‘Could you please
Help me understand why
You’ve given in to all these
Reckless dark desires, you’re‘– A Perfect Circle, The Outsider
Esistono rivelazioni che rispondono a una domanda e ne aprono altre dieci.
Il capitolo 1179 è esattamente questo: la fine di otto anni di ombra e l’inizio di qualcosa che ancora non ha nome.
Per secoli, possessioni, tentacoli neri che si contorcevano in disegni segreti, cerchi magici incisi nella storia del mondo… e al centro di tutto, Imu, il punto cieco della saga umana, il perno invisibile attorno al quale l’intera realtà girava in silenzio, nascondendo il proprio asse a Pangea. I Cinque Astri lo servono con deferenza assoluta. I Cavalieri di Dio ne eseguono la volontà. Il Governo Mondiale intero è una struttura costruita sopra la sua esistenza, un edificio le cui fondamenta affondano nelle pagine antiche del Libro della Genesi letto da Ivankov.
Oggi, Imu scende.
Non agisce più per interposta persona come ha fatto per tutta la durata della saga. Scende lui, attenzione, sapendo già quello che costerà.
I Cinque Astri glielo ricordano con preoccupazione sincera e stranamente affettiva: nel mondo inferiore il suo corpo patisce, le sue capacità forse si limitano, la sua invulnerabilità si assottiglia. Ecco la chiave della permanenza forzata.
Quel sangue che sputa all’arrivo ad Aurust è un conto presentato e accettato in anticipo. Il che solleva una domanda che stordisce più di qualsiasi rivelazione estetica: quanto deve essere reale la minaccia di Rufy e Loki, perché il padrone del mondo scelga di pagare quel prezzo di persona?
Lucifero intuì quale sarebbe stato il costo della caduta. Lo pagò lo stesso.
Nello sguardo di Imu non ho visto il male assoluto. Ho visto la certezza di chi non ha mai considerato di poter perdere — e quella certezza, ne ‘Il Paradiso Perduto‘ di Milton, è esattamente ciò che Dio chiama orgoglio.
Saint Nerona Imu.
Re del Mondo.
Uno dei Venti Fondatori.
Il suo Frutto del Diavolo classificato semplicemente come Akuma no Mi — Diavolo.
Corna a spirale doppia, pelle scura come un Lunaria, ali, coda, Hogoro con occhi invece delle solite spirali — gli Ophanim della tradizione biblica, le ruote ardenti piene di occhi che nella teologia ebraica sono la manifestazione più alta e più inaccessibile del divino.
Accoccolato sulla torre più alta del castello con tutta la naturalezza di chi è abituato ai troni, Imu guarda Elbaph dall’alto.
Il sistema che ha governato il mondo per ottocento anni ha un volto.
Ha un nome. Ha una ferita aperta all’angolo della bocca.
Oda ha aspettato otto anni per disegnare questo.
Valeva ogni singolo capitolo.
第1179話「ネロナ・イム降臨」
Nerona Imu Kōrin — “L’Avvento di Nerona Imu.”
Il kanji centrale è 降臨 (kōrin) — discesa dall’alto, avvento — il divino che scende nel mondo inferiore. È il termine usato per la venuta di una divinità, il suo ingresso nel piano materiale. Letteralmente: 降 (scendere) + 臨 (presentarsi, affacciarsi su).
Lo si usa nella tradizione buddhista per indicare la discesa di una divinità nel mondo materiale, il momento in cui l’assoluto accetta i vincoli del relativo per agire in esso.
L’apparizione è una trasformazione di prospettiva.
Qualcosa che stava altrove sceglie di stare qui (con tutto ciò che la scelta comporta).
Oscillando, Oda sceglie questa parola come un metronomo emotivo. Imu non arriva ad Elbaph — scende. Per ottocento anni ha governato dal punto più alto del mondo conosciuto, inaccessibile, immobile, assoluto.
Kōrin è il gesto con cui il divino abbandona temporaneamente la propria natura per incarnarsi nel finito — e, nella tradizione, ogni incarnazione porta con sé una perdita.
Il sangue all’angolo della bocca da dettaglio scenico diventa la grammatica stessa del titolo fatta carne.
Vale la pena fermarsi sul significato completo.
Parliamo dell’avvento del personaggio, con il nome della famiglia che precede tutto il resto come un titolo nobiliare inciso nella pietra. Nerona — le cui sillabe in giapponese formano il kanji 神, kami, dio — è il casato che ha costruito il Governo Mondiale ottocento anni fa, è il nome che l’autore aveva seminato prima ancora che il personaggio avesse un volto. Adesso il volto c’è, e il titolo lo nomina per intero, come si nomina qualcuno solo quando non c’è più nulla da nascondere.
Il punto fermo in chiusa, come sempre nei titoli più importanti, non è neutro.
Sussurra chiusura totale. L’avvento è avvenuto.
Un fatto compiuto, dichiarato, irreversibile.
Elbaph non sa ancora cosa ha appena accolto sulla torre più alta del castello. Il titolo sì.
Stanco di tutto
«La storia sarà benevola con me, poiché ho intenzione di scriverla io stesso.»
— Winston Churchill.
Il Re del Trono Vuoto è un villain elegante.
Il capitolo si apre esattamente dove un lettore attento lo aspettava, e dove nessuno, in fondo, credeva davvero di arrivare.
I Gorosei hanno paura.
Gli Astri di Saggezza (tranne Garling) cercano di fermare Imu. Non con la consueta riverenza obliqua di chi avanza un suggerimento a chi comanda, ma con la disperazione di chi vede il proprio dio avviarsi verso qualcosa che potrebbe non sopravvivere. Cinque creature che hanno governato il pianeta come un consiglio di amministrazione dell’apocalisse, che portano nel corpo la memoria di secoli, che hanno trasformato la paura in architettura politica, e adesso trattengono il fiato come bambini davanti a una porta che dà sul buio. Quella scena vale più di qualsiasi rivelazione potessi aspettarmi. Stabilisce, senza bisogno di didascalie, una verità che il manga custodiva come un asso nella manica: Imu fuori da Mary Geoise paga un conto.
Il corpo patisce, le capacità si assottigliano, qualcosa nell’equazione del potere assoluto smette di tornare. Nella mente senti un Click!
Oda ha in mano una delle tue birre, stappata con la maniglia del frigo. Dal fondo del corridoio arriva la sua risata leggera: “Non ho mai detto non temesse niente.”
Ci torneremo, su quella fragilità. Per adesso conta la temperatura emotiva della scena: i Gorosei hanno paura autentica, e la loro paura è la prima crepa visibile in un sistema costruito apposta per non mostrarne.
La paura poi, è un sentimento umano.
Poi entra Figarland, e il caleidoscopio continua ad oscillare.
Dove gli Astri frenano, lui spinge.
Garling non è più coraggioso né meno intelligente, ragiona con la grammatica dell’estremista fedele, quello che ha divorziato dal dubbio tanto tempo fa da non ricordarne nemmeno la forma. La sua voce nella Sala dell’Autorità è l’unica che non trema; perché forse sa qualcosa che gli altri ignorano (dopo l’esecuzione di Saturn è chiaramente il favorito, con tanto di One-on-one con il Boss), forse perché ha un disegno tutto suo.
Tra i due poli Oda non prende partito. Lascia che la tensione respiri da sola, e quella tensione racconta qualcosa di preciso: il sistema funziona finché chi lo serve è abbastanza cieco da non vederne i bordi.
Contrappunto da maestro.
Garling porta anche un’informazione che scivola nel capitolo con la naturalezza dei dettagli che contano davvero. A Mary Geoise la situazione è sotto controllo, Shamrock ha fatto il suo lavoro. I Draghi Celesti hanno fame, la morsa dei Rivoluzionari stringe ancora. Ma il Mother Flame potrebbe tornare operativo.
York lavora, affamata, tenuta sospesa tra la promessa di diventare Drago Celeste e la realtà di una dipendenza che nessuno dei due ha mai chiamato con il suo nome — Garling le ricorda, con la gentilezza secca di chi distribuisce colpe come si distribuiscono compiti, che parte di quello che sta succedendo ricade anche su di lei, per interposta storia col vero Vegapunk. Figarland 1 – Satelliti 0.
Quella parentesi sembra laterale. Non lo è.
York affamata accanto alla Marina messa da parte in quanto obnubilata dall’assedio a Mary Geoise: due prigionieri diversi dello stesso sistema, ciascuno convinto di essere dalla parte giusta, ciascuno che porta nel corpo i segni di un accordo che nessuno dei due ha firmato davvero di propria mano. E nel mezzo, l’arma capace di ribaltare le sorti dell’assedio in pochi istanti, pronta a tornare nelle mani di chi l’ha sempre usata senza mai chiedersi se fosse giusto.
Quindi andiamo alle origini. Imu davanti al ritratto di Nefertari D. Lily.
La lista di antagonisti che il sovrano passa in rassegna — Rocks D. Xebec, Gol D. Roger, Shirahoshi, Shanks, Harald, Loki, Edward Newgate, Monkey D. Luffy, Marshall D. Teach, Nefertari D. Cobra — sembra un inventario della rabbia. In realtà trattasi di un testo immorale tenuto aperto per secoli, aggiornato con la pazienza di chi sa che certe voci non si chiudono mai definitivamente. Imu enumera.
Vizi, peccati capitali declamati con la flemma di chi li conosce da prima che avessero un nome. A Warcury intima di abbandonare quella superbia inaspettata, secco, senza alzare la voce. Come chi toglie un sasso da una scarpa: senza cerimonie, perché il sasso ti infastidisce. Mu è stanco di tutto e tutti, tranne che del suo obiettivo.
A chi è rivolta quella lista?
Vale la pena starci sopra, perché la risposta non è scontata.
La prima lettura punta ai Draghi Celesti, marciti nel privilegio come frutta dimenticata su un davanzale. Plausibile, ma zoppica: chi li giudica irrecuperabili non gli affida Mary Geoise prima di uscire. La seconda guarda nella direzione dei Gorosei stessi — tranne Garling, tutti e cinque hanno mostrato qualcosa che assomiglia pericolosamente alla paura, e la paura nel codice di Imu è già una forma di cedimento, la prima sillaba di una parola che non dovrebbe esistere nel vocabolario di chi serve il creatore.
Superbia di chi pensa di poter eludere la volontà del sovrano. Saturn docet.
Inerzia di chi ha dimenticato il senso della propria funzione.
Imu non urla, massifica; e lascia che gli altri capiscano quanto li riguardi.
Ma c’è una terza lettura, quella che ci parla di più se la si tiene in mente abbastanza a lungo. Più che critica: giustificazione. Imu elenca i vizi del mondo come un sacerdote elenca le ragioni per cui un culto deviato esiste, per ricordare a se stesso (e a chiunque stia ascoltando) che finché quei vizi proliferano, il sistema è necessario, e finché il sistema è necessario, chi lo regge non può essere messo in discussione.
Logica circolare, autosufficiente, impermeabile al dubbio.
Nove secoli la rendono quasi convincente.
Poi però rimane una finestra sul vuoto: perché adesso?
Per nove secoli l’equazione aveva retto senza scricchiolare.
Le Grandi Epurazioni erano interventi mirati, delegati, puliti nei risultati se non nei metodi. God Valley, Ohara, Lulucia: tre nomi per la stessa cosa, tre modi di scrivere la stessa frase. Il tempo faceva il resto — la damnatio memoriae, il divieto di studiare il Secolo Vuoto, la politica silenziosa di lasciare che le generazioni diluissero i ricordi fino a farli evaporare. Nusjuro, ai tempi del Reverie, aveva già articolato la logica senza fronzoli: se certe ribellioni fossero continuate, sarebbe servita un’altra Grande Epurazione.
Il modello reggeva.
E Imu non si muoveva, attenzione, perché non aveva mai avuto bisogno di muoversi.
Nika non aveva scelto nessuno come vettore per secoli. Nidhoggr era disperso, ignoto persino al sovrano che pure aveva inciso ogni nome nel murale dell’Adam. Le tre Ere del Mondo scritte nella pietra di Elbaph sembravano bloccate in un interregno che durava abbastanza da sembrare eterno.
E poi, in un arco di tempo stretto come un cappio che si chiude, tutto si è allineato insieme. Rufy come vettore di Nika. Nidhoggr ritrovato nelle fauci di Loki. Gli interpreti di ogni profezia incisa nel murale che si presentano in proscenio come richiamati da qualcosa che nessuno ha convocato esplicitamente. Il capitolo lascia cadere una frase che pesa quanto occore: coincidenza, o destino?
La risposta è già scritta nella pietra. Imu la conosce.
La leggeva da novecento anni, aspettando che quelle coordinate non tornassero mai più a coincidere.
Adesso coincidono. Tutte insieme. Per la prima volta dall’ultima Era.
C’è qualcosa di vertiginoso in questa immagine: il grande antagonista della storia umana che lascia il suo trono per la prima volta in otto secoli non perché stia vincendo, ma perché per la prima volta intravede la possibilità concreta di perdere qualcosa di molto più prezioso della vita.
Non il corpo, quello è già un costo messo in conto, scritto nel sangue che sputa all’arrivo ad Aurust come una ricevuta presentata e accettata prima ancora di aprire la porta. Quello che rischia di perdere è la narrativa.
Se il mondo ricorda che Joy Boy è tornato e ha vinto, nessuna epurazione basterà a riscrivere quella pagina. Bisogna essere presenti. Bisogna stare lì quando il finale si scrive, tenere la penna, cambiare i termini dall’interno prima che diventino storia.
Imu non porta ad Elbaph una punizione.
Forse, porta un finale alternativo, l’unico che nove secoli di potere assoluto abbiano mai prodotto: quello in cui lui è ancora in piedi alla fine, e nessuno ricorda che ci fosse qualcuno per correggere le bozze.
Come puoi desiderare la libertà, se non sai di essere prigioniero?
La Crepa nel Sistema
«Il Ghiaccio insegna il Freddo — / Il Fango insegna il Fango.»
— Emily Dickinson, Poesie (1863)
Nel Mago di Oz, l’Uomo di Latta piange perché vuole un cuore.
Non ne ha uno, e quella mancanza gli pesa come ruggine che si accumula nelle articolazioni — il dolore sulla falsariga dell’arto fantasma. Sommers è il suo negativo fotografico: ha il cuore, ce l’ha eccome, batte dentro una cassa toracica di carne e sangue. Solo che il piacere che estrae da quel cuore è la sofferenza degli altri.
L’Uomo di Latta sognava la tenerezza.
Sommers ha bruciato una scuola guardando i bambini, rideva.
Due archetipi opposti che si guardano attraverso lo specchio, e lo specchio è l’anima umana nel momento in cui sceglie cosa farsene.
Zoro lo fissa e vede la cosa più semplice del mondo: un problema con una soluzione.
Il cuore meccanico di Sommers — tre vignette, nessuna spiegazione — è lì, esposto, vulnerabile nella sua natura di artificio dentro una macchina che si credeva perfetta. Zoro se ne accorge con quella velocità che non passa dal ragionamento, la stessa con cui un carpentiere batte il legno col palmo e sente dove c’è il vuoto.
L’Hagakure insegna che il guerriero vive come se fosse già morto. Non per nichilismo, ma per chiarezza: chi non teme il finale vede il presente con un nitore che agli altri è negato. Yamamoto Tsunetomo scriveva che la via del samurai si trova nella morte, e quella frase non è un invito al suicidio. Ma transitorietà della vita. Taglia via il rumore. Lascia solo ciò che è necessario.
Zoro non è un personaggio che cita l’Hagakure, ma lo incarna con la naturale ineleganza di chi non ha mai avuto bisogno di leggere un libro per capire quello che il libro dice.
Fin da bambino ha già attraversato versioni sempre più dure di se stesso.
Mihawk come orizzonte irraggiungibile da cui si è allontanato per anni, poi l’ombra di Ryuma a Thriller Bark, poi Pica a Dressrosa, poi King a Wano — ogni scontro un gradino più alto, ogni gradino pagato con una ferita che avrebbe ucciso chiunque altro e che lui porta come medaglie cucite dentro.
Il rendiconto è oggettivo e non ammette sconti: Zoro è il personaggio che ha accumulato il maggior numero di istanti in cui il manga ha mostrato qualcuno superare il proprio limite fisico e sopravvivere comunque.
Non per fortuna, solo su quella si giocò un braccio.
Bensì per qualcosa che assomiglia alla scelta deliberata di non cedere prima che la propria parola venga meno.
Non prima che il mondo urli il suo nome così forte, così fragorosamente…
da raggiungere Kuina.
Gatsu di Berserk funziona sulla stessa frequenza, e la comparazione non è pigrizia del critico, è strutturale. Entrambi portano nel corpo le tracce di ogni battaglia precedente come un libro scritto da fendenti.
Entrambi combattono nemici che appartengono a un ordine soprannaturale con strumenti che restano ostinatamente umani: una spada, la volontà, la capacità di stare in piedi un secondo in più dell’avversario.
La differenza è che Gatsu porta il Marchio del Sacrificio, un peso cosmico che lo trascina verso il basso mentre lui si fa sverso l’alto.
Zoro porta il peso di una promessa fatta a una persona, e quella promessa è più pesante di qualsiasi maledizione perché l’ha scelta.
Nessuno gliela ha impressa nella carne.
Se l’è tatuata da solo, a dieci anni, sul ponte di un dojo.
Davanti al cuore meccanico di Sommers, quella traiettoria lunga vent’anni di manga converge in un punto solo. Il detective dell’Hagakure che vive già dall’altra parte della morte vede la crepa nel sistema e non la commenta: la misura.
Zoro non ha bisogno di spiegare cosa sta pensando. Oda non ha bisogno di dirlo.
Il lettore che ha seguito quella spada dall’East Blue lo sa già.
La domanda che il cuore meccanico trascina con sé è più antica di Sommers — e più antica del capitolo stesso. Se esiste tecnologia del Regno Antico ancora operativa nel mondo presente, Sommers potrebbe portarla nel petto senza saperlo.
Passiamo alle conferme.
Ragnir — il martello-criceto che Loki usa come arma e che il capitolo ha già stabilito come custode del frutto di Nidhoggr — scioglie il ghiaccio solo se vuole. Lo dice Loki a Rufy con la semplicità di chi riferisce un fatto di natura: non è una regola che si può aggirare, è la condizione stessa del potere. Se Ragnir non decide di sciogliere, il ghiaccio dura per sempre. Il corpo di Gunko è ancora lì, cristallizzato, e resterà lì finché quello scoiattolo-martello non deciderà altrimenti.
Parliamo di un guardiano, non di un’arma.
Lo era già prima che Loki nascesse, prima che il frutto di Nidhoggr trovasse il suo portatore attuale — Jarul, 408 anni sulle spalle e la memoria più lunga di chiunque sull’isola, ricorda Ragnir come presenza antica, custode del frutto da un tempo che precede la sua stessa nascita. Un gigante che ha attraversato quattro secoli conserva un ricordo sbiadito di qualcosa. Significa che quel qualcosa esiste da molto più di quattro secoli.
E allora la domanda si pone da sola, con la precisione fastidiosa delle domande che non si possono ignorare: chi ha messo Ragnir a fare la guardia?
E quale conoscenza doveva tramandare, esattamente, oltre il frutto?
I Galley-la entrano qui, e ci entrano con tutto il peso che Jarul aveva introdotto senza sviluppare. Una banda di giganti partiti da Elbaph e mai tornati. Una lettera inviata a casa, poi il silenzio. Le voci circolate per decenni dicono che siano congelati da qualche parte. E noi lettori sappiamo dove: Punk Hazard.
Congelati, non morti.
Loki ne fu edotto da Rocks D. Xebec in persona, quando era bambino — il che sposta la questione indietro di almeno sessant’anni, e Xebec a sua volta ragionava su una storia già antica. I Galley-la sparirono in un periodo che le traduzioni collocano ad “alcuni anni fa” nella voce di Imu, ma la vaghezza di quella formula in bocca a qualcuno che misura il tempo in secoli potrebbe coprire lassi di tempo maggiori senza sforzo.
La geometria che emerge, se si dispongono i punti in sequenza, ha la forma di una domanda sola: i Galley-la furono congelati appositamente da chi controlava Ragnir, per impedire che le loro mani — le mani dei migliori costruttori di navi del mondo conosciuto — potessero mai essere usate dalla parte sbagliata?
O per qualcosa di più semplice e più freddo: perché sapevano qualcosa.
Congelarli era la soluzione più elegante: non morti, quindi non martiri; non liberi, quindi non pericolosi. La prigione di ghiaccio perfetta, sorvegliata da un guardiano che scioglie solo quando decide lui.
Punk Hazard aspetta ancora.
E noi non sappiamo nemmeno chi vinse tra Akainu e Aokiji.
Il Fuoco e i Ricordi
‘Vincent: “Non lo è, ma è lo stesso campo da gioco.”
Jules: “Ora senti, forse il tuo metodo di massaggi è diverso dal mio, ma sai, non è lo stesso fottuto campo da gioco, non è lo stesso campionato e non è nemmeno lo stesso sport.’‘
– Pulp Fiction
Imu sama va oltre qualsiasi categoria conosciuta.
Chiamarlo angelo caduto è impreciso, e vale la pena dirlo subito prima che l’etichetta si incolli addosso e smetta di essere verificata.
Caduto da cosa, esattamente?
Quale fu l’Eden, se mai ve ne fu uno?
La caduta presuppone un prima luminoso, un’altezza da cui si precipita verso il basso — e di quell’altezza, nel caso di Imu, non abbiamo traccia canonica. Eppure nell’ultimo primo piano del capitolo, in quel viso che Oda ha tenuto nascosto per otto anni, chi non conosce la lore di One Piece non vedrebbe pazzia pura, rifletteteci. Vedrebbe malevolenza, certo, l’aspetto demoniaco, il sangue all’angolo della bocca, il contesto apocalittico. Ma sotto tutto questo, sedimentato come uno strato geologico più antico di tutti gli altri, c’è qualcosa che assomiglia all’orgoglio.
Lo stesso orgoglio del Lucifero dipinto da Gustave Doré nel lago ghiacciato della Cantica: non la smorfia del mostro, ma la posa di chi si tiene il mento con entrambe le mani e guarda il mondo che ha perduto con la certezza immobile di chi non si è ancora rassegnato ad averlo perduto davvero.
Quella posa. Quel viso.
Pelle scura e capelli bianchi di Lunaria, gli unici esseri definiti “divini” nel mondo di One Piece, la razza che il Governo Mondiale ha quasi sterminato precisamente perché quella divinità non era controllabile.
Imu ne porta i tratti basilari — ma non le ali, non il fuoco sulla schiena. Qualcosa manca, qualcosa è diverso, qualcosa suggerisce un incrocio. Incroci, nella mitologia, significa quasi sempre amori perduti o tradimenti cosmici.
Se quello che abbiamo davanti è un Nephilim (nato dall’unione di una linea divina con qualcosa d’altro) allora il potere che porta nel corpo non è acquisito, non è rubato, non è il risultato di un patto. È strutturale.
Incalcolabile già alla base, prima ancora che nove secoli di esistenza lo abbiano sedimentato e compresso fino a renderlo quello che vediamo adesso.
Gli altri personaggi non giocano nemmeno lo stesso sport. L’unica volta che avevamo visto un Haki del Re Conquistatore abbastanza potente da creare danni fisici nell’ambiente era stato Shanks sulla Moby Dick di Newgate: una scena che aveva fatto trattenere il respiro a tutti, il tipo di momento che si ricorda per capitoli.
Imu sembra a mala pena contenuto dall’ambiente circostante.
La sua sola presenza — unita a una padronanza del frutto che non mostra sforzo, non mostra tensione, non mostra niente che assomigli all’applicazione di una tecnica — tramuta in demoni le case del villaggio, gli alberi della foresta. Le strutture intorno a lui prendono vita con facce malvagie come se la realtà stessa cedesse sotto il peso di quello che lui è.
È quello che accumuli in novecento anni di risentimento, compresso in una forma ibrida che Oda ha scelto di mostrarci per prima — e questa scelta non è casuale.
La forma ibrida è quella dove vediamo il viso. La forma base non l’abbiamo ancora vista, e quella lacuna è deliberata. Un solo dettaglio reso più umano, un solo elemento dei vestiti diverso, e la percezione cambierebbe. Oda vuole che non notiamo quella differenza ancora. Vuole che ci fermiamo qui, su questo viso bellissimo e terribile, su questo corpo che porta dentro di sé razze e poteri che non dovrebbero coesistere, e che ci facciamo le domande giuste prima che lui sia pronto a rispondere.
Il 1179 è oro narrativo.
Le nuvole Hagoromo che lo circondano completano il quadro con una precisione quasi sadica. Nella iconografia buddhista, l’Hagoromo è il velo etereo delle divinità celesti — simbolo di grazia spirituale, di trascendenza, di un corpo così leggero da potersi muovere liberamente tra il piano divino e quello terreno.
Su Luffy in Gear Fifth sono morbide, elastiche, quasi goffe nella loro leggerezza.
Su Imu hanno gli occhi. Le spirali si chiudono, si moltiplicano, ti fissano. È come se l’universo avesse preso un simbolo di armonia cosmica e lo avesse piegato oltre il suo punto di rottura, trasformandolo in qualcosa di lovecraftiano nel senso più preciso del termine: il sacro che diventa perturbante non perché sia diventato malvagio, ma perché è diventato troppo.
Se l’Hagoromo di Nika è respiro, quello di Imu è controllo.
Ma è sul piano morale che la questione si complica, e complicarsi è esattamente quello che deve fare.
Non possiamo ancora giudicare questo personaggio.
Lo so, lo so — omicidi, famiglie distrutte, epurazioni con stragi di massa, la cancellazione sistematica di ogni voce che si alzasse troppo.
Tutto questo è canonico, tutto questo è imperdonabile nel senso più letterale del termine.
Eppure.
Itachi Uchiha era un assassino.
Aveva sterminato il suo clan, lasciato vivere suo fratello perché sopravvivesse all’odio, costruito una vita intera sulla menzogna come atto d’amore. Per anni lo abbiamo odiato con quella certezza semplice che i manga shonen sanno costruire meglio di chiunque altro — il villain perfetto, il traditore definitivo.
Poi Kishimoto ha aperto la porta sul retro e ci ha mostrato cosa c’era dall’altra parte, e quella certezza si è sgretolata in modo irreversibile. Itachi fu costretto, sacrificando il proprio clan condannò la propria anima.
E quella costrizione non cancella niente di quello che aveva fatto, ma ne cambia il peso specifico in modo che nessun lettore onesto può ignorare.
Parlare di Imu in questo momento significa entrare in una zona morale dove le categorie semplici cominciano a cedere, quasi come strutture sotto pressione.
Eren Yeager mi ossessiona in questo senso.
Nel mondo di Attack on Titan, Eren non è costruito come malvagio nel senso classico — non c’è in lui il gusto del male, né un compiacimento sadico. Quello che emerge è una traiettoria tragica: un individuo che, una volta intravista la totalità del conflitto, sceglie deliberatamente una strada che sa essere mostruosa. Il nodo è che il personaggio va percepito dal punto di vista della sopravvivenza del suo popolo. La minaccia è reale, non paranoica, e la sua lettura è lucida, quasi spietatamente realista. Ma proprio qui si consuma la frattura, perché Eren non si limita a difendere, radicalizza.
Trasforma la paura in una soluzione assoluta che annienta indiscriminatamente.
Quando la sicurezza diventa un valore totale, ogni altro principio viene sacrificato senza residui. E allora la domanda si sposta: non più “ha ragione?“, ma “fino a che punto una ragione può giustificare tutto?” Eren sceglie di diventare il nemico che temeva. Non perché sia intrinsecamente malvagio, ma perché accetta di incarnare il male come mezzo. È una figura quasi dostoevskiana: consapevole, tormentata, eppure irremovibile.
Imu potrebbe essere costruito su frequenze simili.
Solo che ha novecento anni in più per portare il peso di quelle scelte.
Il sangue che sputa all’arrivo ad Aurust apre una parentesi che merita attenzione. La teoria della Room che lo protegga e che rimanga a Mary Geoise non regge al patto narrativo che il manga ha stabilito: l’immortalità donata dall’Ope Ope no Mi è un travaso di vita, non una teca di vetro entro cui stare. Chi dona quella vita muore; una volta morto il donatore, il potere non dipende da una struttura fisica che deve restare in piedi altrove. L’immortalità è nel corpo di chi la riceve, non in una stanza.
Quindi il problema non è l’immortalità in sé.
È qualcos’altro — e quell’altro è la domanda che incide di più.
L’involucro umano è forse semplicemente troppo fragile per contenere quello che Imu è diventato. Luffy lo ha mostrato a Wano: il frutto si è risvegliato prima del tempo perché Kaido l’aveva letteralmente ucciso, e il corpo ne ha pagato le conseguenze in modi che ancora non capiamo del tutto. Un dio che abita carne e ossa porta quella carne e quelle ossa verso i loro limiti strutturali, come un motore troppo potente per il telaio che lo ospita. Imu esiste da ottocento anni in quella condizione.
E Mary Geoise è costruita a diecimila metri dal mare (ipotizziamo? Ok, ipotizziamo) lontana dal grande nemico di ogni fruttato, lontana dalla fonte di debolezza primordiale del primo maledetto che abbia mai raccolto il potere di una divinità.
E se quella distanza non fosse architettura?
Ma distanza preventiva, praticata ogni giorno per quasi un millennio.
Fuori da lì, il conto si presenta. E Imu lo paga, in silenzio, con un rivolo di sangue che scende dall’angolo sinistro della bocca.
Rimane una cosa, ultima e più silenziosa, che il capitolo deposita senza commentare.
Il quadro di Nefertari D. Lily è appeso. Non buttato in un angolo, non calpestato, non distrutto. Appeso, e rimirато. La foto di Bibi non è fatta a pezzi come quella di Luffy e Teach e Shirahoshi. Sono tre i nomi che ora la mente mi suggerisce.
Lily, Imu , e Joy Boy.
In One Piece i simboli più densi non vengono spiegati. Le tre tazze di sake che legavano Sabo, Ace e Luffy non avevano bisogno di didascalie, chiunque le guardasse sapeva cosa significassero. Cosa rimane quando uno dei tre calpesta quell’amicizia?
Cosa diventi quando il patto si spezza da dentro?
Imu guarda quel quadro da ottocento anni. Non lo toglie. Non lo brucia. Lo guarda.
C’è una crepa nel sistema più impermeabile che il mondo abbia mai conosciuto, e non è la fragilità del corpo fuori da Mary Geoise. Non è la resistenza di Luffy e Loki al Domi Reversi. Non è il ritorno di Nidhoggr, né il sangue sulla bocca, né i Gorosei che per la prima volta nella storia hanno avuto una paura quasi umana e benevola.
È quella tela appesa.
È l’urlo sconnesso nel riconoscere Joy boy dopo secoli interi.
Nomi che un uomo immortale non ha bruciato, non ha sepolto. Tre nomi che ottocento anni di potere assoluto non sono bastati a rendere irrilevanti — e che continuano a stare lì, sul muro della stanza più segreta del mondo, come una domanda che il padrone dell’universo non ha ancora trovato il coraggio di smettere di farsi.
Il più grande villain che One Piece abbia mai prodotto non ha un punto debole nell’Haki, nella tecnica, nella strategia.
Ce l’ha nella memoria.
E la memoria, a differenza dei regni, non si cancella con il fuoco.
Bene, come sempre vi lascio il video del Re, oggi Gabri adotta quattro registri controllati senza rotture: critico-visivo, morale-filosofico, analitico-canonico, emotivo-contemplativo.
Il risultato godetevelo in un contenuto di ben 50 minuti, a voi!
Funes el memorioso
Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.
Borges scrisse che dimenticare è una forma di misericordia, chi non dimentica porta tutto, ogni volto, ogni tradimento, ogni amore, come pietre cucite dentro. Imu ricorda tutto da ottocento anni. E non ha mai chiesto misericordia a nessuno. Forse perché non sa più a chi chiederla. Forse perché il potere assoluto non corrompe chi lo esercita: lo isola.
Lo lascia solo con le uniche domande a cui non si può rispondere con un esercito, con un’epurazione, con il fuoco.
Dostoevskij sapeva che il male più pericoloso non è quello che ignora se stesso. È quello che si guarda allo specchio ogni mattina e sceglie di andare avanti lo stesso. Imu non è pazzo. È lucido. E sul muro della sua stanza più segreta, alcuni nomi aspettano ancora una risposta che non è mai arrivata.
Ed è questa la cosa più terrificante che Oda potesse scrivere.
Godiamoci il viaggio, genti
‘Medicated, drama queen
Picture perfect, numb belligerence
Narcissistic drama queen
Craving fame and all its decadence’– A Perfect Circle, The Outsider