Il Segreto dietro ONE PIECE: il Simbolo di NIKA ☀️ Rivelato a Kumamoto!!

da Gabriele "Il Re" Bertoloni
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Durante l’ultimo viaggio in Giappone, siamo stati nella città di Kumamoto, luogo di nascita del nostro sensei Eiichiro Oda. Oltre ad aver visto le iconiche statue della ciurma di Cappello di Paglia sparse per la prefettura, abbiamo visitato il castello di Kumamoto, che Oda ha rappresentato in una delle sue colorspread. All’interno del castello, ci siamo imbattuti in un simbolo molto particolare, che tutti noi fan di One Piece dovremmo conoscere: il simbolo del culto di Nika.

Immagina lo stupore nel vedere questo simbolo, che non mi sarei mai aspettato di trovare ovunque all’interno dell’antico castello della città. Cosa significa? Che Oda ha preso spunto da qualcosa che nella sua città è in bella mostra da secoli? Che sta omaggiando qualcosa in particolare di Kumamoto, associando questo simbolo al suo protagonista, al culto associato alla divinità che Luffy incarna e, potenzialmente, al regno antico di cui tutti noi vogliamo conoscere la storia?

Addentriamoci nella storia di questo simbolo, perché una volta acquisitane l’esistenza reale nel nostro mondo, non possiamo fare altro che immergerci nelle profondità, alla ricerca di possibili spunti a cui Oda può aver attinto per raccontare la storia perduta che tanto aneliamo.

Cosa rappresenta innanzitutto questo simbolo?

Questa icona è un emblema associato alla cosmologia buddista, che si crede porti fortuna e protezione, noto come “kuyou” (九曜), che si traduce letteralmente come “nove luci” o “nove corpi luminosi”, radicato nella cosmologia astrologica tradizionale, che a sua volta deriva da antiche influenze astrologiche e astronomiche asiatiche.

Il termine si riferisce agli astri vaganti osservabili a occhio nudo nell’antichità e che si muovevano contro lo sfondo delle stelle fisse nel cielo notturno. Questi corpi celesti erano di particolare importanza non solo in astronomia ma anche in astrologia, dove venivano considerati influenti nella vita umana e negli affari terreni.

I “sette pianeti classici” corrispondono a:

  1. Saturno (土星 – dosei)
  2. Giove (木星 – mokusei)
  3. Marte (火星 – kasei)
  4. Sole (日 – nichi)
  5. Venere (金星 – kinsei)
  6. Mercurio (水星 – suisei)
  7. Luna (月 – getsu o gatsu)

Ai sette pianeti classici, il kuyou aggiunge due nodi lunari che sono punti di intersezione dell’orbita della Luna con l’eclittica della Terra, non visibili come corpi celesti ma importanti per calcolare le eclissi:

  1. Rahu (ラーフー – raahu), il Nodo Lunare Ascendente o Nord, associato a uno dei nove corpi luminosi nel Buddhismo Esoterico, che rappresenta il punto di intersezione tra l’orbita della Luna e l’eclittica, dove la Luna passa dal lato sud al lato nord dell’eclittica.
  2. Ketu (ケートゥ – keetu), il Nodo Lunare Discendente o Sud, anch’esso uno dei nove corpi luminosi, che rappresenta il punto opposto a Rahu, dove la Luna passa dal lato nord al lato sud dell’eclittica.

In Giappone, così come in altre parti dell’Asia influenzate dall’astrologia indiana e cinese, questi corpi erano parte integrante di sistemi di credenze che collegavano gli eventi celesti alla vita quotidiana. Ad esempio, i giorni della settimana in Giappone sono nominati in base a questi corpi celesti e i loro attributi influenzavano decisioni e pratiche quotidiane, da quelle mediche a quelle agricole.

Credo sia chiaro che ci troviamo di fronte al sole Nika, alla Luna che potrebbe essere legata ai Kozuki, quindi a Momonosuke, o a qualcosa dei Lunaria che ancora non conosciamo, poi ai Cinque Astri, purtroppo non nell’ordine che Oda ci ha mostrato nei capitoli, ma in un ordine che li lega ai giorni della settimana, ma anche ad una distribuzione astrologica che ha influenze nei diversi sistemi di credenze, e a due nomi che con i pianeti hanno ben poco da spartire, e che fanno risaltare l’assenza di Urano, Nettuno e Plutone.

Urano, Nettuno e Plutone non sono inclusi nella lista tradizionale dei “nove pianeti” nelle astrologie antiche, come quella cinese, indiana o giapponese, principalmente per una ragione molto pratica: questi pianeti non sono visibili a occhio nudo e sono stati scoperti solo con l’avanzamento della tecnologia astronomica nei secoli recenti. Ecco un breve riassunto della scoperta di questi pianeti:

  1. Urano: Scoperto nel 1781 da William Herschel, Urano è il primo pianeta trovato con l’ausilio di un telescopio. La sua scoperta ha ampliato i confini del sistema solare noto fino ad allora.
  2. Nettuno: Scoperto nel 1846, Nettuno fu il primo pianeta localizzato attraverso calcoli matematici prima di essere osservato con un telescopio. La sua posizione fu predetta a partire dalle perturbazioni non spiegabili nella orbita di Urano.
  3. Plutone: Scoperto nel 1930 da Clyde Tombaugh all’Osservatorio Lowell in Arizona, Plutone è stato considerato il nono pianeta del nostro sistema solare fino al 2006, quando è stato riclassificato come “pianeta nano” dall’Unione Astronomica Internazionale.

Le tradizioni astrologiche più antiche si basavano sulla visione diretta dei corpi celesti. I pianeti visibili a occhio nudo — Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno — insieme al Sole e alla Luna, erano quindi i soli corpi celesti considerati nei sistemi astrologici tradizionali, come quelli vedici o cinesi. Benché alcuni sostenitori della teoria degli antichi astronauti propongano, in base all’interpretazione di diversi reperti antichi, che gli antichi fossero a conoscenza di pianeti come Urano, Nettuno e Plutone, poiché le antiche divinità avrebbero condiviso la loro conoscenza di questi particolari astri.

Siccome Oda, nella sua storia, ha fatto affermare con sicurezza a Nico Robin che le tre armi ancestrali, il cui appellativo è proprio legato a questi pianeti, portino il nome di tre antiche divinità, non possiamo escludere che il sensei possa tenere conto di questa audace ipotesi.

In ogni caso, nella conta di quei nove ce ne sarebbe comunque uno di troppo. Invece, nel Kyusei, appaiono altri due nomi particolari, che riempiono i due posti vacanti: Rahu e Ketu.

La storia di Rahu e Ketu

Rahu e Ketu, nella mitologia indù e nell’astrologia vedica, non sono pianeti fisici ma punti matematici sul cielo che rappresentano rispettivamente il nodo lunare nord e il nodo lunare sud, ovvero i punti in cui l’orbita della Luna incrocia l’eclittica della Terra. Questi nodi sono significativi poiché sono associati agli eclissi solari e lunari: quando il Sole e la Luna si trovano vicino a questi nodi, si verifica un’eclissi.

Rahu è spesso descritto come una testa di drago che ingoia il Sole o la Luna causando l’eclissi. È una figura che rappresenta il caos, le illusioni, e tutto ciò che crea confusione o è non convenzionale. Rahu è anche associato al desiderio e alla fame insaziabile, poiché, essendo solo una testa, non può mai ingoiare completamente il Sole o la Luna e quindi è sempre affamato.

Ketu, d’altra parte, è la coda del drago e rappresenta la liberazione spirituale, l’intuizione e la realizzazione di sé. Ketu si dice che porti la saggezza, ma anche un senso di smarrimento, in quanto è meno orientato verso il materiale e più verso il spirituale o il sottile.

Anche se Rahu e Ketu non sono oggetti fisici come i pianeti, la loro importanza è tale che vengono effettivamente “elevati” allo stato di pianeti nell’astrologia indiana e vengono assegnati loro ruoli e caratteristiche personali, proprio come a Mercurio, Venere, Marte, ecc.

Nella mitologia che li sostiene, il loro coinvolgimento nell’episodio del Mescolamento del mare cosmico e la loro connessione successiva con gli eclissi hanno reso Rahu e Ketu parti vitali del sistema astrologico, poiché gli eclissi sono stati da sempre eventi astronomici di grande significato per gli esseri umani.

Mescolamento del mare cosmico? Che diavolo è? È una cosa di cui vi ho già parlato in altre salse, ma riguarda proprio quel combattimento tra demoni e divinità in cui si sono contesi l’immortalità, dove io ho inserito nelle due parti in campo i venti regni fondatori del Governo Mondiale e i loro antichi nemici.

Noto anche come “Samudra Manthan” nella mitologia indù, il Mescolamento del mare cosmico è una delle storie più famose e simbolicamente ricche dei testi sacri come il Purana e il Mahabharata. Per mescolare il mare, deva e asura usano il monte Mandara come bastone per mescolare e il serpente Vasuki come corda. Durante il processo, una serie di oggetti e esseri magici emergono dal mare, tra cui la dea Lakshmi, la divina mucca Kamadhenu, e molti altri. Infine, Dhanvantari, il medico degli dei, emerge portando il vaso contenente l’amrita, l’elisir dell’eterna giovinezza.

Nel contesto di questa narrazione, Rahu, che era un asura, quindi un demone, si infiltra tra gli dei per bere l’amrita. Il Sole e la Luna, vedendo l’inganno, avvisano Vishnu, che utilizza il suo disco, il Sudarshana Chakra, per decapitare Rahu proprio mentre l’elisir tocca la sua gola. Pertanto, il suo corpo viene separato dalla testa.

La testa diventa Rahu, mentre il corpo senza testa diventa Ketu. Nonostante la decapitazione, Rahu e Ketu diventano immortali a causa dell’ingestione dell’amrita. Da allora, si dice che Rahu e Ketu cerchino vendetta contro il Sole e la Luna, inghiottendoli periodicamente, il che è la mitologia indù per spiegare le eclissi solari e lunari.

Io ora non so se la vostra fantasia ha già unito i pezzi nel modo in cui lo ha fatto la mia, ma è interessante come questo essere malvagio immortale voglia distruggere il sole portando l’oscurità. Rahu e Ketu sembrano essere Imu e Teach, che in qualche modo incarnano in diversi modi l’oscurità e il male. Che i due possano incontrarsi prima o poi? Ne ho parlato in questo articolo… Teach e Imu potrebbero fronteggiarsi?

Perché questo simbolo è legato alla città di Kumamoto? La storia della famiglia Hosokawa

Il simbolo a nove cerchi è associato al clan Hosokawa, una potente famiglia di daimyō nel Giappone medievale che viveva proprio nel Kyushu, la regione in cui sorge la città di Kumamoto. La famiglia Hosokawa ha svolto un ruolo significativo nella storia giapponese, specialmente durante il periodo Sengoku (Periodo degli Stati Combattenti) e il periodo Edo.

La scelta del simbolo “kuyou” da parte del clan Hosokawa porta con sé vari strati di significato. Secondo alcune fonti, il simbolo potrebbe avere radici nel simbolismo della costellazione della Grande Orsa, centralmente rappresentata dalla stella polare — una guida affidabile per i navigatori e simbolo di costanza e affidabilità. Questa interpretazione si allinea bene con la reputazione del clan Hosokawa come leader capaci e affidabili durante periodi di grande tumulto.

Un’altra possibile spiegazione si trova nel profondo significato numerologico del numero nove nella cultura giapponese, spesso associato alla longevità e alla fortuna. Il simbolo “kuyou” potrebbe essere stato adottato per manifestare il desiderio di un regno duraturo e prospero.

L’influenza cinese, in particolare quella del Daoismo con la sua enfasi sui corpi celesti come manifestazioni del divino, potrebbe avere avuto un impatto sulla scelta del simbolo. Il “kuyou”, in questo contesto, rifletterebbe un universo ordinato e armonioso, con ogni cerchio che rappresenta una divinità celeste e il loro insieme che incarna l’ordine cosmico.

Per quanto riguarda la specifica adozione del simbolo da parte del clan Hosokawa, le fonti indicano che il cambio di forma dell’emblema del clan Hosokawa, al modello “kuyou”, potrebbe legato ad un episodio storico narrato nel “Tadaoki Kou Fuden” dove si legge che Tadaoki Hosokawa, vedendo un mon (emblema) con il design del Kuyou sulla maniglia di un coltello di Oda Nobunaga, si innamorò del simbolo e lo adottò per i suoi vestiti. Nobunaga apprezzò questo gesto e autorizzò Tadaoki a utilizzare il Kuyou come stemma di famiglia.

Quindi gli Hosokawa che scelgono come simbolo di famiglia qualcosa di legato alla famiglia Oda? Oda, ricordiamolo, che è il cognome del nostro sensei… benché in tal caso scritto con dei kanji diversi.

Tra l’altro, Oda Nobunaga fu una figura cruciale nella storia del Giappone, noto per essere uno dei “Tre Unificatori” del paese insieme a Toyotomi Hideyoshi e Tokugawa Ieyasu, quindi non fu un uomo tra i tanti ma una figura fondamentale. Quindi l’albero di famiglia del nostro sensei è legato ad una famiglia ben radicata nella storia del Giappone.

Ma torniamo agli Hosokawa, perché l’emblema del “Kuyou” assunse poi un’importanza cruciale nella storia del clan a seguito di un tragico incidente avvenuto il 15 agosto del quarto anno dell’era Enkyou (1747-1751). Durante una cerimonia, il signore Hosokawa Munetaka fu attaccato e ucciso da Itakura Katsukata, un incidente scatenato da una confusione tra il mon “Kuyou Tomoe” della famiglia Itakura e il “Kuyou Mon” del clan Hosokawa. In seguito a questa tragica svista, il clan Hosokawa decise di adottare il “Hanare Kuyou Mon” per evitare futuri equivoci, aggiungendo anche un mon alle consuete cinque posizioni sul kamishimo, i vestiti formali dei samurai, posizionandolo sul davanti e sul retro delle maniche per una riconoscibilità immediata, una pratica unica conosciuta come “Hosokawa no nanatsu mon” o i “sette mon Hosokawa”.

Secondo le ricerche di Suzuki Takashi, sebbene il “Hanare Kuyou Mon” fosse stato utilizzato dal clan Hosokawa prima dell’incidente di Munetaka, non c’è dubbio che l’evento accelerò la sua adozione come stemma ufficiale della famiglia.

La distinzione tra il “Hosokawa Kuyou Mon” e un generale “Kuyou Mon” utilizzato da altri rami della famiglia o da altri clan rimane un po’ sfumata, richiedendo ulteriori approfondimenti per stabilire con chiarezza le differenze tra le varie versioni del simbolo.

Quello che è chiaro è che la scelta di questo emblema da parte del clan Hosokawa non fu solo una questione estetica o di convenienza, ma anche una risposta a eventi storici significativi, integrando la storia del clan con un simbolo distintivo che portava con sé un potente messaggio di identità e memoria storica.

Per chiudere questa macedonia di storia, c’è un ulteriore personaggio fondamentale della storia giapponese che si lega con gli Hosokawa, ed è nientemeno che Miyamoto Musashi, famoso per essere stato un abile spadaccino, artista e autore del “Libro dei cinque anelli”. Musashi trascorse gli ultimi anni della sua vita nel servizio di Hosokawa Tadatoshi, il daimyō di Kumamoto del periodo in cui fu in vita. Durante questo periodo, si dedicò alla pittura, alla scultura e alla scrittura, compiendo la sua opera più famosa, “Il libro dei cinque anelli”, e altre opere su strategia, tattica e filosofia.

In One Piece, la figura più legata a Musashi Miyamoto è Ryuma, presentato come il leggendario samurai di Wano, le cui imprese riflettono l’archetipo del samurai errante, incarnando lo spirito del bushidō e il maestro della spada. Il legame tra questi due è nella loro maestria della spada e nel loro impatto duraturo nella cultura popolare giapponese come icone del samurai idealizzato. Ma così è legato anche a Kozuki Oden, che con il suo viaggio avventuroso e la sua volontà di aprire le frontiere del suo regno isolato fa il paio con Musashi con il suo peregrinare attraverso il Giappone e le sue filosofie marziali innovative. Entrambi sono ammirati per il loro coraggio, la loro abilità con la spada e l’impatto duraturo che hanno lasciato nella cultura in cui sono immersi.

Ricapitoliamo!

Pertanto, per tirare un po’ le somme, abbiamo un simbolo che abbiamo visto in One Piece in diversi contesti legati ad un passato comune, nella bandiera dei Nefertari, nei simboli degli Shandia che sono legati agli antichi dei Lunaria, nel simbolo del clan Kozuki, nel tatuaggio di Tom-san, la cui famiglia è legata all’arma antica Pluton, nella chiesa di Bartholomew Kuma su Sorbet, il cui simbolo è legato ad una croce greca sulla quale lui prega il dio del sole Nika.

Questo simbolo è legato al concetto di “kuyou” (九曜), che si traduce letteralmente come “nove luci” o “nove corpi luminosi” e si riferisce agli astri vaganti che erano osservabili a occhio nudo nell’antichità e che si muovevano contro lo sfondo delle stelle fisse nel cielo notturno.

I “sette pianeti classici”:

  1. Saturno (土星 – dosei)
  2. Giove (木星 – mokusei)
  3. Marte (火星 – kasei)
  4. Sole (日 – nichi)
  5. Venere (金星 – kinsei)
  6. Mercurio (水星 – suisei)
  7. Luna (月 – getsu o gatsu)

E i due nodi lunari che sono punti di intersezione dell’orbita della Luna con l’eclittica della Terra:

  1. Rahu
  2. Ketu

Questi nove “pianeti” sono legati in una storia della mitologia induista, dove demoni e dei si fronteggiano per trovare e contendersi l’elisir dell’eterna giovinezza. Il demone Rahu si infiltra tra gli dei per bere l’amrita. Il Sole e la Luna, vedendo l’inganno, avvisano il dio Vishnu, che decapita Rahu proprio mentre l’elisir tocca la sua gola, dividendolo in due entità demoniache separate ma ormai immortali, che non faranno altro d’ora in poi di tentare di uccidere il sole e la luna.

Il simbolo a nove cerchi è associato al clan Hosokawa, famiglia di Daimyo di Kumamoto, città d’origine di Eiichiro Oda. Gli Hosokawa sembrano aver assunto questo simbolo proprio in onore del grande daimyo Oda Nobunaga, il cui nome di famiglia è lo stesso del nostro mangaka Eiichiro.

Inoltre, presso questa famiglia servì il grande samurai Musashi Miyamoto, al quale Oda si è ispirato per alcuni tratti dei suoi due samurai più iconici, Shimotsuki Ryuma e Kozuki Oden.

Sappiamo perfettamente che Oda è il re dei mescoloni e dei troll, quindi potrebbe solo aver citato il simbolo degli Hosokawa perché gli ricordava casa sua o perché gli piaceva e basta, pertanto tutte queste faccende potrebbero essere solo un bel contesto che lui ha saltato a piedi pari fregandosene altamente, ma è innegabile che alcuni dettagli siano facili da incastrare nella sua storia, come la storia dei pianeti, la contesa dell’immortalità dove un demone riesce addirittura ad ottenerla, divenendo poi nemico del sole e della luna. Bellissime coincidenze. Possibili strade percorribili.

Voglio però chiudere con una considerazione, sempre cercando parallelismi per capire fin dove Oda si possa esser spinto con citazioni e paragoni. Con il restauro Meiji del 1868, l’antico sistema feudale giapponese fu smantellato, segnando la fine dell’era in cui domini come quello degli Hosokawa a Kumamoto erano governati da daimyō. La transizione da un sistema basato su potenti signori feudali a uno stato centralizzato moderno si manifestò nella riorganizzazione del Giappone in prefetture. In questo nuovo ordine, il potere dei singoli clan fu rimpiazzato da funzionari nominati dal governo centrale, spostando il fulcro dell’amministrazione da strutture locali a un controllo burocratico unificato.

Questo cambiamento rappresenta un parallelo affascinante con il mondo di “One Piece”, dove il Governo Mondiale si pone come entità sovrannazionale che governa una moltitudine di diverse isole e culture. Proprio come il moderno stato giapponese centralizzato ha riunito varie prefetture sotto un’unica amministrazione, così il Governo Mondiale di “One Piece” cerca di unire diversi popoli sotto un’autorità condivisa, benché con metodi e risultati assai diversi, spesso sfumati dalle complessità e dai conflitti di questo universo narrativo.

Considerando che la mia ipotesi più azzardata è che l’antico regno era quello dei Lunaria, un tempo posizionati sopra la Red Line, sulla quale poi si è posizionata la coalizione dei venti regni vincenti in qualità di nuovi dei del mondo, non mi stupirebbe una situazione dove il vecchio simbolo planetario del regno antico, che richiama il culto del dio Nika, il sole, l’astro più potente, è stato poi cancellato e bannato, andando poi a sostituire il simbolo dei nove pianeti con quello del mondo unificato del Governo Mondiale.

Chiaro, oltre ai cenni storici fatti in questo video, il resto è tutta speculazione, e sono sempre il primo a dire che Oda cita ma non copia paro paro con ciò a cui fa cenno. Resta solo che è molto interessante come il simbolo della famiglia dominante della sua città natale sia diventato il simbolo della storia celata del mondo di One Piece. Vedremo come proseguirà il tutto, così che un giorno potremo tirare le somme conclusive e comprendere qual è la vera storia del simbolo dei nove pianeti della famiglia Hosokawa inserito nella storia di Eiichiro Oda.

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