’Arco

«Nel gioco degli scacchi, come nell’amore, non c’è nulla di più terribile della certezza che l’altro farà esattamente ciò che ci aspettiamo da lui.»
— Stefan Zweig, Novella degli scacchi 

C’è un tipo di sorriso che i grandi scacchisti fanno quando l’avversario muove esattamente il pezzo che speravano muovesse.

Il sorriso di Imu è la cosa più inquietante del capitolo 1181. Non perché sopravviva a Thorheim illeso, quello era prevedibile, o almeno catalogabile nella categoria delle cose che ormai non sorprendono più. Ma perché sorride con l’intensità specifica di chi ha appena ricevuto una conferma che aspettava da molto, molto tempo.

Quindi sei tornato.

A chi si rivolge quel pensiero? Non a Luffy che si sta rimpinzando, e che ha bellamente scartato come bersaglio primario (per il momento), non a Loki, al quale, sempre assieme al mugi, mentre combatteva nel corpo di Gunko, disse: ‘sarebbe meglio se voi due spariste dalla storia’. A meno che non ci siano elementi esterni di trama, si riferisce a qualcosa che Loki contiene, qualcosa che Imu riconosce da prima, da molto prima.
Ovviamente Níðhǫggr.

Due nemici naturali, uno dei quali vettore dello stesso potere di Joy Boy, e lui ha occhi solo per il drago.

Harald era uno strumento di Imu.
Un’arma straordinaria, costruita apposta per essere fuori scala rispetto allo stesso standard immortale, quasi geologica nella sua resistenza. Gaban e Shanks gli infliggono danni letali, potenziati dall’Haki del Re Conquistatore, e lui si rigenera. Solo Loki, mangiando il suo Frutto del Diavolo, riuscì a distruggerlo completamente, strappandogli il braccio e con esso il Marchio che lo legava al sistema dei patti. Quella sequenza di eventi, Imu non la vide, il collegamento era tagliato, Oda ci ripropone il flashback per un motivo preciso.

Era Harald ad avere coscienza, Mu fu sconfitto senza capirne il perché.
Non conosce il meccanismo preciso. Sa solo che un’arma che riteneva indistruttibile fu distrutta, e che qualcosa l’aveva resa possibile.

Per un essere che costruisce il proprio potere sulla certezza che ogni patto sia irreversibile, ogni controllo permanente, questa è un’informazione sismicamente destabilizzante. Qualcosa bypassa il sistema.
Qualcosa che il Re del Trono Vuoto, allora, deve capire.

Poi arriva Gunko. E il ragionamento si fa più denso.

In forma di Gunko, Imu non è un turista. È un ricercatore sul campo. La voce che descrive un drago nero che attaccava le navi del Governo — solo quelle, con la selettività di chi ha un obiettivo preciso — è la voce di qualcuno che stava già raccogliendo dati da decenni. Imu conosce Loki, conosce il principe, sa cosa rappresenta politicamente. Ma il principe è irrilevante come persona. Le stesse parole a più bersagli, apertamente: se solo voi due spariste da questo mondo. Loki e Luffy, catalogati, archiviati, da eliminare.
Quando Emeth rilascia l’haki, ad Egghead, non urla ‘Nika’, ma ‘Joy Boy’.
La sua scala di valori ha priorità assolute.

Poi testa il Domi Reversi.
E qui sta il punto che cambia tutto.

Il Domi Reversi è un esperimento. Imu offrirà addirittura il potere a Loki in capitolo, il vichingo lo rifiuta vedendolo come un guinzaglio, e Imu lo lascia fallire con un’indifferenza che non appartiene a chi è stato sconfitto ma a chi ha ottenuto le informazioni che cercava. Perché il fallimento del Domi Reversi su Loki non è un dato negativo ma una conferma. Il frutto resiste al controllo. Il frutto ha una natura che si oppone strutturalmente al sistema di Patti che Imu usa per tenere il mondo in ordine. E poi, con l’attacco finale sulla propria carne — Loki che scaglia Imu contro l’Albero Adam, Thorheim che va a segno, i detriti — Imu ottiene l’ultimo dato che mancava.

Con Gunko stava ancora raccogliendo informazioni. Ora ha la risposta.

La risposta completa è nelle trame del Drago Celeste, ma disicuro Níðhǫggr è qualcosa di specifico, di antico. Qualcosa che Imu conosce non da questa guerra, non da questo campo di battaglia, ma da prima. Da molto prima. Il murale di Elbaph lo mostra, il drago era presente in quella cosmogonia, in quel momento del Secolo Vuoto che Imu ha vissuto in prima persona e che il mondo ha dimenticato perché si è assicurato che lo dimenticasse.

Il flashback su Joyboy acquisisce un peso specifico enorme. Per ora basti dire che quello che si intravede — un’amicizia, un cappello di paglia, un tradimento che non viene ancora mostrato ma che si sente nell’urlo Non è così, Joyboy?! come si sente una ferita vecchissima che non si è mai rimarginata — cambia la temperatura emotiva di tutto quello che viene prima e tutto quello che viene dopo.

Imu conosce Níðhǫggr non come nemico astratto. Come entità specifica, con una funzione specifica, che in quella guerra aveva già dimostrato di poter fare ciò che nessun altro poteva fare: attraversare il sistema, bypassare il suo controllo, operare su un piano dove i Patti non arrivano. Sul piano umano, Loki è il Re di Elbaph, e chi si assicurerà i giganti nelle proprie file vincerà il conflitto finale, sono parole di Gunko.

Ecco perché il sorriso.
Sei tornato è la frase di chi riconosce. Di chi aspettava. Di chi ha ottenuto un tassello mancante.

Probabilmente lo stesso motivo per cui cerca Níðhǫggr e non Nika. Il Dio del Sole (Imu lo sa per memoria storica) non si alleerà mai con lui. Luffy è l’unico a risvegliare la divinità dopo ottocento anni, il predecessore fu Joy Boy, e il risentimento (o invidia, magari affetto, chi lo sa? Il più grande indizio sarà il primo dialogo tra Luffy e Imu) portato verso quella figura non è politico ma strettamente personale. È la rabbia di qualcuno che si aspettava qualcosa di diverso e non l’ha ottenuto, e ha trasformato quella delusione in ottocento anni di governo assoluto.

Nika è irrecuperabile.
È strutturalmente incompatibile con qualsiasi sistema di controllo, per definizione, per natura, per il modo stesso in cui esiste nel mondo.
Per un vettore, Luffy, che è tale e quale a Joy Boy, questo lo dico con una certa sicurezza, perché attendere otto secoli per il risveglio significa aver cercato una specifica figura, e, se si rivelasse diversa dall’Allegro Ragazzo ci sarebbe un unica conclusione: Joy tradì o deluse Nika stesso.

Ma procediamo con gli attuali indizi.

Il drago è diverso. Il suo vettore ha acredine con una causa. Ha un padre morto, ha secoli di prigionia, ha un nome che in norreno antico significa colui che colpisce con odio— e l’odio, a differenza della libertà, ha una direzione. Si può orientare. Si può usare.
Loki è irrilevante. Il contenitore è irrilevante.

Il sorriso che vediamo nei detriti di Elbaph è lo stesso che i grandi scacchisti fanno quando l’avversario muove esattamente il pezzo che speravano muovesse.
Un sorriso che ha poco a che fare con la partita in corso, e molto con le sedici mosse successive che già vedono nella loro mente.

Il Villain Più Coerente di One Piece

«Noi daremo loro la felicità dei bambini, dei deboli quali essi sono. […] Sì, li costringeremo a lavorare, ma nelle ore libere organizzeremo la loro vita come un gioco infantile. […] Ed essi saranno felici, milioni di creature.»

— Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov

Il millenario stato geopolitico di One Piece nell’ottica di un unica amicizia (o legame).

Il libro di Halley divide la storia del mondo in tre ere, e nella seconda il Dio della Foresta fa una cosa precisa: manda i demoni tra gli uomini. L’interpretazione canonica più accreditata associa quei demoni ai Frutti del Diavolo, ovvero agli stessi poteri che Vegapunk definirà millenni dopo come cristallizzazione dei desideri umani. Qualcuno, in quell’era remota, ha preso il desiderio delle persone e lo ha trasformato in potere tangibile. Lo ha messo nel mondo come un dono o come uno strumento, non è ancora chiaro, e questo è il punto.

Il mondo non è diviso in bene/male, ma in interpretazioni del desiderio.
Quindi, anzitutto teniamo presente che la ‘verità’ del Drago Celeste è soggettiva, non si tratta di una direzione univoca per tutti i sogni, né per i fruttati. Stella parlava dei desideri che si materializzano, Mu si riferisce al suo sistema di potere, e ne abbiamo conferma:

Parliamo di coercizione delle intenzioni, infatti, come potete vedere non ci sono possessori di frutti, e se prendiamo in analisi il libero arbitrio puro e semplice: A – Dory e Brogy non avrebbero imboccato la strada del buio nemmeno sotto minaccia di esecuzione; B – Harald poi (ok, stupidamente) era perfettamente convinto di salvare, non distruggere.

L’equazione che ne viene fuori è micidiale, la visione di Vegapunk sui desideri presupponeva innocenza e bellezza, le parole di Imu la ammantano di malizia e schiavitù.
Il sogno diventa una chimera.

Prometeo donò il fuoco agli uomini sfidando Zeus. Il gesto era lo stesso che lo avrebbe condannato: incatenato a una roccia per l’eternità, con un’aquila che gli divorava il fegato ogni giorno. Eroe o prigioniero, dipendeva dall’angolazione, esattamente come Imu adesso per noi. Il 1181 mette in primo piano la domanda la cui risposta ci farebbe collegare ogni singolo punto di una storia durata millenni, lo fa parlandoci per enigmi, il che è esattamente quello che fa Oda quando lavora sul serio.

Perché se Imu è il Dio della Terra, il sovrano che ha consolidato il potere per ottocento anni sul principio che il dominio sia l’unica forma autentica di felicità, e se nella Seconda Era fu proprio quella figura a permettere che i frutti entrassero nel mondo, allora la cosmologia di One Piece si complica in modo irreversibile.
Non c’è un dispensatore di libertà contro un custode dell’oppressione.
Ragionamento basilare, da una parte, i frutti conferiscono agli uomini il potere per reagire.
Dall’altra, qualcuno ha dato agli uomini gli strumenti per desiderare il potere, e poi ha costruito un sistema per incanalare quei desideri verso la propria struttura di controllo.
È Prometeo che regala il fuoco e poi vende coperte ignifughe.

Loki si chiama ‘il Principe Maledetto’ e porta dentro di sé Nidhoggr, il serpente che nell’escatologia norrena rosicchia le radici di Yggdrasil fino alla fine dei tempi. È un diavolo per nome, per natura, per funzione narrativa. Imu si autodefinisce dio attraverso ogni ingranaggio del Governo Mondiale, attraverso la spada che chiama Nemesis, attraverso la convinzione che la dominazione sia ordine cosmico e non violenza politica.

Il capitolo inverte le aspettative con la stessa precisione metodica con cui il sensei aveva già invertito Nika: chi ti aspetti grottesco e oscuro evoca fiamme nere e giustizia punitiva; chi ti aspetti ribelle e maledetto combatte per qualcosa che assomiglia, nelle proporzioni smisurate di un gigante che affronta un dio, alla libertà.

La domanda che il titolo sottintende non è chi dei due sia il diavolo.
Ossia, un universo dove i desideri degli uomini diventano potere e il potere genera sempre corruzione, ha ancora un senso di giustizia?
Imu stesso, in questa stessa battaglia, lo dice con due parole che tagliano il dibattito alla radice. C’è differenza?

Go Nagai e Devilman: un caso quasi perfetto.
Ryo Asuka è lì dalla prima pagina. È il migliore amico di Akira, colui che lo trascina nel mondo dei demoni, che lo convince a fondersi con Amon. È premuroso, freddo, razionale, quasi inquietante nella sua lucidità. Il lettore lo accompagna per centinaia di pagine come deuteragonista, alleato, forse l’unico vero amico di Akira in un mondo che crolla. Poi arriva la rivelazione: Ryo Asuka è Satana.
Un essere che ha orchestrato tutto — la guerra tra umani e demoni, la caduta di Akira, l’apocalisse stessa — e che alla fine, tra le macerie di un mondo distrutto, piange sul corpo dell’unico essere che abbia mai amato, e che ha condannato.

Ovvero: l’autore pianta elementi che sembrano innocui, e la rivelazione finale li raccoglie tutti, rileggendo l’intera storia.
Ecco la vera domanda.
Chi è davvero il diavolo nella lettura di Oda?

Thomas Hobbes scrisse il Leviatano nel 1651 partendo da una premessa che brucia ancora: gli uomini, lasciati a se stessi, si distruggono. La libertà assoluta è la guerra di tutti contro tutti, e in quella guerra la vita è solitaria, povera, brutale e breve. La soluzione è il contratto sociale: cedere la propria volontà a un’autorità sovrana in cambio di ordine, protezione, sopravvivenza. Hobbes la chiamava razionalità.
La chiamava, in sostanza, felicità possibile.

Imu ha vissuto quella premessa per ottocento anni.

Il monologo che pronuncia mentre conficca Nemesis nel petto di Loki ha la struttura di una dimostrazione geometrica. Desiderio, corruzione, patto, dominio: quattro stazioni di una catena causale che Imu presenta come legge naturale. Le persone desiderano la forza per costituzione; quel desiderio le espone alla corruzione; la corruzione le porta a stringere patti; i patti, sommati, generano dominio.

Trinità, la chiama. Come se stesse descrivendo la forza di gravità.

Sotto quella sequenza vive la domanda che porto avanti da tempo: come puoi desiderare la libertà, se non sai di essere prigioniero?
Il Governo Mondiale ha costruito gabbie invisibili, un sistema in cui il desiderio stesso di potere riconduce inevitabilmente all’obbedienza. Chi vuole salire, firma. Chi firma, appartiene. Chi appartiene, difende la struttura che lo contiene perché quella struttura è diventata la condizione della sua sopravvivenza.

Loki risponde con l’unica cosa che il sistema di Imu non ha calcolato: il rifiuto. Viscerale, pre-razionale, privo di argomenti perché non ne ha bisogno. Non lo voglio. Tre parole che smontano quattro stazioni di filosofia politica semplicemente perché sa di essere prigioniero, che lo fu suo padre, che lo è tutta Elbaph.

Si sta costruendo il conflitto finale su questa frattura.
Luffy è quel tipo di persona per cui la domanda non si pone, perché alcune persone non entrano mai nella catena causale che Imu ha descritto. Per vocazione alla libertà che precede qualsiasi argomento.

È la logica del guardiano perfetto, quella che Dostoevskij mette in bocca al Grande Inquisitore. La libertà è un peso insopportabile. Noi ve ne solleviamo.
Chi non sa di essere prigioniero, non cerca la chiave.

La Pietà del Sake

«Nessun nemico è così terribile come quello che un tempo è stato un amico.»

— Sofocle

Nel capitolo 1179, seminando quello che oggi raccogliamo, erano rimasti alcuni nomi sul muro della stanza più segreta del mondo: Lily, Imu, Joyboy. Oggi aggiungo Davy Jones. Un’ipotesi aperta, volutamente sospesa— se vi manca il contesto lo trovate nel paragrafo Il fuoco e i Ricordi, recuperatelo qui se non l’avete letto, perché quello che segue germoglia da lì — e dietro la semina una domanda: cosa rimane quando uno dei tuoi amici calpesta un patto?

Il Re del Trono vuoto, nel mezzo di uno scontro titanico contro un drago chilometrico carico di Haki del Re, ma in netto vantaggio, a un certo punto urla. Urla un nome. E quel nome non è quello di nessuno che si trovi su quel campo di battaglia. È il nome di qualcuno che non esiste più da ottocento anni.

Si dice che le vecchie ferite si facciano sentire per tutta la vita.

Pensando a quelle di Imu, quale ne sia la ragione, penso a tutto quello che ci è cresciuto sopra in ottocento anni di silenzio, di potere esercitato come argine, di storia riscritta come cicatrice. Non è la frase di chi sta correggendo qualcuno.
Ma di chi si aspettava che quella persona capisse, e non ha ancora smesso di aspettarselo, anche se quella persona non è più qui da otto secoli.

È l’accusa di chi non ha ancora trovato il modo di smettere di avere ragione contro qualcuno che non può più rispondergli.

Trovo sia il momento più umano che l’eminenza grigia abbia mostrato finora.

In One Piece le tre tazze di sake non hanno bisogno di spiegazioni. Ace, Sabo e Luffy le alzarono in una foresta, da bambini, davanti a un fuoco, e chiunque le guardasse capiva senza didascalie cosa stessero costruendo: un patto che precedeva qualsiasi logica di sangue, un’amicizia che avrebbe retto anche quando il mondo avesse provato a smontarla pezzo per pezzo. Il simbolo funziona perché è spoglio fino alla brutalità, e perché chiunque di noi, istintivamente, sa che le cose semplici sono quelle che pesano di più, quando si spezzano.

Se l’amicizia è un rito più antico delle parole, questa storia lo usa con la consapevolezza di chi sa esattamente cosa sta evocando.

Intendiamoci, se amicizia (o legame, o rivalità…) vi furono, non è questione matematica, potrebbe riguardare solo Imu e Joy.

In un certo senso, è quasi irrilevante. Per quel che sappiamo, l’affetto tra i due potrebbe essere ancora vivo e forza motrice, magari citare le sue parole per darsi la carica, come un sogno condiviso. Il canone non ha ancora risposto a questa domanda, e vale la pena starci dietro invece di forzarla verso una soluzione prematura.
I candidati esistono, e ignorarli sarebbe disonesto verso il testo.

Nefertari D. Lily è il nome che il manga ha già messo sul tavolo — la regina di Alabasta che ottocento anni fa si trovò davanti a una scelta impossibile, che scelse di non unirsi ai Venti Re fondatori del Governo Mondiale, che sparì dalla storia con una lettera e un segreto che i suoi discendenti portano ancora nel nome. La D. che Bibi non sapeva di avere. Il quadro che Imu non ha bruciato, non ha distrutto, tiene appeso nel luogo più segreto del mondo e guarda da ottocento anni. Lily come terzo nome non è speculazione selvaggia — è la continuazione logica di un filo teso… la cui estremità è nel buio.

Ma c’è un altro nome che le rivelazioni recenti hanno depositato sul tavolo con un peso che non si può ignorare: Davy Jones. Le connessioni che emergono dal canone più recente — e anche qui, il filo è ancora parzialmente nascosto, Oda non ha ancora tirato — suggeriscono una presenza nell’architettura del Secolo Vuoto che potrebbe essere più centrale di quanto sembri. Un terzo che conosce entrambi. Un terzo che ha visto il patto e forse ha assistito alla sua rottura.
Jones, che fu re, che costruì intorno a sé il sistema di reclutamento pirata più feroce che il mondo avesse mai visto, e che portava nel nome la stessa iniziale che il canone ha sempre riservato a chi cambia la storia.

La crepa nel sistema.

Rocks D. Xebec, trentotto anni fa nell’incidente di God Valley, mentre Imu lo stava trasformando, trovò il fiato per fare una domanda sola. Chiese a Imu chi temesse di più: Joyboy o Davy D. Jones. Il secondo viene definito dal canone come il re del mondo, o almeno così lo definiva Xebec, e Imu negò con una veemenza che è essa stessa una forma di riconoscimento.

C’è una cosa che i villain più costruiti della narrativa seriale hanno in comune, e che li distingue dai cattivi decorativi, da quelli che esistono solo per essere sconfitti: hanno qualcosa che non riescono a smettere di volere, anche quando ogni razionalità suggerirebbe di averci fatto i conti.
Itachi voleva che Sasuke vivesse.
Eren voleva che il suo popolo fosse libero.
Il desiderio non li rendeva buoni ma umani, nel senso più preciso e più costoso del termine, quello che include la capacità di fare cose imperdonabili per ragioni che si capiscono anche quando non si possono giustificare.

Dentro il villain più potente che One Piece abbia mai prodotto, dentro la creatura che ha piegato la storia del mondo come un origami — c’è ancora qualcuno che urla un nome con ottocento anni di risentimento nella voce.

Credete forse che Oda ci mostri tutta la bellezza così facilmente?

La Pietà di Michelangelo è una madre con un figlio morto in grembo.
Poi scopri i ventitré anni dello scultore, la furia silenziosa di chi deve dimostrare qualcosa, il nome inciso di nascosto perché qualcuno aveva attribuito l’opera a un altro.
Il marmo non cambia. Cambia tutto il resto.

Prima della chiusa, vi linko come sempre il video del Re, tra il serio e il faceto (Gabri docet), comprime il respiro di un’idea che lo sfiorava in tempi non sospetti, gustatevelo:

Dellimellow

Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.

Il 1181 è una gemma tra le Aringhe Rosse.
Costruito appositamente per farti slanciare verso una teoria del tutto, sviandoti abilmente dalle sfumature dei comportamenti, quelle che, come abbiamo visto, sono il vero cuore del capitolo. È bastato accostare due figure senza farne minimamente capire il grado di relazione, e il risultato è stato un’esplosione di ricostruzioni di più di un millennio di trama, con titoli identici e le stesse promesse, che ha fatto lavorare molto gli algoritmi di YouTube.

Non che ci sia nulla di sbagliato. È nella natura di un divulgatore formulare ipotesi. È nella natura del lettore perdersi dentro di esse con il piacere specifico di chi esplora un labirinto sapendo che non ne uscirà presto.

Eppure, rimirare un dipinto produce emozioni genuine, immediate, personali.
Lo guarderemmo nella stessa maniera conoscendo il reale significato di ciò che l’artista voleva trasmetterci? La risposta è no.
Dellimellow — che sostiene da anni, con la nonchalance di chi ha già vinto il dibattito, che Oda è morto nel senso barthesiano del termine, ossia, il testo appartiene al lettore e le intenzioni dell’autore sono irrilevanti quanto le sue preferenze sul sushi — direbbe di no. E… diamine, ha ragione.

Godiamoci il manga, genti. Oda ha già fatto la sua parte.

Il resto tocca a noi.

Master, Master,
where’s the dreams
that I’ve been after?’

– Metallica, Master of Puppets

Stefano ‘Cenere‘ Potì

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