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Analisi Capitoli by Cenere

One Piece 1193: Autocoscienza(?): L’Eredità di Biblo; Zoro e il primo passo (Kokutō, 黒刀)

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I’m down
Digging through
My old muscles
Looking for a clue.’

– Tool, Forty six and 2

C’è qualcosa di profondamente assurdo — e, se ci pensate un secondo con attenzione, di leggermente straniante — nell’osservare un tipo fatto di gomma, che dovrebbe essere la reincarnazione dell’assoluta gioia cosmica, cercare di staccare la testa a qualcuno con una smorfia che è metà Looney Tunes e metà disturbo da stress post-traumatico.

Il capitolo 1193 ci sbatte in faccia un dilemma che va ben oltre la solita algebra dei livelli di combattimento (quella roba per cui la gente litiga nei forum alle tre di notte): cosa succede quando la tua rabbia umana, disperata e chiaramente non prevista dal manuale d’istruzioni, fa cortocircuito con il Frutto del Diavolo che abiti? Perché il punto è che l’Hito Hito no Mi Modello Nika non è un’arma passiva; ha una sua coscienza — come Vegapunk non perde occasione di ricordarci con quel suo tono da professore universitario prolisso — e sembra quasi rispondere un istante alla disperazione di Luffy.

Il risultato visivo è una roba stridente: Oda desidera che prima o poi il pirata si sieda a fare due chiacchiere concettuali con la volontà di Nika? (magari via Voce di Tutte le Cose, il WiFi spirituale del mondo di One Piece) se vuole raggiungere l’apice del suo stesso potere? .

Ed è un capitolo deliziosamente denso, perché mentre Luffy ci lascia in bilico sulla sua reale percezione di essere il vettore si un Dio, il sensei infila nello sfondo due lezioni di vita collaterali.

Zoro decide di usare Sommers come un manichino da test per allenare l’Haki del Conquistatore. La classe con cui liquidi un duello all’ultimo sangue in un “Tranquillo, sto solo facendo pratica” è il picco di arroganza shonen che tutti segretamente amiamo e basta? No, credo stia intuendo come annerire le spade; Robin e Chopper invece scavano nei meandri della biblioteca di Elbaph, per ricordarci che la Storia con la S maiuscola non è mai un monumento pulito, ma un pasticcio di lettere segrete e traumi generazionali. Se Biblo ha l’anello mancante della memoria cancellata da Imu: la trama orizzontale prenderà il centro del ring per non mollarlo più.
Fa venire i brividi.

Insomma, se c’è una lezione da portarsi a casa dopo questo capitolo — oltre al fatto che non dovresti mai fare arrabbiare uno spadaccino che ti guarda in silenzio — è che persino la Libertà con la L maiuscola ha dei termini di servizio piuttosto rigidi scritti in piccolo. E che prima o poi, se continui a premere il pedale dell’acceleratore emotivo senza capire cosa c’è davvero sotto il cofano della tua anima, il motore ti chiede il conto.

Il che è un modo terribilmente pedestre per dire che One Piece sta smettendo di essere una storia su chi tira il pugno più forte, e sta diventando una storia su quanto ca**o sia difficile rimanere se stessi mentre si prova a salvare il mondo.

第1193話 “練習中”
“In fase di esercizio” / “Sto ancora facendo pratica”

Se il Capitolo 1192 compiva un salto corale nel manifesto etico e viscerale di Usopp, il Capitolo 1193 riporta la narrazione sull’asse del pragmatismo individuale, consegnandoci una de-sacralizzazione fredda e quasi metodica del potere. Il titolo 練習中 (Renshūchū), è un capolavoro di spietata minimizzazione.

Oda rifiuta deliberatamente la lessicografia classica del guerriero. Non usa shugyō (修行), l’addestramento ascetico e spirituale impregnato di disciplina marziale, né attinge a termini bellici solenni. Sceglie renshū (練習), il sostantivo di uso quotidiano, scolastico, quasi domestico: il kanji 練 (ren), che nasce dal gesto di impastare la seta per affinarla e temprarla, incontra 習 (shū), l’atto di fare proprio un insegnamento attraverso la ripetizione grezza. Il tutto è serrato dal suffisso di stato 中 (chū), che indica l’azione attualmente in corso. Non è l’epica della battaglia della vita; è la nota a margine su un registro dei lavori: “Esercizio in corso”.

Nel close reading della tavola, questo slancio si traduce in una geometria visiva spietata. Oda costruisce l’architettura della vignetta sull’asimmetria del terrore: da un lato Sommers, incorniciato da linee di movimento isteriche e spesse, la bocca spalancata in un’espressione grottesca che tradisce la crepe nel suo dogma di immortalità; dall’altro Zoro, disegnato con tratti netti, dritti, quasi statici nella loro precisione anatomica. Le spine “dure come il ferro” che avrebbero dovuto soffocarlo vengono tranciate non con un’esplosione di dinamismo caotico, ma con la nettezza pulita dell’Haki del Re Conquistatore (Haoshoku), reso graficamente come un’esplosione pulita e incontrastabile, che poi… non copre la lama, la avvolge. La punta della spada non cerca la carne per uccidere, ma sfiora il cuore con una freddezza chirurgica, fermandosi a un millimetro dalla fatalità: è il gesto di chi sta misurando la distanza, non di chi sta lottando per la sopravvivenza.

La chiave di volta stilistica risiede nel corto circuito tra l’orrore metafisico del Cavaliere Sacro e la trivialità del registro verbale di Zoro. La battuta pronunciata nel climax — 「悪い、まだ 練習中だ」 (Warui, mada renshūchū da) — lavora per sottrazione ideologica. Quel 悪い (warui) è l’apologia informale, un “scusa” farfugliato a mezza bocca da chi ha appena spezzato l’ennesimo giocattolo intoccabile.

L’avverbio まだ (mada, “ancora”) trasforma la violenza del colpo non in un atto finale catartico, ma in un semplice… test preliminare.

Perforare la barriera divina di Sommers ed eliminare la presunta invulnerabilità dei giganti dell’autorità non viene derubricato a mera routine di laboratorio. L’autorità sacra di Mary Geoise si infrange contro la spaventosa concretezza del pirata: ciò che per la storia è un terrore divino insormontabile, per lo spadaccino di Cappello di Paglia è soltanto un manichino su cui affinare il taglio.

Il Sorriso di Gomma e la Vertigine

‘«Mi hanno dato poteri divini e mi hanno detto che ero finalmente libero. Ma la libertà assoluta non esiste se sei costretto a seguire la sceneggiatura di qualcun altro. Questa non è salvezza, è solo un guinzaglio più lungo.»

Watchmen, Alan Moore & Dave Gibbons (1986)

Se avete mai provato a far ridere qualcuno mentre avevate una rabbia (tale da voler letteralmente frantumare il cartongesso della stanza con la testa), conoscete già, almeno in una forma embrionale e patologicamente ridotta, il dramma neuro-fisiologico che Eiichiro Oda – forse, è una mia speranza – sta inscenando nelle tavole del suo colossale manufatto cartaceo.

(Nota introduttiva: Sia chiaro, ed è una garanzia di metodo che vi devo da cinque anni: analizziamo la tavola senza le raw giapponesi sul tavolo. Laddove l’adattamento occidentale applica inevitabilmente un filtro e un’approssimazione linguistica, noi ci affidiamo alla prova regina che non mente mai: la grammatica visiva e la struttura del racconto).

Guardi la vignetta. La guardi davvero.

Al centro c’è questo ragazzo di gomma, Luffy, trasfigurato in una sorta di divinità zuccherosa ed edonista di Nika, il quale sta letteralmente afferrandosi i capelli con le mani. La convenzione grafica del manga — quella complessa e codificata grammatica dei palloncini che gli accademici della mediazione visiva tendono a banalizzare — ci mostra balloon dai contorni che non sono semplicemente frastagliati: sono letteralmente spasmodici.

«DANNAZIONE, FERMATI!!» «ASPETTA ALMENO CHE FACCIA A PEZZI QUEL TIZIO!!»

Le onomatopee sullo sfondo, quel Dooon (ドワン) che vibra come un organo da chiesa caduto dalle scale e la catena di Aaaaa (あぁぁぁ) che cola lungo il margine sinistro come linfa narrativa sono descrittivismo puro? Spero di no. Spero sia la trascrizione fonetica di un cortocircuito.

Il punto metafisico, ed è qui che la faccenda si fa deliziosamente sinistra per chiunque abbia speso più di vent’anni a seguire le avventure di un pirata che non può nuotare, è che i Frutti del Diavolo in One Piece non sono semplici power-up modulari come le batterie AA nel retro di un Game Boy Color. Hanno una volontà. Una coscienza residua. Vegapunk ce l’ha detto con la freddezza di un docente universitario di chimica organica, ma vederlo applicato… è un’altra storia.

Sarebbe narrativamente bizzarro — se non del tutto implausibile per un autore attento ai dettagli come Oda — pensare che Luffy, per quanto costituzionalmente ingenuo, sognatore e fondamentalmente refrattario a qualsiasi concetto teorico più complesso di una bistecca, rimanga eternamente cieco. La domanda che sorge spontanea al lettore attento è: com’è possibile che non arrivi a una qualche forma di autocoscienza sul fatto di ospitare il frutto di una divinità… pur rimanendo, nel profondo, il solito cocciuto Luffy?

Dopo le criptiche illazioni di Imu e la rivelazione sulla reale natura del Gomu Gomu no Mi, qualcosa potrebbe essersi incrinato nel suo monolito cognitivo. Sta semplicemente spronando il proprio cuore a battere al ritmo dei Tamburi della Liberazione, oppure si sta rendendo conto di essere stato scelto da un’entità divina che ora reclama spazio?

Guardate quel piccolissimo, quasi impercettibile «MH?» isolato in basso a sinistra. Non è una battuta di dialogo standard. Nel codice morfologico del fumetto, quel «MH?» potrebbe essere una crepa. Spero sia la reazione viscerale a qualcosa che accade all’interno prima che all’esterno: l’istante esatto in cui Luffy percepisce una vibrazione, un’interferenza, una presenza che non risponde del tutto ai suoi comandi. La sensazione indistinta che c’è qualcun altro nella stanza della sua testa.

Lo ripeto: è un’opinione personale.
La verità ce la consegna il sensei settimana dopo settimana.

E qui il canone della narrazione smetterebbe di essere un’ipotesi vaga per divenire una prova circostanziale di un certo peso. Perché, siamo onesti: la questione dell’autocoscienza di Luffy non nasce nel vuoto teorico di una fan-theory da insonnia del martedì notte. C’è un precedente biologico-narrativo brutale che non possiamo ignorare, ed è quello che è successo sul tetto di Onigashima. Kaido non lo ha semplicemente “sconfitto”; Kaido gli ha fermato il cuore. Lo ha ucciso. E in quel preciso istante in cui la linea encefalica di Luffy si è appiattita, non è stata la sua pura forza di volontà a riavviare la macchina: è stato il Frutto. Il risveglio del Nika-Zoan è intervenuto come un defibrillatore divino, rianimando il corpo di Luffy dall’esterno (o dall’interno della sua struttura cellulare) e sostituendo il suo battito cardiaco con il ritmo dei Tamburi della Liberazione.

Ora, per quanto il pirata sia un personaggio concettualmente refrattario all’introspezione metafisica, è biologicamente impossibile ignorare l’esperienza di essere resuscitati da qualcosa che risiede nelle proprie viscere. Si avverte proprio questo scarto: la percezione di non essere più l’unico pilota della nave. E vista la potenza soverchiante di Imu: potrebbe bilanciare il divario di potenza.

La domanda che dovremmo porci non è se Luffy parlerà con Nika. La vera domanda è: chi sta parlando in questa vignetta?

Se la natura del risveglio del Nika-Zoan è l’incarnazione della Libertà Assoluta e della Risata, cosa succede quando l’ospite è paralizzato da un odio ferocissimo, purissimo, squisitamente umano? Succede la nevrosi. Il frutto vuole ridere; Luffy vuole distruggere. La divinità vuole ballare il ritmo dei tamburi; il ragazzo di East Blue vuole pulire il pavimento di Elbaph con la faccia di Imu.

È del tutto plausibile che si vada verso un confronto interiore. Non il classico “dialogo nello spazio mentale stile Shonen anni ’90” dove il mostro interiore e l’eroe si scambiano battute ciniche davanti a una gabbia arrugginita. Piuttosto un’incomprensione tragica, un’intervista sul senso della libertà combattuta a colpi di paradossi logici.

Kaido voleva sapere che tipo di re fosse, e che mondo desiderasse.
Il buon Gaban desidera ‘appioppargli’ la santità.
Se Nika desiderasse un contatto, visto che ormai sono indissolubili, avremmo una comica e inarrestabile commedia shonen degli equivoci.

Perché la libertà totale, quando ti viene imposta da una forza mitologica che risiede nel tuo stesso stomaco, somiglia spaventosamente a una prigione.

Biblo, Pensione della Coscienza

«Il passato non è morto. Anzi, non è nemmeno passato. Ci sono luoghi in cui i secoli si accumulano come polvere sui mobili, e basta un soffio d’aria fresca per far riapparire i testimoni oculari dell’inizio dei tempi.»

Requiem per una monaca, William Faulkner (1951)

Al sensei piace giocare con le nostre reazioni.

C’è una cosa singolarmente bizzarra nel modo in cui io (e, sospetto, chiunque stia spendendo minuti preziosi della propria insostituibile esistenza biologica a leggere queste righe) mi ostino a gestire il flusso temporale all’interno di One Piece. Dopo essermi sottoposto per oltre un ventennio a una scansione degli eventi che definire “geologica” sarebbe un eufemismo ottimistico, non appena la narrazione mi mette davanti a un gufo antropomorfo di nome Biblo, vengo colto da questa specie di micro-crisi della pazienza. Desidererei, in pratica, che finalmente il senso degli eventi venga sviscerato subito, senza concedere a Nico Robin nemmeno il tempo di sollevare obiezioni.

L’ironia di fondo dell’intera architettura di censura ideata da Imu e dal Governo Mondiale risiede in un errore di calcolo storiografico ridicolmente banale. Il Governo ha speso ben otto secoli a incenerire volumi cartacei, radere al suolo atolli tramite bombardamenti selettivi e massacrare studiosi a Ohara, partendo dal presupposto che ridurre l’aspettativa di vita media a una settantina d’anni basti e avanzi, per trasformare qualsiasi evento storico in una favoletta distorta per bambini creduloni. E il piano funziona magnificamente, intendiamoci.

Solo che poi la burocrazia statale va a schiantarsi contro una specie biologica di individui alti venti metri con un’aspettativa di vita di quattrocento anni, e l’intero impianto di damnatio memoriae rivela una falla concettuale quasi imbarazzante. L’anziano Jarul ha circa 400 anni. Sommando la sua vita a quella della generazione precedente, appena due sole generazioni di Giganti coprono ben sette secoli di Storia. Per Jarul i tremila anni dei tre passaggi del mondo sono un’era archeologica preistorica, ma l’Antico Regno e la cospirazione di Imu non sono un’astrazione accademica simile all’Età del Bronzo: equivalgono grosso modo a “quella storia che il nonno raccontava dopocena quando era un po’ su di giri e sosteneva di aver visto un tipo fatto di gomma produrre uno strano ritmo con dei tamburi”. Questo, per non parlare quando i giganti sapevano e combatterono al fianco di Nika, come ci mostra il murale delle Tre Ere.
Non sarebbe teoria: bensì memoria orale di seconda mano, il murale ci viene detto inciso da bambini giganti, è plausibile.

Spero sia il motivo perché il gufo Biblo insiste con Chopper e Robin affinché quel sigillo venga spezzato adesso, durante la battaglia, e non dopo — rifiutando con una sorta di olimpica, irritante perentorietà la classica burocrazia del “ne riparliamo a scontro concluso”. Se lì dentro c’è la testimonianza di quella generazione, non parliamo di un vecchio libro impolverato, ma di una prova oculare viva e inconfutabile.

Portarla a galla mentre Luffy combatte significa saldare la profezia del dio del Sole (Nika) inciso nell’Albero Adam con una voce diretta. Sarebbe la scintilla che trasforma uno scontro tra pirati nella resa dei conti con otto secoli di menzogne. Il tempo della pura fruizione contemplativa è finito. La memoria, quando viene stipata per troppe generazioni all’interno di uno spazio ermetico, smette di funzionare come semplice documento e comincia a comportarsi come una munizione a scoppio ritardato.

Se così fosse, se emergesse il passato… nel momento esatto in cui un’intera popolazione di guerrieri affetti da amnesia strategica ritrova la propria continuità storica e riconosce in Luffy la manifestazione vivente di una promessa documentata, la battaglia di Elbaph diventerebbe la prima vera crepa strutturale nel soffitto di un inganno durato otto secoli.

La tragedia di ogni tirannia non è che riesce a cancellare il passato, ma che è costretta a credere che il tempo scorra per tutti alla stessa velocità; finché non scopre, con un terrore del tutto razionale, che da qualche parte nel mare esiste un’isola dove i testimoni oculari dell’inizio del mondo non sono ancora andati in pensione.

Dalla Dignità al Dominio

«La Via del Samurai si trova nella risoluzione del momento presente. Quando l’uomo e la spada diventano un unico corpo e un’unica mente, non esiste barriera al mondo che possa resistere. La perfezione si raggiunge quando non c’è più spazio tra il pensiero e l’acciaio.»

Hagakure (Il libro segreto dei Samurai), Yamamoto Tsunetomo (1716)

Nel fragore incessante di una ciurma composta da salvatori messianici, bugiardi profetici e cuochi arrapati, Roronoa Zoro incarna la forza della presenza silenziosa.

Mentre il mondo intorno a lui parla la lingua dei dogmi, della storia antica e dei destini segnati, il guerriero declina la propria esistenza attraverso l’azione, la disciplina e una sotterranea, feroce meditazione. C’è un’incomprensione di fondo nel modo in cui viene recepito lo spadaccino di Cappello di Paglia: lo si scambia spesso per un mero braccio armato, un esecutore monolitico sordo alle complessità morali del viaggio. La realtà narrativa è l’opposto. Zoro dice poco perché il suo pensiero non passa attraverso la dialettica, ma attraverso il metallo e la percezione etica dell’istante.

È la sintesi perfetta dell’Hagakure (葉隠), il celebre trattato di Yamamoto Tsunetomo sulla via del samurai (Bushidō, 武士道): «Tutto ciò che conta è la risoluzione del momento presente». Zoro vive in questa contrazione temporale. Non è la nostalgia del passato né la proiezione utopica del futuro a muoverlo, ma la responsabilità verso il qui e ora. La sua riflessione è empirica, quasi stoica, ed emerge quando la narrazione richiede di sfrondare il campo dal superfluo per guardare la realtà nella sua forma più spoglia.

Il capitolo 1193 ed il confronto con Sommers spingono questa filosofia verso il suo culmine concettuale e tecnico. Di fronte un Sommers in preda a deliri di onnipotenza che si scherma dietro il dogma dell’invulnerabilità, Zoro risponde con la concretezza della fisica dell’Haki. Ma per comprendere appresso la portata del suo gesto, occorre riannodare i fili di una rivelazione teorica fondamentale per la mitologia delle spade.

Fino ad oggi, nel vasto mare di One Piece, solo due figure sono riuscite nell’impresa leggendaria di trasformare permanentemente una lama ordinaria in una Kokutō (黒刀), una “Spada Nera”: Ryuma, il Dio della Spada di Wano con la sua Shusui (秋水), e Mihawk con Yoru (夜).

L’Annerimento Permanente non è un semplice esercizio di forza o un superamento quantitativo di Haki; è un processo metafisico. Shimotsuki Kozaburo, il leggendario mastro forgiatore di Kuraigana e Wano, lo ha chiarito ad Onigashima: le spade posseggono una propria natura, uno “spirito” instillato direttamente dalla volontà del forgiatore che le ha modellate. Ogni spada ha una personalità (kuse, 癖) — spesso feroce, pretenziosa, famelica — e lo spadaccino ordinario cerca unicamente di domarla o di farsi accettare come “degno utilizzatore” (tekikōsha, 適合者).

Qui si inserisce il ricordo latente dell’addestramento a Kuraigana. Mihawk non ha insegnato a Zoro soltanto a tagliare il ferro; gli ha impartito un comandamento assoluto:

「刃こぼれすら 恥と思え」 (“Considera perfino una intaccatura sulla lama come una vergogna”)

Questo comando, diventato un dogma inconscio nella psiche di Zoro, stabilisce che la spada non è uno strumento monouso, ma un’estensione dell’onore dello spadaccino. Quando si trova di fronte all’armatura biologica ed estensibile di Sommers, la sua risposta non è la furia, ma la misurazione. L’atto di ammantare la lama di Haoshoku Haki per penetrare la difesa del Cavaliere Sacro nasce da una doppia necessità: da una parte, sul piano conscio, abbattere le difese di un corpo immortale; dall’altra, sul piano inconscio, proteggere l’integrità del metallo mentre si trafigge un materiale apparentemente impenetrabile

Se l’Haki del Re Conquistatore è la manifestazione pura della volontà di dominare senza piegarsi a nessuno, l’impiego di questa forza sulle proprie spade cambia radicalmente la natura del legame tra l’uomo e l’arma.

Fino a questo momento, Zoro è stato un utilizzatore “accettato” dalle sue spade — emblematico il caso di Enma (閻魔), che esigeva enormi dosi di Haki per concedere il proprio potere, valutando se il portatore fosse abbastanza forte da non farsi prosciugare. Ma la strada per la Kokutō richiede un salto ulteriore.

Infondendo in modo costante e viscerale l’Haki del Re nella lama, spinto dal comandamento radicato di proteggerla da ogni singola crepa, Zoro compie un atto di riscrittura spirituale, e personalmente spero sia questo il passo per l’annerimento:

  • L’Haki del Re Conquistatore, portato al suo limite di saturazione nel metallo: non basta. A spazzare via la volontà residua del forgiatore (come la natura diabolica impressa da Kozaburo in Enma), deve essere lo spirito di un uomo votato alla spada.
  • La lama smette di giudicare l’uomo. Sottoposta all’impronta spirituale di una volontà che non accetta compromessi, cede.
  • La metamorfosi in Kokutō non è una reazione chimica dell’Haki, ma il momento in cui la spada sceglie autonomamente di legarsi in modo indissolubile al suo unico, vero padrone (nushi, 主).

In questo processo c’è un romanticismo feroce, del tutto affine all’Hagakure. Tsunetomo scriveva che il servizio supremo nasce quando l’individuo si annulla nella devozione alla propria causa, diventando un tutt’uno con il proprio strumento. Per Zoro, annerire una lama non significa forzarla con la brutalità, ma… amarla al punto da pretenderne la perfezione assoluta.

Quando dice a Sommers “Scusa, sto ancora facendo pratica” (「悪い、まだ 練習中だ」), non sta soltanto sminuendo l’avversario. Sta parlando a se stesso. È il dialogo intimo di un uomo che sta ancora imparando a parlare la lingua del metallo, affinché non sia più lui a chiedere alla spada di tagliare, ma sia la spada stessa a desiderare di diventare nera per non spezzarsi mai al suo fianco.


Prima della chiusa, vi lascio il video del Re.
Raramente Gabri si esalta per Zoro, ma oggi… rende allo spadaccino un tributo storico e iconografico, che conduce senza intoppi al significato del suo gesto in capitolo.
Un’argomentazione semplicemente avvincente, Vecchi Cuori:

La Fisica dei Tamburi
e la Lingua del Metallo

Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.

Il capitolo 1193 ci lascia con una certezza quasi spiazzante: le storie migliori non sono quelle che ti danno risposte veloci, ma quelle che ti costringono a guardare meglio dove avevi sempre dato tutto per scontato.

È la magia storta di One Piece: prenderti per mano con la scusa di una scazzottata tra pirati e ritrovarti, una vignetta dopo l’altra, a fare i conti con la memoria, la libertà imposta e la forma del dolore. È l’ennesima dimostrazione di come quest’opera riesca a essere, contemporaneamente, la storia di un ragazzo che vuole semplicemente mangiare carne e un colossale trattato sulla resistenza umana contro le strutture che pretendono di codificarla.

Non ci resta che metterci comodi, conservare la solita e sana dose di scetticismo per le traduzioni d’assalto e aspettare la prossima tavola con rigorosa pazienza, pronti a leggere cosa c’è davvero sotto l’inchiostro. Dopotutto, se otto secoli di menzogne storiografiche stanno per crollare sotto i colpi di una divinità ridicola e di uno spadaccino che sta ancora facendo pratica, il minimo che possiamo fare è goderci lo spettacolo.

Quindi, come sempre…

Godiamoci il viaggio, genti.

‘For a piece
to cross me over
Or a word to guide me in.
I wanna feel the changes’

– Tool, Forty six and 2

Stefano ‘Cenere‘ Potì

Stefano 'Cenere' Potì

Scrittore, blogger, videomaker. La voglia (forse necessità?) di diventare un creator nasce da un imperativo semplice: diffondere la cultura del fumetto, del cinema e della letteratura. Galeotta fu la quarantena, che mi spinse a maturare l'idea di sfuggire alla noia, dedicandomi al campo in cui mi sento più versatile: la comunicazione. Decisi di unire i 13 anni di esperienza in televisione, l'amore per i manga, gli anime e l'universo nerd, insieme alla mia vena ironica, i miei studi e il personale gusto estetico. Le prime live, poi l'incontro con Gabriele il "Re del Bike&Raft". Da allora, ammetto di averci preso gusto. Penso che Emily Dickinson sia stata la più grande poetessa mai esistita, mentre considero Quentin Tarantino la "testata d'angolo anni '90" del cinema. E' il prologo di un desiderio sempre più crescente: pubblicare il mio primo libro o dirigere un film. Magari ci vuole fortuna, ma credo che Seneca avesse ragione: "La fortuna non esiste, esiste il momento in cui il talento incontra l'opportunità".

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