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La Voce di Tutte le Cose” in One Piece: Una Lettura Fenomenologica

del pirata Gabriele "Il Re" Bertoloni

Un articolo di: Christian Cavalli

Chi di noi, leggendo One Piece, non si è mai fermato a riflettere su quanto quest’opera trascenda la categoria del semplice manga d’avventura? Si configura come un’opera stratificata che ci invita a sovraletture e riflessioni profonde su temi universali quali la libertà, l’ingiustizia e il mistero come elemento narrativo portante.

All’interno di questo universo complesso emerge un’abilità che personalmente trovo particolarmente affascinante per la sua natura enigmatica: il “Dono di Sentire la Voce di Tutte le Cose” (termine che preferisco utilizzare per definire questa capacità, data la sua natura ancora non completamente chiarita). Non si tratta di un potere ordinario, ma di una facoltà rara che permette a pochi eletti – come Roger, Oden e Luffy – di comprendere entità non-umane come i Re del Mare, Zunesha e persino i Poneglyph.

Le Manifestazioni del Dono

Il Dono si manifesta attraverso diverse modalità che possiamo osservare nell’opera:

  • Comprensione dei Re del Mare: i possessori riescono a decifrare il linguaggio e i pensieri di queste gigantesche creature marine, normalmente incomprensibili agli esseri umani;
  • Percezione dei Poneglyph: pur non potendo “leggere” direttamente il testo inciso sui Poneglyph, possono percepirne la “voce” e, di conseguenza, il significato intrinseco;
  • Interazione con esseri particolari: la capacità sembra estendersi anche ad altre entità, come Zunesha e altre creature dotate di una propria coscienza.

Definire il “Dono”: Non Semplice Udito, Ma Comprensione Profonda

Qui tocchiamo il cuore della questione. Questa “voce” non costituisce un suono fisico o un linguaggio comprensibile nel senso tradizionale. Non è che Roger senta i Poneglyph “parlare” in giapponese (ipotesi che, se fosse confermata, ridimensionerebbe drasticamente la portata del fenomeno – ma così come la colorazione dell’ambizione con la tonalità degli armamenti serve a noi lettori per la comprensione visiva, probabilmente anche questa rappresentazione ha finalità narrative).

Ma cosa significa davvero tutto questo? Si tratta piuttosto di una percezione profonda e intuitiva dell’essenza della storia o delle intenzioni di ciò che viene “ascoltato”. È l’haki della percezione, che non coincide con la mera osservazione, poiché quest’ultima si limita al solo ambito visivo.

Il ponte con Merleau-Ponty: La Percezione Incarnata

Introduzione al Pensiero Fenomenologico

Maurice Merleau-Ponty, attraverso la sua fenomenologia della percezione, ha rivoluzionato la comprensione del rapporto tra corpo, coscienza e mondo. Per il filosofo francese, la percezione non è un semplice atto mentale di categorizzazione o interpretazione di dati sensoriali grezzi, né tantomeno un processo puramente passivo. Al contrario, egli ci mostra come:

  • La percezione è intrinsecamente legata al nostro corpo vissuto (corps propre), che non è un mero oggetto biologico, ma il nostro modo fondamentale di essere-nel-mondo. Il corpo è il veicolo attraverso cui percepiamo, agiamo e comprendiamo il mondo.
  • Percezione come dialogo: percepiamo il mondo non “dall’esterno”, ma attraverso un’interazione, un dialogo continuo. Il mondo si offre a noi e noi rispondiamo, in una sorta di “chiasma” (un intreccio reciproco) tra il vedente e il visibile, il toccante e il toccato.
  • Il senso prima del concetto: per Merleau-Ponty esiste un senso pre-riflessivo, un’intuizione originaria che precede il pensiero e il linguaggio. Noi “comprendiamo” le cose prima ancora di poterne parlare o concettualizzare: la percezione è già un atto di significazione.
  • Intercorporeità: La nostra percezione è modellata dalla nostra interazione con altri corpi e dal nostro essere parte di un tessuto intersoggettivo

L’Esempio della Casa (o del Cubo)

È proprio questo esempio paradigmatico ad ispirarmi il collegamento con One Piece. Quando Merleau-Ponty analizza la percezione di una casa, il punto cruciale non risiede nell’edificio in sé, quanto nel modo in cui noi lo percepiamo.

Facciamo un esperimento mentale, insieme: quando osserviamo una casa, non la vediamo mai nella sua totalità da un unico punto di vista. Vediamo solo una facciata, un angolo, magari parte del tetto. Eppure non percepiamo una serie di prospettive frammentate, percepiamo direttamente la casa.

Sappiamo che ci sono altre facciate, che ha un interno, una profondità e una stabilità, anche se in quel momento non le vediamo. Ma da dove viene questa certezza? Questa comprensione della “totalità” deriva dalla nostra esperienza corporea e dalla nostra potenziale interazione con essa. Sappiamo che possiamo girarci intorno per vedere gli altri lati, che possiamo entrarci, che ha un “dietro” e un “dentro”. La struttura si rivela a noi non come un oggetto statico e astratto, ma come un polo di significati, un invito all’esplorazione che il nostro corpo è in grado di compiere.

La percezione è intrinsecamente legata alla possibilità del movimento e dell’azione. La casa ci si presenta con un suo “senso”, una sua “presenza” globale, prima ancora che noi analizziamo i singoli dettagli sensoriali (il colore delle tegole, la forma delle finestre). C’è una comprensione pre-riflessiva, un’intuizione della sua struttura e della sua totalità che precede la conoscenza intellettuale.

La “Voce di Tutte le Cose” come Percezione Fenomenologica

Ed è qui che il parallelismo mi ha colpito con forza. Se per Merleau-Ponty la percezione dell’edificio ci dà accesso alla sua totalità e al suo “senso” anche quando non ne vediamo ogni parte, allora il “Dono di Sentire la Voce di Tutte le Cose” può essere interpretato come una percezione elevatissima e amplificata del “senso” o dell’essenza di un oggetto o di un essere, che trascende i canali sensoriali convenzionali.

Riflettiamo su questo: un Poneglyph non è semplicemente un blocco di pietra con delle incisioni, porta con sé una storia millenaria, un messaggio, un “peso” esistenziale. Chi possiede il Dono non “legge” le iscrizioni, ma percepisce la sua intera “storia” o “intenzione”. È come se la sua presenza, la sua “voce” (nel senso merleau-pontyano di ciò che si manifesta al corpo che percepisce), risuonasse nella totalità del suo essere, anche senza vedere o leggere fisicamente tutti i caratteri.

Allo stesso modo, Luffy o Roger non “sentono” parole di un linguaggio particolare dai Re del Mare o da Zunesha: è come se ne percepissero l’enorme e antica presenza, la volontà, il dolore, l’intenzione. La loro connessione intrinseca con il mondo, ma in una forma di comunicazione olistica e non verbale. È la percezione della loro anima o del loro essere profondo, che si manifesta senza bisogno di un linguaggio convenzionale.

Un Problema da Affrontare

Nasce ora un problema fondamentale che mi sono trovato ad affrontare: per Merleau-Ponty, la percezione della “totalità” della casa funziona perché la casa è un oggetto culturale, sedimentato di significati umani, la sua “essenza” è accessibile perché è già inscritta in un mondo di significati condivisi. Ma quando si applica lo stesso schema ad animali come Zunesha o i Re del Mare, si introduce un quesito ontologico problematico. Definiamolo un possibile salto interpretativo.

Mentre un Poneglyph è comunque un artefatto umano (o umanoide) che “parla” da una cultura a un’altra cultura, gli animali rappresentano un’alterità radicale. La “voce” di Zunesha non può essere semplicemente un’estensione amplificata della percezione umana. La soluzione che ho trovato passa attraverso il concetto di intercorporeità: per Merleau-Ponty esiste una forma di comunicazione che precede il linguaggio e si basa sulla risonanza corporea. Non è telepatia o intuizione mistica, ma una forma di sincronizzazione intercorporea: quando due corpi si incontrano, c’è già una forma di “comprensione” reciproca, a livello pre-cognitivo quantomeno.

Non esistono percezioni “neutre” o “oggettive”, per esser chiari: percepisco sempre da qui, ora, in questa posizione, con questo corpo, in questa situazione.

Il “Dono” non sarebbe quindi una percezione dell’essenza metafisica degli animali, ma una capacità amplificata di intercorporeità. Chi lo possiede ha un corpo particolarmente “poroso” o sensibile, capace di entrare in risonanza con ritmi, tensioni, movimenti che normalmente sfuggono.

Con Zunesha, quindi, non si percepisce il “senso” della sua millenaria esistenza, ma le modulazioni corporee del suo dolore, del suo peso, della sua stanchezza – informazioni che il suo corpo gigantesco “emette” continuamente attraverso postura, respirazione e movimento; con i Re del Mare la risonanza con i loro schemi motori, le loro intenzioni di movimento, le loro reazioni istintive.

Dunque emerge una dimensione che ritengo fondamentale: entrare in relazione con un’altra coscienza implica sempre una responsabilità. Il Dono non è solo un potere, ma un modo di essere-con il mondo vivente che comporta conseguenze morali.

È la differenza tra “decifrare” e “dialogare” con il mondo.

La “Voce di Tutte le Cose” non consisterebbe quindi nel sentire un suono, ma nel percepire l’intera “verità” o “essenza” di un’entità attraverso una risonanza profonda con essa, in modo analogo a come percepiamo la totalità di una casa pur vedendone solo una facciata. Il corpo del possessore del Dono sarebbe così finemente sintonizzato da cogliere queste “presenze” che normalmente rimangono silenti per la maggior parte delle persone.

L’idea di Merleau-Ponty del “chiasma” e della “carne del mondo” suggerisce che soggetto e oggetto non sono entità separate, ma fanno parte di un unico tessuto. Il “Dono di Sentire la Voce di Tutte le Cose” potrebbe rappresentare l’espressione massima di questa interconnessione profonda, dove l’individuo si fonde e si sintonizza con l’essenza stessa di ciò che lo circonda, percependo il mondo non come esterno ma come parte di sé. Non si tratterebbe di un superpotere esogeno, ma di una massima espressione della capacità umana di essere-nel-mondo e percepirlo nella sua pienezza.

Un’ultima considerazione finale

Merleau-Ponty ha sviluppato un approccio rivoluzionario alla percezione. Il suo celebre esempio del cubo dimostra come noi non percepiamo mai un oggetto nella sua totalità in un singolo momento, ma lo “costruiamo” attraverso una sintesi di prospettive diverse. Per lui la percezione non è solo un processo cognitivo, ma un rapporto corporeo e pre-riflessivo con il mondo.

Il parallelo con la “Voce” mi appare particolarmente illuminante perché:

  • Contatto diretto: Merleau-Ponty critica l’idea che percepiamo solo attraverso rappresentazioni mentali; per lui esiste un contatto diretto, corporeo con le cose. Similmente, la “Voce” bypassa il linguaggio convenzionale per un contatto immediato.
  • Dialogo pre-linguistico: il filosofo descrive come il nostro corpo sia in costante dialogo con il mondo e con altri corpi. La capacità di Luffy e Roger sembra incarnare proprio questo dialogo pre-linguistico con l’essenza di oggetti ed esseri viventi.
  • Il “sentire” oltre i sensi: sempre a giudizio del luminare, la percezione trascende i cinque sensi tradizionali, configurandosi come un modo di essere-nel-mondo. Il Dono in One Piece sembra rappresentare l’estensione ultima di questa concezione percettiva.

C’è un’eco in attesa in questo manga d’avventura.

La Voce di Tutte le Cose si trattiene tra le pieghe della storia, un mistero che continua a vibrare senza rivelarsi; forse è proprio questa sospensione a definirne l’essenza: ci spinge a dimenticare la fretta di capire e a osservare il modo in cui prende forma. Oltre che nelle cause, la risposta si trova nelle tracce che la narrazione imprime nel lettore.

Un articolo di: Christian Cavalli

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