Letto da 95 persone
(Oppure: di come Sanji Vinsmoke scopre che l’amore per il prossimo, senza quello per sé, è autosabotaggio con la galanteria ottocentesca per alibi, e che la catarsi passa da una parrucca bionda e da un mento che sfida le leggi della trigonometria piana).
Dalla padella alla brace degli incubi peggiori, Oda non smette di stupire e spinge i suoi personaggi verso un’evoluzione psicologica coraggiosa e spiazzante. Nel capitolo 1196 il mangaka mette nero su bianco il Percorso dell’Eroe di Sanji: l’approdo al Regno di Kamabakka e i due anni con Emporio Ivankov tornano a galla e diventano il fulcro emotivo dello scontro con il Cavaliere degli Dei Killingham.
Ma la mossa è sensata, o rischia di snaturare la drammaticità di un arco cruciale? Tra i fan più critici le perplessità abbondano. Una gag visiva così marcata (la testa di Ivankov su un corpo di Kirin in tutù) nel mezzo di uno scontro ad alta tensione con un ufficiale del Governo Mondiale sembra smorzare la gravità della situazione.
I miei due centesimi?
Trovo francamente stupefacente (e un filo patetico, magari, a seconda del tasso alcolemico di certi segugi dell’ultima ora alle quattro di mattina, intenti a ricaricare MangaPlus con il refresh compulsivo del tossicodipendente da spoiler coreana) che Eiichiro Oda, uomo di cinquantun anni che passa ancora diciotto ore al giorno curvo su tavoli da disegno inumiditi dal sudore di assistenti profumatamente pagati, prenda un concetto complesso come la risoluzione del trauma infantile, e ce lo spiaccichi in faccia sotto forma di un ufficiale del Governo Mondiale che si trasforma in un incrocio tra un unicorno mitologico ed Emporio Ivankov reduce da una sbronza di sakè scaduto.
Voglio dire.
Killingham (un nome che suona come quello di un consulente finanziario di Edimburgo specializzato in bancarotte fraudolente, con la grazia cinetica di un frigorifero americano lanciato da un viadotto) a un certo punto passa in rassegna le opzioni. Un missile balistico intercontinentale? Troppo semplice. Decapitare il cuoco della Thousand Sunny con l’Haki del Conquistatore avanzato? Volgare. Meglio materializzare l’inconscio collettivo del Regno di Kamabakka. Che genio.
Riflettendoci con la lucidità necessaria, la mossa fornisce l’anello mancante del Monster Trio: il Mentore.
Da un lato c’è la quadratura del cerchio. Sanji guarda quell’Iva in tutù rosa confetto e vede la propria propensione suicida: la devozione cattolica e patologica al martirio femminile che lo porta a farsi pestare a sangue pur di non sfiorare unghie smaltate, e che scambia il rispetto per una lobotomia volontaria. Se i due anni passati a correre vestito da geisha isterica tra le fanciulle giganti del Regno erano una terapia d’urto somministrata a calci nei denti e torte in faccia, la gag smette di essere fine a se stessa. Smette anche di essere la caduta di stile omofoba da fumetto d’intrattenimento anni Novanta (Dio ce ne scampi) che molti hanno sospettato, e il sospetto merita più di una parentesi: la gag nasce da quel repertorio, e il capitolo la riqualifica dopo anni senza cancellarne l’origine. Ignoro se Oda la pensasse così fin dall’inizio. La rilettura è mia, e il capitolo la rende possibile senza dimostrare il progetto.
Dall’altro lato – e qui sorge il sospetto atroce che Oda si diverta semplicemente a trollare il proprio fandom con la cinica spensieratezza di un gatto che gioca con un topo, per poi lascarne i resti sul tappeto buono del TUO salotto – c’è il problema della dignità del testo.
Vogliamo davvero discutere del fatto che un pilastro della ciurma, uno che ha passato interi archi a sanguinare dal naso come una fontana barocca di Roma in agosto davanti a una sirena, risolva i suoi conflitti esistenziali più profondi ascoltando un tizio con la testa grande e consistente come una zucca di Halloween intagliata male da un bambino di otto anni, e sotto sedativi?
Sì. Ha perfettamente senso.
Il confine tra genio postmoderno e cafonaggine visiva si assottiglia fino a sparire: il sensei prende il dolore, lo mastica, lo condisce con una slapstick che farebbe arrossire Hanna-Barbera su Italia 1 alle due di notte del 1994, e sa benissimo che noi, con le rate del mutuo e una crescente difficoltà a provare empatia, ci commuoviamo quando il cuoco biondo capisce che, in fondo, deve volersi bene.
Il self-love. Cazzo. Detto così sembra il titolo di un saggio motivazionale scritto da un life coach di Los Angeles che si è fatto rimuovere le costole per praticare lo yoga tantrico in autonomia.
Eppure funziona.
Funziona perché in quel ribaltamento c’è la verità geometrica di One Piece: il male del mondo (come il proprio odio atavico per le ginocchia che scricchiolano e per la solitudine) si sconfigge solo dopo aver accettato di essere vulnerabili. Feriti, spaventati forse, con addosso un grembiule da cucina macchiato di sugo Barilla direttamente da Kamabakka, certamente.
Ma pronti a guardare negli occhi un essere che non conosce la morte e a dirgli in faccia che sta per passare un brutto quarto d’ora.
死を望む愛に価値はない”
(Shi o nozomu ai ni kachi wa nai)
«Un amore che desidera la morte non ha valore».
‘Being free is a tragedy
When you don’t know yourself
Being free is a tragedy
When you don’t know who you are’– Powerman 5000, Free
Oggi la virata è drastica.
Se nei precedenti capitoli l’asse narrativo si muoveva lungo le coordinate della fisica ontologica — l’universo in fuga, l’assioma sospeso, la materia e il flusso —, qui l’architettura testuale compie un’inversione drastica per piombare nella zona caustica della morale. Non più teoremi sul cosmo, ma il processo sommario a un sentimento.
Prima il lessico, poi la lettura: 死 (shi) è la morte; を (o) è la particella dell’oggetto diretto; 望む (nozomu) è desiderare, anche volgere lo sguardo verso qualcosa; 愛 (ai) è l’amore; に価値はない (ni kachi wa nai) dice che il valore non c’è, e 価値 (kachi) significa semplicemente valore. Lettura, e qui parlo io: la morte diventa oggetto di un desiderio attivo, un anelito obliquo, una pulsione che sceglie la fine come compimento. Applicato all’amore, produce una dedizione che fa della propria cancellazione l’unico scopo. «Peso specifico» e «prezzo di una vita» sono immagini mie, e il testo di Oda non le impone. Il verdetto, invece, è netto: un sentimento che si nutre del desiderio di spegnersi non ha pregio, e il sensei non concede spazio né all’indulgenza né alla retorica del martirio nobile.
Qui subentra l’ombra del flashback. Il detonatore narrativo affonda le radici nella ferita più nascosta di Sanji: il biennio a Kamabakka. Lo scontro con Killingham si gioca sul trauma rimosso, e quando l’avversario evoca la deformazione di Ivankov la tavola si carica di tensione psicologica. Sanji combatte contro la tentazione viscerale, radicata in quegli anni di fuga ed esilio, di considerare la propria vita sacrificabile come soluzione automatica a ogni crisi. L’abitudine di immolarsi per i compagni, da Nami in poi, mostra il suo lato torbido: sublime altruismo, certo, e insieme un difetto di stima, l’equazione per cui il cuoco vale qualcosa nel momento esatto in cui azzera la propria esistenza.
Killingham ne è la diagnosi clinica: il male di vivere che inchioda Sanji a un ruolo in cui proteggere l’altro diventa il pretesto per sopprimere sé stesso.
Il pregio di questo capitolo sta nella fine dell’alibi.
La vignetta in cui torna a stringere la sigaretta tra le labbra segna il ritorno della padronanza su di sé. La voce che risponde a Killingham è quella di chi ha compreso che nessun affetto può reggersi sulla bancarotta del proprio io.
Il titolo, a posteriori, smette di essere una sentenza esterna per diventare il grido di guerra interiore di Sanji: per tornare a valere, l’amore deve prima imparare a pretendere la vita.
La scossa
«Thad guardò il paraurti posteriore. L’auto ha una targa del Mississippi e, sotto di essa, un adesivo che dice: ARISTOCRATICO FIGLIO DI P*****A»
Stephen King, La metà oscura
Un manga shonen consuma i propri simboli con la voracità del consumo seriale, un tritacarne che riduce decenni di character building a figurine intercambiabili da box da collezione.
Eppure, ogni tanto, il buon Eiichiro opera un ribaltamento che sfugge anche alla lettura epidermica dei creator da bignami. Il capitolo 1196 segna lo snodo balistico di uno scontro dentro una saga ormai lunga come un poema omerico, e funziona anche da trattato di psicoanalisi applicata alla geopolitica del dolore.
Seguo questa tesi da luglio, e sulla frase «perdonami se sono nato debole» scrissi un’altrettanto specifica teoria:

Cosa blocca il risveglio dell’Haoshoku in Sanji?, 7 luglio 2026
Una linea interpretativa che porto avanti con coerenza da tempo, sviscerando le catene invisibili di Judge e individuando nel condizionamento dei Vinsmoke la chiave di volta dell’evoluzione del personaggio.
Ecco la tesi, una volta sola e per intero. Sanji si sacrifica da sempre, e da sempre il sacrificio gli sembra la prova del proprio valore. A Kamabakka qualcuno gli ha detto che amare gli altri senza amare sé stessi vuol dire truccare il conto. In questo capitolo il biennio, riletto come terapia, ritorna come arma: Killingham ne evoca l’incubo, Sanji ne ricava il permesso di volersi bene, e la sua rabbia trova finalmente il bersaglio giusto, il mondo che si crede superiore.
Un avviso per chi conosce la critica pop: questa catarsi si legge male come evento isolato, come comoda coincidenza o come power-up spuntato dal nulla per esigenze di sceneggiatura. Condivide con Zoro la stessa architettura formale, la classica prospettiva di Oda fondata sul Mentore e sulla rielaborazione del Flashback, e ne rovescia la sostanza. Come lo rovescia lo vedremo tra poco.
Come è scritto il capitolo: sceneggiatura
Ricostruisco cinque movimenti da come il capitolo si legge, senza la pretesa di aver contato le tavole.
- L’incubo entra come gag: la testa di Ivankov sul corpo di Kirin in tutù piomba nel mezzo del combattimento e il lettore ride, come ha riso per anni davanti a Kamabakka.
- Il flashback riporta Sanji (e noi) nel biennio, e il registro cambia senza preavviso.
- Arriva il monito di Ivankov, e la risata si rivela un anestetico.
- La sigaretta torna tra le labbra: la padronanza di sé è rientrata in scena.
- Sanji risponde a Killingham, e il cerchio si chiude.
Alle perplessità dei fan critici (la gag smorza la tensione) rispondo con questa sequenza. La tensione resta, e cambia indirizzo. La gag abbassa la guardia al lettore esattamente come l’abbassò a Sanji in quei due anni, e la verità passa a guardia abbassata. Con un flashback solenne avremmo riconosciuto subito il Momento Importante e alzato i muri, Sanji compreso. È una lettura mia: ignoro se Oda abbia pensato la costruzione così o l’abbia trovata a istinto, e il capitolo regge in entrambi i casi.
Il potere di Killingham, la materializzazione dell’inconscio, a guardarlo distratti mentre si scorre la timeline su X sembra l’ennesima bizzarria di un autore con un rapporto problematico con la sobrietà visiva. Letto nella sequenza ha una funzione precisa: porta l’interno all’esterno, dove lo si può guardare in faccia.
Due mentori, due flashback
Pensiamo a Roronoa Zoro, pochi capitoli fa. Davanti a un avversario che gli chiede il controllo assoluto dell’Haki del Conquistatore, la sua mente va a caccia di istruzioni. Rievoca la voce di Dracule Mihawk, le parole pronunciate durante l’addestramento a Kuraigana:
«L’Intimidazione non è un comando che imponi al mondo con la forza della volontà, Zoro. È la conseguenza naturale del tuo rifiuto assoluto di piegarti. Impara a non chiedere il permesso di esistere.»
Per Zoro il flashback funziona come un’istruzione per l’uso cinesiologico-funzionale. L’allievo, bloccato nel suo Nodo Gordiano, ascolta il Mentore e sblocca l’Haki d’Attacco per istinto di sopravvivenza e supremazia: la forza bruta trova il suo canale di scolo.
Sarebbe comodo liquidarlo dicendo che Zoro ha la linearità mentale di un binario in ghisa, ma Thriller Bark lo smentisce. Il suo «non è successo niente» ha la stessa radice dell’autoannullamento di Sanji, in versione spadaccino. Il flashback di Zoro gli consegna una tecnica. Quello di Sanji gli consegna un permesso. Stessa architettura, sostanza opposta, e la parentela tra i due rende il confronto più interessante.
Con Sanji il meccanismo gira al contrario, quasi perverso nella sottigliezza. Davanti alla proiezione di Killingham l’inconscio del cuoco evita Judge: niente padre biologico, niente sagoma cromata dei fratelli. Sarebbe stato fin troppo facile, cinematografico nel senso peggiore del termine, la classica vendetta edipica contro l’oppressore genetico. Evoca Emporio Ivankov.
Perché proprio Ivankov
Per capirlo serve un’archeologia testuale che metta in dialogo il presente del capitolo con la genealogia di Sanji, e conviene rinunciare ad aspettare soltanto il dettaglio sul Regno Antico o il raddoppio delle taglie (tentazione che conosco bene).
Il fandom ha sempre letto il biennio di Kamabakka come una parentesi farsesca, una punizione inflitta da Kuma per umiliare il cuoco donnaiolo. Col senno di poi, e con la freddezza di un chirurgo plastico che opera senza anestesia, il sensei ribalta la prospettiva: la macchietta comica diventa una cura d’urto psicologica.
Zeff, Sora e Reiju gli hanno voluto bene in maniera totalmente pura, Zeff gli ha poi ridato se stesso ricordandogli il sacrificio della madre. Ivankov è stato quello che gli ha detto in faccia come funzionava il suo conto in rosso. Ha guardato la vulnerabilità emotiva di Sanji e ha lasciato perdere la presunta debolezza fisica: lo ha visto sminuirsi, dare la precedenza al numero di ferite accumulate pur vincendo gli scontri, mettere a rischio la propria anche senza necessità, mascherando il disprezzo per sé da cavalleria romantica e da martirio d’accatto. Ha pronunciato quella che, nell’economia mentale di Sanji, deve essere suonata come una bestemmia ideologica:
«Non puoi amare nessuno, ragazzaccio, se prima non impari ad amare te stesso.»
Due anni fa, per un ragazzo che aveva costruito la propria utilità sul presupposto di essere uno scarto biologico buono solo a sacrificarsi, quella frase era un’eresia, la negazione del suo unico codice di sopravvivenza. Oggi, nel mezzo dell’inferno e davanti a un mostro che usa le sue nevrosi per stritolarlo, torna a galla con la violenza di una benedizione eolica.
Sanji capisce il cortocircuito: la mancanza di amor proprio tradisce l’amore stesso. Truffa le donne che giura di proteggere, rinnega Sora e Zeff, svende la salvezza di chiunque abbia bisogno di lui. Se il tuo corpo è una moneta da buttare nel pozzo al primo problema, l’amore che offri è una cambiale disperata scritta con il sangue di chi non crede di valere nulla.
Ahi.
Dietro il cliché comico della “perdita della mascolinità”, che il cuoco combatteva con la grazia isterica di un dandy ferito nell’orgoglio, gli Okama erano uno specchio: quello di un’accoglienza incondizionata che un ragazzo cresciuto nella violenza selettiva e utilitaristica del Germa 66 non sapeva come metabolizzare. L’incubo di Killingham passa oltre il sangue e i laboratori di Judge, perché il trauma più profondo del pirata ha smesso di abitare nel rifiuto biologico e vive nel fallimento dell’amore ricevuto.
Sanji è spezzato tra il rifiuto sacrosanto e bilioso di essere accomunato a Judge e il bisogno disperato di essere gentile, e dunque di meritare affetto, che gli ha trasmesso Sora. La figura femminile per lui è sacra: due donne lo hanno salvato, la madre e la sorella Reiju. L’immagine di Ivankov incarna il cortocircuito tra la cura forzata e il rifiuto viscerale di concedersi la grazia di essere custodito. Il gender è irrilevante: il Rivoluzionario gli fa una radiografia dell’anima senza mezzi termini, a differenza di due fresconi come Luffy e Zoro, che davanti a un referto del genere non avrebbero voglia di leggerlo.
E questa: si chiama buona scrittura.
Altro che rigenerazione tissutale, altro che scienza del Germa 66, altro che esoscheletro e tuta da raid: la vera corazza del cuoco è la scoperta, semplice da far spavento, di avere il diritto di volersi bene.
Eroico e sbagliato (?)
Nel canone dei battle shonen il sacrificio per un bene superiore è l’apice morale, il timbro notarile dell’eroismo. Sanji, dal Baratie alla disperazione calcolata di Thriller Bark, lo incarna con una purezza quasi suicida: offre la testa per Zeff, per Luffy, per Nami, e tratta il proprio corpo come valuta estinguibile alla prima emergenza invece che come tempio da preservare. Oda, per bocca di Ivankov, demolisce il tropo con una lucidità che meriterebbe più attenzione critica fuori dal fumetto d’intrattenimento.
Il monito, nella forma in cui lo leggo nel capitolo: «Un amore che desidera la morte è privo di valore, perché l’amore stesso è una forma di difesa.» La seconda clausola è la parte che mi convince meno, e la leggo così, dichiarandolo: l’amore è anche un’armatura, e un’armatura indossata per scomparire protegge da tutto tranne che dall’abitudine di scomparire.
Autolesionista? Diamine, sì. Eroico? Anche.
Le due cose convivono perché riguardano parti diverse del gesto. Il coraggio è reale: Sanji si mette davvero davanti ai colpi. Il conto che lo sostiene è falso: Judge lo ha ridotto ad una persona che ha paura di mettersi in gioco completamente, e per ristabilire il proprio valore il cuoco ha deciso, senza accorgersene, che la sua utilità residua stia tutta nell’annullarsi per gli altri. Il gesto resta degno di un Re. La contabilità no.
Parte del trauma rimase, eccome se rimase. Se nessuno ti ama per quello che sei, impari ad amarti solo attraverso la tua estinzione utile. Ivankov, in quel flashback, smaschera il meccanismo con spietata empatia: sacrificarsi senza amarsi è un suicidio a rate. Il comandamento di Sanji dice che la vita è sacra, e lui lo applica a chiunque tranne che a sé, fino a preferire di lasciarci le penne piuttosto che sopravvivere a una persona buona.
La risposta
Riportato al presente dal dolore e dalla pressione meccanica del combattimento, il pirata rielabora gli insegnamenti del Rivoluzionario come un atto d’accusa contro sé stesso e contro chi pretende di calpestarlo. Nelle vignette stringe i denti, ammette di aver toccato il fondo e spezza i residui del complesso di inferiorità ereditato.

Il testo del fumetto smantella ogni retorica passiva:
«In un’epoca simile, ci sono persone che vivono vite ben peggiori della mia!! Non mi crogiolerò nella compassione di me stesso!!»
Qui devo fermarmi, perché la battuta ammette due letture e quella sbagliata è vicina. Letta male, ripete lo schema di sempre: il mio dolore vale meno di quello degli altri, quindi taccio. Io la leggo diversamente, e lo dico in prima persona perché il testo non mi dà una prova definitiva. Sanji non conclude che il suo dolore valga poco: rifiuta di farne un posto in cui abitare e sposta lo sguardo su chi vive peggio e sulla causa. Il segnale sta subito dopo. L’incubo di Ivankov svanisce perché la sua mente rifiuta l’autocommiserazione e fa spazio a un risentimento politico e morale di ben altra portata. Se fosse il vecchio schema, quel risentimento resterebbe interno. Invece, ne esce.
Quando aziona l’accendino e accende la sigaretta, lo sguardo si indurisce. Calma da monaco zen: qualcuno si è incazzato un tantino a morte, per usare un velato eufemismo. La vignetta con la sigaretta tra le labbra segna il ritorno della padronanza di sé, e la voce che risponde a Killingham è quella di chi ha capito che nessun affetto può reggersi sulla bancarotta del proprio io.

Sanji non sconfigge il trauma erigendo uno scudo intellettuale. Politicizza la propria rabbia e la incanala verso il vero bersaglio: l’arroganza sistematica di chi governa il mondo dall’alto di un privilegio immotivato e parassitario. Il self-love, qui, è il fiero rifiuto di farsi calpestare da chi si crede divinità terrena. Ne esce una delle caratterizzazioni più mature, arrabbiate e politicamente taglienti della storia recente dello shonen, e lo scrivo a mio modesto parere, con la serenità di chi sa di poter essere smentito alla prima tavola.
Forse, a pensarci bene, era lo scossone di cui avevamo bisogno.
Il filo con l’Haoshoku
Qui il capitolo smette di essere un episodio e si salda a quanto scrivo da luglio. Da questo punto in poi parlo di ipotesi mie, e lo dichiaro: nel capitolo l’Haoshoku non compare.
Zoro si è inginocchiato a Mihawk e, dopo Kuma, ha detto «non è successo niente». Ha piegato la propria volontà, e quella piegatura ha tenuto incatenata la sua ambizione. L’Haoshoku si sveglia di fronte a King, che gli impedisce di proteggere Luffy, a cui al Baratie aveva promesso di non perdere mai più. In quel momento Zoro capisce che la promessa a Kuina non entra in conflitto con quella fatta a sé stesso e al capitano, e lascia uscire il Re che aveva sempre represso. Le promesse che definiscono la sua esistenza, a quel punto, spingono tutte nella stessa direzione.
Sanji arriva allo stesso punto da un’altra strada. Chi subisce crudeltà mentale tende a ritenersi indegno, e per lui la corona ha il volto di Judge: dominio, persone da usare e schiacciare. Finché la corona significa questo, il Re resta chiuso a chiave. Oggi Sanji capisce che essere vulnerabili non significa essere deboli, e sua madre e Zeff gli avevano già dimostrato il contrario. Se la sua corona è l’altruismo, e il desiderio malsano di usare gli altri resta il marchio di Judge, allora l’Haoshoku potrebbe svegliarsi proprio perché lui è un Re che sa cos’è il dolore e non vuole che altri lo provino.
Lo ritengo un tratto metafisico: la regalità come rifiuto di far soffrire.
Come sempre, prima di chiudere, vi lascio il video del Re. Oggi Gabri studia le parole di Ivankov e Sanji, le soppesa, e il risultato lo trovate qui:
Ogni Cosa al suo Posto
Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.
(Nota a margine, scritta con la consapevolezza di chi sa che nicotina, caffè bollente e sedute terapeutiche in un appartamento di Lecce non risarciranno mai un ragazzo biondo cresciuto in una teca di vetro da un padre genetista sociopatico. In fondo siamo tutti qui a contare i calci che ci separano dalle nostre vulnerabilità domestiche).
Perché alla fine, se vogliamo smettere di fingere che questa sia la cronaca di un pugno ben assestato in faccia a un tizio con la testa da unicorno e i tacchi a spillo, bisogna fare l’appello dei sospettati.
Killingham? Estetica da incubo febbricitante, guardaroba confiscato a una sfilata di alta moda post-nucleare, e basta una sigaretta per spedirlo fuori scena. I fratelli? Quel terzetto di cloni lucidi e senz’anima che ridono mentre ti pestano nel cortile del Germa 66, incapaci di produrre una lacrima che non sia lubrificante industriale: manovalanza. Judge? Il monumento vivente alla bancarotta morale dell’involuzione applicata, l’uomo che ha guardato il figlio neonato e ha deciso che il massimo della scienza fosse trasformarlo in un’arma o in uno scarto da pattumiera biologica: colpevole, ma assente, perché l’inconscio di Sanji non gli concede nemmeno l’onore di comparire nell’incubo (sublime).
Resta un nome solo: quell’orribile e viscido convincimento interiore per cui essere vulnerabili significa essere deboli. Il vero nemico che Sanji guarda in faccia in questo capitolo, la zavorra che abbandona, ha sempre abitato con lui.
E allora vederlo lì, mentre si accende la paglia con quel clic-fshh che sa tanto di condanna a morte per l’ennesimo bullo con titoli nobiliari, fa quasi male. Ti costringe a guardarti dentro e, magari, a farti due domande.
Oda lo sa.
Lo sa e ce lo sbatte in faccia con la crudeltà festosa di un mangaka milionario che ha capito buona parte della natura umana. Immolarsi per un principio astratto o per una galanteria da quattro soldi non salva nessuno. Ci si salva quando si capisce che l’unica, vera, disperata forma di rivoluzione rimasta in questo mondo infame e bellissimo è rifiutarsi di farsi calpestare da chi si crede superiore in qualche forma o misura.
E smettere finalmente di fare i carnefici di noi stessi, diamine, sarebbe terribilmente utile.
Godiamoci il viaggio, genti.
‘Wishing and hoping and thinking it’s you
That’s got this all under control
Never a minute has passed you all by
When they haven’t invaded your soul‘– Powerman 5000, Free
