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‘You can’t be something you’re not
Be yourself, by yourself
Stay away from me
A lesson learned in life
Known from the dawn of time’– Pantera, Walk
Il momento esatto in cui il tropo dello shōnen supera la propria natura di mero intrattenimento, e si trasforma in pura letteratura per immagini?
Esiste.
Succede quando il miglioramento di un personaggio non piove dall’alto per pura necessità di trama, ma fiorisce attraverso una logica interna ferrea: il ricordo che riaffiora nell’istante del bisogno, la teoria che si fa carne nel calore della battaglia. Roronoa Zoro è la quintessenza di questa narrazione. A differenza di Luffy, guidato passo dopo passo da Rayleigh, Zoro ha imparato a dominare l’intimidazione dell’Haoshoku Haki (覇王色覇気 — l’Ambizione del Re Conquistatore) per istinto.
Succede in ogni suo singolo scontro, con la stessa ferocia con cui Ichigo strappa il Bankai in Bleach, i Cavalieri attingono al settimo senso o Gatsu si scaglia contro gli Apostoli che pretendono di rilegarlo all’imperfetto dell’essere.
Perché non l’ha fatto prima? La risposta è disarmantemente coerente con la sua natura: semplicemente se ne infischiava e ignorava di possederlo. Lo ha sempre dichiarato, senza pose né superbia.
Lo scontro con Sommers ne è la prova schiacciante.
Di fronte a un avversario che si rigenera dalle ferite e lo deride credendolo incapace di gestire consapevolmente quel potere, Zoro non perde la calma: trasforma il nemico nel suo personale dojo.
Lo Yoga dell’assassino, lo avrebbe chiamato Sepúlveda.
Smembra il Cavaliere a più riprese, schivando senza sforzo le sue tecniche Iba Launcher e Diva Anger Sword Gram, risparmiandone intenzionalmente il cuore per saggiare la fisica dei propri fendenti. Poi, il punto di svolta: il flashback dell’addestramento a Kuraigana con Dracule Mihawk. “L’Haki del Conquistatore non si acquisisce con l’allenamento, è l’estensione di se stessi a cui i deboli non possono resistere”.
Punto. Set. Partita.
Quando Il mentore riaffiora nel ricordo di Zoro non è lì per dispensare consigli biomeccanici su come ruotare il radio rispetto all’ulna o su come reclutare le fibre dei dorsali durante un fendente. No. Mihawk si presenta nel capitolo per consegnargli una tesi che ha il sapore dell’imperativo: l’Ambizione del Re non è una variabile quantitativa che si misura in serie da dodici, calorie bruciate o ore trascorse a sollevare pesi dalle forme assurde. È, al contrario, la spietata, quasi patologica estensione della propria identità proiettata verso l’esterno; è la pretesa, fondamentalmente egocentrica e monolitica, che la propria Volontà debba occupare uno spazio fisico tale da piegare il tessuto della realtà circostante, fino al punto banale eppure visivamente sconvolgente in cui l’aria stessa si arrende e… inizi a far saltare in aria le paratie di una nave.
Tipo Shanks sulla Moby Dick di Newgate, per intenderci.
O magari, essere soltanto umano, e riuscire a terrorizzare come una bambinetta proprio ciò che l’eternità aveva reso incapace di temere: un essere immortale che non aveva mai conosciuto la sconfitta.
No, state sicuri che Mihawk non ha speso il timeskip a far leggere Heidegger a Zoro — un’ipotesi che chiunque abbia visto la capacità d’attenzione di ‘Marimo’ considererebbe puramente comica —, quanto piuttosto la descrizione di uno stato d’essere in cui il confine tra “chi sei” e “e il Re che vuoi essere” cessa del tutto di esistere.
第1194話 “万物は変わりゆく、
“Ogni cosa continua a mutare,”
“Tutto è in perenne divenire,”
Se il Capitolo 1193 chiudeva il cerchio nel registro minimo del laboratorio — 練習中, la nota a margine di un artigiano che sta ancora impastando la propria tecnica — il Capitolo 1194 rovescia bruscamente la scala. Dal domestico al cosmico, dal test al teorema.
Un appunto di bottega?
Quando mai: è una sentenza. E soprattutto, è una sentenza mozzata.
万物 (banbutsu) non è “ogni cosa” nel senso spicciolo: è lessico che porta con sé l’eco del buddhismo e del taoismo, “la miriade degli esseri”, il tutto dell’universo fenomenico. Oda lo affianca a 変わりゆく — non il semplice 変わる (kawaru, “cambiare”), ma la forma composta con 行く (yuku), l’ausiliare che imprime un vettore, una direzione, un moto che si allontana da chi guarda. Non è il cambiamento-evento, puntuale e conchiuso; è il cambiamento-deriva, colto nell’atto stesso di scivolare via. Il ritmo verbale di 練習中 (l’azione “in corso”, 中) trova qui il suo erede filosofico: entrambi i titoli fotografano un processo aperto, non un risultato. Ma dove il primo era la miniatura di un gesto tecnico, il secondo è la miniatura dell’impermanenza stessa.
E poi, la virgola. Oda tronca la frase. Non è un vezzo grafico: è la messa in scena tipografica dell’incompiutezza che il capitolo stesso mette in scena narrativamente. Perché quella riga — recuperiamo ora il contesto, il flashback dell’addestramento con Mihawk — prosegue: “Ma c’è una cosa che può rimanere immutata.” Il titolo ci consegna solo la metà instabile dell’assioma, trattenendo la clausola di stabilità come una carta coperta. Il lettore è costretto nella stessa sospensione in cui si trova Zoro: sa che tutto muta, ma non sa ancora — nel momento in cui legge il titolo — che cosa, in lui, non muta.
La tavola lavora ancora per sottrazione, ma questa volta la sottrazione è quella dell’avversario, non del protagonista. Sommers, dopo lo spavento iniziale, si riprende e deride Zoro: lo chiama stupido, inutile, incapace di controllare il proprio Haki dei Re. È un ribaltamento crudele rispetto al 悪い, まだ練習中だ del capitolo precedente — lì l’understatement era un’arma di Zoro, qui diventa il bersaglio del disprezzo altrui. Zoro continua a colpire, a fare a pezzi il corpo di Sommers, che si rigenera ogni volta: la sequenza si costruisce come un loop, una ripetizione ostinata e quasi meccanica — il “praticare” del titolo precedente reso visivamente come un ciclo che non produce ancora la sintesi, solo l’attrito necessario a produrla. Sommers, che si rigenera identico a se stesso, è l’incarnazione grafica di ciò che non muta nel senso sbagliato — la stasi ottusa dell’immortalità meccanica — contrapposta a Zoro, che nella ripetizione sta invece mutando.
Il fulcro del capitolo è la voce di Mihawk, richiamata due volte nel ricordo — un maestro che parla da fuori campo, da un tempo che non è più presente ma che struttura il presente. La prima battuta è la sentenza incompleta del titolo. La seconda arriva nel momento culminante, mentre Zoro si lega la bandana — gesto rituale che riconosciamo prima come perenne lutto per Kuina al braccio, e poi preludio di un salto di potenza:
“L’Haki dei Re è il potere di percepire la propria forza!!! Ed è così potente che i deboli non potranno restare in piedi davanti a te!!!”
È una definizione sorprendente, perché sposta il Re Conquistatore dal registro della dominazione a quello della percezione di sé — non un potere che si esercita sull’altro, ma un potere che si scopre in se stessi, e che di conseguenza piega l’altro. La violenza è l’effetto collaterale della conoscenza, non il suo scopo. In questo, la frase di Mihawk chiude il cerchio aperto dal titolo: la “cosa che rimane immutata” non è la forza in sé, ma il rapporto tra il sé e la propria forza — l’unico ancoraggio stabile in un universo di 万物 che scivolano via.
Il capitolo si chiude con Zoro che padroneggia l’Haoshoku attraverso le tre spade, tra fulmini neri e fiamme — la stessa iconografia del Ryūō contro King. Ma qui la citazione visiva non è ripetizione: è la prova che quella potenza, richiamata alla memoria di un maestro assente, è ormai diventata sua.
È l’unica cosa, appunto, che non muta.
I Tre Mostri e i Gadget
«I’m tired of being what you want me to be… Put under the pressure of walking in your shoes… Caught in the undertow, just a repetition. I want to be more like me and be less like you.»
Linkin Park, Numb
Prima di deliziarci con le gesta su come lo spadaccino abbia superato l’ennesimo limite umano, facciamo una panoramica sulle dinamiche del Monster Trio.
La tentazione più immediata, di fronte a un salto di potenza come quello mostrato da Zoro, è leggerlo come una tappa di un percorso condiviso: se il Trio Mostruoso è una categoria narrativa coerente — Luffy, Zoro, Sanji accomunati da un ritmo di crescita sincronizzato fin dagli albori della serie, un po’ come tre fratelli che devono per forza ricevere lo stesso regalo di Natale altrimenti si scatena una guerra civile in salotto — allora un avanzamento di uno dei tre dovrebbe, per simmetria strutturale, annunciare un avanzamento equivalente per gli altri due, magari già in coda, magari solo rimandato per ragioni di spazio narrativo (o, sospetto meno nobile ma non del tutto implausibile, per ragioni di storyboard: c’è solo tanto spazio in una tavola).
È un’aspettativa comprensibile, quasi automatica per chi segue l’opera da anni abituato al meccanismo del power-up corale — lo stesso riflesso pavloviano per cui, se il protagonista di uno shōnen sblocca una nuova trasformazione, ci si aspetta che il comprimario ne riceva una entro il capitolo successivo, pena proteste su Reddit. Ma è un’aspettativa che il canone, osservato senza indulgenze, smonta pezzo per pezzo, e lo fa proprio a partire da Sanji, il terzo vertice del triangolo, il cui blocco nei confronti dell’Ambizione del Re non è mai stato un problema di natura, come si potrebbe superficialmente credere, bensì un problema di riconoscimento interiore radicalmente diverso da quello risolto da Zoro contro Sommers.
Perché la questione non è quanto Sanji sia forte, ma perché una facoltà che il canone gli attribuisce per lignaggio, essendo lui erede di una stirpe regale decaduta nel North Blue (un dettaglio araldico che il fandom ha sventolato per anni con l’entusiasmo di chi ha trovato un sassolino nella scarpa altrui), resti sigillata proprio nel momento in cui servirebbe di più. L’Haki dei Re, lo si è visto, è per definizione un’estensione dell’identità cosciente: qualcosa che non si acquisisce, che semmai si riconosce, come Mihawk insegna a Zoro proprio nel momento in cui smette di trattarlo al pari dei babbuini dell’isola.
Beh… il blocco di Sanji obbedisce a una logica gemella, ma rovesciata di segno: non manca il potenziale, manca la fiducia del sé necessaria a rivendicarlo. Perché esercitare una volontà dominante presuppone un io intero, non frantumato in anticipo da una sentenza già emessa su di lui molto prima che potesse difendersi — il verdetto pronunciato dal proprio padre, che lo dichiarò un fallimento del progetto genetico Vinsmoke, indegno perfino di portare il sangue di famiglia. Non esattamente il tipo di nota a margine che si dimentica crescendo, diciamo. È un giudizio che Sanji non ha mai smesso di portarsi addosso, e che agisce esattamente dove l’Ambizione dovrebbe attecchire: nel punto in cui un individuo deve potersi dire, senza esitazione, degno di occupare spazio nel mondo.
E lo spiraglio narrativo è già scritto nel canone: quando Oda fa riconoscere da Gaban l’indole del Re in Sanji, ne mostra al contempo il freno. Un’esplosione a orologeria che, dopo quasi trent’anni di narrazione, non può rimanere inespressa.
Qui il paradosso si fa evidente, e va isolato con la stessa precisione con cui le Kuja, prime a definire l’Haki dei Re nell’opera, ne fissarono il perimetro: “l’indole del Re, la capacità di sovrastare gli altri”. Capacità, non costrizione — è la distinzione che il caso di Sanji rende impossibile da ignorare, e che meriterebbe forse di essere incorniciata e appesa nello studio di ogni psicoterapeuta di supereroi immaginari. L’unica zona della sua identità rimasta incontaminata dal verdetto paterno è proprio l’altruismo, la spinta a proteggere, a nutrire, a mettersi in mezzo per gli altri senza mai chiedere nulla in cambio — il che, sia detto per inciso, lo rende probabilmente l’unico personaggio dell’intera serie la cui gentilezza andrebbe letta come sintomo clinico prima ancora che come virtù. Ma è precisamente questa inclinazione, la più sana che possieda, a venire interpretata inconsciamente, senza che Sanji stesso ne sia consapevole, il che è esattamente il tipo di ironia che un romanzo si guadagnerebbe con fatica e che un manga shōnen ottiene gratis ogni tre archi narrativi: l’antitesi della regalità.
Perché nella sua mente il trono coincide con il dominio, il dominio coincide con Judge, e Judge coincide con tutto ciò che ha giurato di non diventare mai. Sovrastare gli altri, per lui, non è un’ambizione da coltivare: è il crimine stesso di suo padre, replicato all’infinito su ogni figlio ridotto a esperimento. Rivendicare l’Haki dei Re significherebbe, nella grammatica interna che il trauma gli ha imposto, diventare ciò che ha sempre combattuto — un cortocircuito logico degno di un manuale di autosabotaggio, se solo qualcuno avesse mai pensato di scriverne uno specifico per principi decaduti con problemi di sopracciglia.
Ed è qui che il parallelo con Zoro, lungi dall’essere una scorciatoia interpretativa, offre invece la chiave più precisa per immaginare come si romperà, un giorno, questo sigillo. Perché se l’Ambizione di Zoro si è manifestata quando ha smesso di cercarla come tecnica e l’ha semplicemente riconosciuta come parte di sé, allora anche per Sanji la strada non potrà passare per l’affermazione cosciente di un desiderio di dominio, che la sua psiche rifiuta per costruzione, con la stessa ostinazione con cui rifiuta di colpire una donna anche quando questa gli sta letteralmente cercando di staccare la testa.
Dovrà passare, semmai, per il rovesciamento del proprio pregiudizio più radicato: la scoperta che sovrastare non equivale necessariamente a schiacciare, che l’Ambizione può manifestarsi — come già accaduto a Luffy in ogni singola occasione in cui l’ha esercitata — non come volontà di dominio ma come estensione naturale dell’istinto di protezione portato alle estreme conseguenze. Non un potere che tradisce ciò che Sanji è sempre stato, ma un potere che, se solo riuscisse a vederlo (e qui è meglio non trattenere il fiato, perché Oda ha una pazienza quasi liturgica in queste faccende), sarebbe già coerente con tutto quello che ha sempre fatto: proteggere senza mai colpire con le mani, intervenire senza mai chiedere nulla, restare in piedi per gli altri quando ogni logica suggerirebbe di crollare.
Il Trio Mostruoso, in questo senso, non cresce affatto su binari incompatibili, come una lettura superficiale della differenza fra Zoro e Sanji potrebbe suggerire.
Cresce, piuttosto, attorno a una stessa legge applicata a tre ferite diverse: il potere massimo, in questo mondo, coincide sempre con il momento in cui un personaggio smette di combattere contro la propria immagine di sé e la accetta per intero. Zoro ha dovuto smettere di cercare l’Ambizione come tecnica per riconoscerla come identità. Sanji dovrà smettere di rifiutare l’Ambizione come marchio del padre per riconoscerla come naturale prosecuzione della propria bontà — un’operazione psicologicamente più costosa di qualunque fendente, e infatti Oda gliela sta facendo pagare a rate, con gli interessi, da almeno un migliaio di capitoli. Se arriverà il giorno in cui questo accadrà, l’Haki dei Re di Sanji non somiglierà a un’esplosione di dominio mutuata da Judge. Somiglierà, semmai e proprio per questo, in modo quasi speculare a quello di Zoro: un potere che non nasce per sovrastare qualcuno, ma per proteggere qualcuno, e che solo per conseguenza, mai per scopo, finisce per piegare chiunque gli si pari davanti.
Infatti, Judge è l’antitesi della nobiltà di un vero Re.
Il che, ammettiamolo, sarebbe anche una lezione di vita niente male, incastonata dentro un manga che vende gadget a forma di cappello di paglia.
En Passant
«Se tu cerchi di colpire il bersaglio con la forza della volontà, non farai altro che allontanarlo. L’arciere deve dimenticare se stesso, dimenticare l’arco e dimenticare la meta. Solo quando lo sforzo scompare, la freccia trova la sua strada da sola.»
— Lo zen e il tiro con l’arco, Eugen Herrigel (1948)
Zoro sbaglia tre volte, e lo dice lui stesso, a voce alta, come se la confessione fosse più urgente della correzione.
È un dettaglio che Oda non lascia cadere per pudore narrativo: lo ripete, lo scandisce, quasi lo mette in rima. Ma cosa, esattamente, sta sbagliando? Non il bersaglio — il cuore di Sommers viene centrato, sfiorato, mancato per un soffio con una precisione che ha già, in sé, tutta la letalità necessaria. Non la potenza — le sue lame tranciano ossa e rigenerazione con un’efficacia che nessun avversario del girone di Elbaph ha finora incassato senza vacillare.
Sbaglia, semmai, l’intenzione dietro il gesto.
Ogni volta che Zoro pensa “adesso lo controllo”, l’Ambizione del Re gli scivola tra le dita come sabbia stretta troppo forte. È il paradosso che la teoria dell’inibizione, nella sua prima formulazione, aveva già intercettato senza saperlo mettere a fuoco fino in fondo: non è mai stata una questione di reprimere una forza troppo grande per il proprio corpo. È una questione più sottile, quasi crudele nella sua semplicità — perché la stessa volontà di possedere il Re, di rivendicarlo come proprio traguardo cosciente, è già un atto che nega la natura del Re. Non puoi volere di essere sovrano. Puoi solo esserlo, o non esserlo, senza il verbo intermedio del desiderio.
Qui il capitolo compie il suo scarto più elegante, ed è uno scarto che un braco sceneggiatore chiama ‘La Svolta’: il lettore si aspetta che la soluzione arrivi per accumulo, che il progresso tecnico — quei tre “ho sbagliato” impilati come tentativi da laboratorio — produca infine, per sfinimento, la scintilla. E invece no: la scintilla arriva quando Zoro smette del tutto di tentare, quando il proprio corpo si consegna al gesto rituale della bandana, e la voce che affiora non è la propria, ma quella di Mihawk, richiamata da Kuraigana. È un capovolgimento che, letto contro la teoria della kneeling — l’inginocchiarsi come catena dell’ambizione, l’istinto regale imbrigliato dal rispetto per un maestro — smentisce la lettura più immediata e ne rivela una più fine.
Zoro non si è mai inginocchiato a Mihawk per soffocare il proprio Re interiore.
Si è inginocchiato perché, semplicemente, non gli importava di essere Re.
Come Luffy si inginocchiò per far curare Nami dalla febbre, a Drum.
E quell’indifferenza non era il sintomo di una repressione. Era già, strutturalmente, la condizione perché l’Ambizione potesse un giorno manifestarsi senza attrito: perché non c’era nessun trono da difendere, nessuna corona da meritare agli occhi altrui. È il varco. Non lo precede, non lo prepara: coincide con esso.
A Zoro non può fregare di meno di un trono, o di avere una sua ciurma, o della gloria.
Zoro vuole andarsene in giro con Luffy come quando si incontrano a Wano e parte il buddy movie, Zoro vuole che tutto il mondo urli il suo nome… affinché le voci arrivino fino a Kuina: e mantenere la promessa.
Questo spiega, meglio di qualunque climax muscolare, perché non abbia bisogno del biennio di Rayleigh che ha forgiato Luffy.
Luffy deve imparare a essere Re perché il mezzo ma non il fine per il sogno. Zoro non vuole niente del genere. Il duello contro Sommers non è una prova da superare per diventare qualcosa: è un esercizio — e qui il titolo del capitolo precedente, 練習中 (renshūchū), smette di essere solo un’etichetta ironica e diventa la chiave diagnostica dell’intero arco. Lo spadaccino si allena a governare un potere che già possiede per natura, non a conquistarne uno che gli manca. La differenza non è semantica, è sotto la pelle dell’identità. E proprio per questo l’Ambizione, quando finalmente lo attraversa senza più sfuggirgli, non arriva come un premio guadagnato — arriva come un riconoscimento tardivo di qualcosa che era sempre stato lì, semplicemente ignorato con la stessa disattenzione con cui si ignora il battito del proprio cuore finché qualcuno non lo fa notare.
È la stessa meraviglia stizzita di Luffy di fronte alla cecità del compagno:
‘com’è possibile non esserne conscio, ne grondi a secchiate!’
Ed è qui che la frase di Mihawk, spezzata a metà dal taglio di vignetta — quella costante immutabile che il maestro promette di rivelare mentre tutto intorno, impermanenza compresa, sta collassando — trova la sua saldatura più precisa con quanto Oda ha già mostrato senza dirlo. Perché se davvero esiste, in un mondo in cui 万物 (banbutsu, “la totalità degli esseri fenomenici”) muta senza sosta, un’unica cosa che resiste all’erosione del tempo, quella cosa non può essere la tecnica — la tecnica, lo abbiamo visto, fallisce, si sbaglia, si rigenera come il braccio di Sommers, sempre identico a se stesso e dunque sempre inutile.
E non può nemmeno essere l’ambizione dichiarata, il progetto cosciente di potere, perché quello per definizione richiede un soggetto che lo persegue, e dunque un soggetto che può fallire, arrendersi, sbagliare mira. L’unica costante possibile è l’assenza stessa di rivendicazione: la capacità di restare, semplicemente, ciò che si è — senza il bisogno patetico di doverlo dimostrare a un giudice esterno, fosse anche il proprio riflesso. Zoro non insegue il titolo di spadaccino più forte del mondo per il titolo in sé: lo insegue perché Luffy esiste, perché la spada esiste, perché la promessa a Kuina esiste. Il Re, in lui, non è un obiettivo. È un potenziamento della fedeltà a qualcos’altro.
Ed è la cosa più tenera che quel figlio di buona donna potesse fare, ossia, da bambino avere un sogno: ma realizzarlo per Kuina.
Da qualche parte, tra la capacità di tagliare solo ciò che si desidera.
Tra la belva che terrorizzò Monet senza capire che era un Conquistatore a intimidire.
Tra Kaido esterrefatto davanti ad un Re che non si riconosce tale…
Ci sono lame che si rivestono per intero, l’aria che cede, la nave che per un soffio non viene spazzata via — e Zoro che non ha finalmente vinto qualcosa.
Esiste solo la prova che aveva smesso, molto prima di questo capitolo, di dover vincere alcunché.
E qui, en passant, si dovrebbe forse fermarsi un attimo — solo un attimo, prometto, poi si chiude davvero il paragrafo — su quella specie di ingiustizia contabile di chi pensa ‘ce ne ha messo a capire, eh?‘, ossia: due anni, Rayleigh, un’isola intera dedicata quasi esclusivamente a insegnare a Luffy come non farsi seppellire dalla propria stessa Ambizione, contro — cosa, esattamente? Una frase. Una sola, incompleta per giunta (la memoria è generosa più con l’eco che con l’interezza), pronunciata da un uomo che passa il tempo libero a bere vino su un’isola di corvi mentre aspetta, con la pazienza vagamente sadica di chi sa già come andrà a finire, che un adolescente lo raggiunga in forza.
Non è pigrizia autoriale, sia chiaro — o almeno non solo quello, anche se il sospetto, va detto, è legittimo e chiunque neghi di averlo avuto anche solo per un decimo di secondo sta mentendo a se stesso prima ancora che al lettore.
È che il tempo, qui, non è la variabile che produce il risultato: è semmai la variabile che il risultato rende, retroattivamente, superflua. Luffy ha bisogno di due anni perché deve imparare a voler essere ciò che è già per diritto di nascita narrativa (un sogno che unirà Tre Ere); Zoro ha bisogno di due minuti — anzi, a essere precisi nemmeno quello, ha bisogno solo del tempo necessario a legarsi una bandana intorno alla fronte, gesto che richiede, empiricamente, meno sforzo cognitivo del decidere cosa mangiare a colazione — perché non deve disimparare niente.
Non c’è ambizione da disciplinare, quindi non c’è addestramento da somministrare: c’è solo, semmai, un promemoria. Di una promessa. Ed è qui che il fumetto shōnen, con la sua proverbiale allergia alla sottigliezza, ci frega ancora una volta, elegantemente, alle spalle: perché la lezione più lunga che Mihawk abbia mai impartito a Zoro non sta nei due anni di Kuraigana, pieni di cicatrici e ossa rotte e — immaginiamo — lezioni molto più simili a un pestaggio ritualizzato che a un seminario di filosofia orientale.
Sta in una singola riga, buttata lì con la nonchalance di chi sa che l’unica cosa che davvero non si può insegnare è, appunto, l’indifferenza al bisogno di essere insegnata.
Come al solito, prima della chiusa, vi lascio il video del Re.
Gabri va dritto al punto, nel cuore della mitologia giapponese che rivela il significato della semantica emotiva. La stessa con cui il sensei dissemina doppie (se non triple) sfumature dietro le tecniche usate da Zoro, e il contorno stesso della prerogativa del comando.
Ecco a voi Vecchi Cuori:
Il Richiamo… della Corona
Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e a riflettere.
Portate le katane di Zoro nel grande nord di Jack London: vi dirà che due minuti sono persino troppi per spiegare la differenza tra un pedigree e un morso. L’Haki dei Re non si insegna come si insegna un comando a un cane da slitta.
Strappata l’Ambizione dalle geometrie dell’addestramento, lo spadaccino restituisce al combattimento la sua legge più spietata: il dominio non si impara, ti appartiene. Sommers potrà pure schermarsi dietro la fisica del proprio potere e deridere l’apparente imperfezione del gesto. Ma di fronte alla ferina immediatezza di chi è re per pura natura, persino un immortale deve scoprire la paura di un suddito insolente.
Godiamoci il viaggio, genti.
‘What did you say?
Are you talking to me?’– Pantera, Walk
