#1189: Cannibalismo Metafisico; 18 Anime; Il Guardiano

Capitolo 1189 Analisi di Cenere

Letto da 682 persone

C’è una guerra in ogni giorno ed è una lunga storia
Questa è la storia di una lunga guerra e la memoria

– Colle der Fomento, Storia di una lunga guerra

Se esiste un motivo per cui il Capitolo 1189 merita un’attenzione precisa, questo risiede nel modo spietato in cui Eiichiro Oda decide di smantellare l’architettura di sicurezza psicologica faticosamente edificata nel corso dell’ultimo decennio.

Il dato grezzo, spogliato da ogni orpello (e l’espressione dato grezzo, in uno shonen, equivale al conteggio dei corpi e alle emissioni spirituali di turno) è che Monkey D. Luffy non viene semplicemente sconfitto: viene de-mitizzato. L’immagine di Imu che imbraccia la Spada del Dio del Mare (Fragarach) inchiodandolo a un albero, evoca senza mezzi termini la Crocifissione: la morte di un Dio.
Il Gear 5, con la sua estetica cartoon e la rivendicata invulnerabilità slapstick, incontra il buio.

E le prende di santa ragione.

Ma la vera operazione concettuale del capitolo si consuma su fronti paralleli.

Il primo è costituito dalle 19 Armi Fondatrici: L’atto con cui Imu estrae gli armamenti dei sovrani originari per distribuirli ai propri subordinati sembra banale distribuzione di power-up da shonen manga. No.
Sta letteralmente armando il presente con il peso del passato.
La lettura lascia affiorare un secondo riverbero: nel ricordo della conversazione avuta il giorno della morte di re Harald, è Shanks a pronunciare per primo la formula «Re del Mondo», riferendola a un nemico che, allora, non aveva ancora un volto.

Filologia del titolo rubato.
È la tecnica dell’obliquo: la corona si nomina prima di poterla guardare in faccia.

L’intervento di Scopper Gaban, arrivato a bloccare l’ Ascia di Xingtian un istante prima dell’inevitabile, è un presagio che trasuda Bildungsroman da tutti i pori : quando il mito moderno (Nika) crolla di fronte all’autorità assoluta, la narrazione è costretta a richiamare i resti del mito precedente (la ciurma di Roger) per evitare il collasso immediato di un’Era.
Impeccabile.

E la ciliegina, nelle parole di Jarul sentiamo la forza di Goethe:
«Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo.»

Dimenticate il solito riassesto temporaneo delle forze in campo, oggi godiamo un punto di singolarità narrativa: la sensazione, quasi fisica, che la storia abbia smesso di giocare con le proprie regole, per iniziare a riscuotere i debiti accumulati in ventisette anni di pubblicazione.

世界の王/Sekai no Ō
“Il Re del Mondo”

世界の王, Sekai no Ō. Tre elementi, una sola architettura sintattica: 世界 (sekai, “mondo”, letteralmente “generazione confinata”, dove 世 indica l’arco di una vita e 界 il limite che la contiene), la particella genitiva の, e 王 (ō, “re”). Il kanji 王 merita la lente dell’entomologo più che quella del lettore occasionale: tre linee orizzontali, cielo, uomo, terra, attraversate da un unico tratto verticale che le tiene insieme.

Il re è chi trapassa i tre piani dell’esistenza e li rende un corpo solo.

Per ottocento anni Mary Geoise ha sostenuto che quel tratto verticale non esiste, che nessuno può cucire cielo e terra, che il trono resta vuoto per statuto. Questo lo conferma Harald, ossia, il ‘comune’ cittadino del mondo in One Piece.

Ogni arma che Imu distribuisce in queste pagine, la Spada dell’Ira consegnata a Sommers contro Zoro, la Lancia del Comando Sacro affidata a Killingham contro Sanji, appartenne ai diciannove re che fondarono il Governo Mondiale ottocento anni fa. Il dettaglio non è arredo ma tesi in forma di oggetto: quelle lame furono presentate al mondo come prova che nessun sovrano supremo fosse mai esistito, la garanzia stessa dell’equilibrio tra pari.

Nella mente le ho immaginate distribuite come carte su un tavolo truccato. L’immagine, da sola, restituisce ottocento anni di narrazione ufficiale in poche vignette.

L’arma con cui il capitolo si chiude, l’Ascia Xingtian, porta dentro di sé un’ironia efficacissima: Xingtian, nella mitologia cinese, è il gigante decapitato che continua a combattere usando l’ombelico come bocca e i capezzoli come occhi, un corpo mutilato che rifiuta di riconoscere la propria sconfitta. Affidare quell’ascia proprio al colpo destinato a essere l’ultimo su Luffy significa scrivere in controluce che nessuna decapitazione, in questa storia, è mai davvero definitiva. Ed è infatti Gaban, comparendo dal nulla come un arto che si credeva reciso, a bloccare la lama.

Il testo si morde la coda prima ancora che il lettore se ne accorga.

Il Bianconiglio Shonen costruisce l’intero capitolo su doppie se non triple sottrazioni, lasciando a noi l’unico compito che conta: distinguere, in un mondo che ha appena scoperto di avere sempre avuto un padrone, chi sta ancora scegliendo di tacere da chi non può più farlo.

18 Anime

«Ma Crono li inghiottiva, non appena ciascuno dal grembo sacro della madre sui suoi ginocchi cadeva, questo pensando: perché nessun altro dei fieri figli del cielo avesse il potere sovrano fra gli immortali.»

– Esiodo, Teogonia

Se c’è una trappola in cui noi lettori (tutti, nessuno escluso) cadiamo con sistemica regolarità, è quella di Scilla e Cariddi: da un lato la tentazione di derubricare ogni scelta d’intesa narrativa a mero espediente tattico (“un altro power-up per allungare il brodo”), dall’altro la sicurezza di aver decrittato l’intera architettura dell’opera con cinque capitoli d’anticipo.

Ma, non oggi.

Sia chiaro fin da subito: vi ricordo che chi scrive non vi spaccia alcuna chiave di lettura privilegiata sulla mente del sensei, né pretende di vendere certezze in un testo che fa dell’ambiguità la propria valuta teorica. Ciò che segue intendetelo come un’ipotesi di lavoro, un “pensiero aperto” lanciato sul tavolo dell’analisi formale.

Perché le 19 spade del Trono Vuoto sono le radice stesse di ogni singolo segreto.

La questione centrale, emersa con una forza nelle tavole recenti, non riguarda tanto il volgare sfoggio di potenza di Imu, quanto la natura metafisica del suo arsenale. Quando lo vediamo estrarre e distribuire le reliquie dei sovrani fondatori — la Spada dell’Ira, la Lancia del Santo Comando, fino all’impiego diretto della Spada del Dio del Mare —, la spiegazione più immediata e superficiale ci suggerisce un’interpretazione collezionistica: un monarca millenario ha conservato le armi dei suoi vecchi alleati come trofei o strumenti bellici.

È un’ipotesi piana, elegante, assolutamente conforme al canone dello shōnen classico.
Tuttavia, risulta curiosamente insufficiente se misurata sulla grammatica visiva a cui Oda ci ha abituati.

Presupposto: L’Hagoromo (羽衣) di Luffy è pura luce, quello di Lucci e Saturn l’esatto contrario. Ma sono identici.

Nerona, invece, porta sulle spalle una proliferazione anomala e polimorfa di cavità oculari e tratti sovrapposti, quasi usciti da un film di Cronenberg. È qui che si inserisce la congettura: e se Imu non fosse semplicemente un custode di armi, ma un recipiente spirituale? Se la convergenza dei diciannove regni originari non fosse avvenuta tramite una confederazione politica, bensì attraverso un atto di cannibalismo metafisico — l’assorbimento letterale dell’anima, dell’essenza o del potenziale bellico dei diciannove re fondatori?

È una dinamica ricorrente in migliaia di manga.
La chiamerei Frattura.
Un buon racconto non progredisce accumulando fatti, ma spalancando baratri logici che costringono il pubblico a rivalutare tutto ciò che credeva di sapere.

Nerona manifesta troppe capacità perché possano essere ricondotte, con immediatezza, a un solo frutto. È quindi lecito domandarsi se possieda un potere capace di assorbire e controllare quello altrui.
Da qui prende forma l’ipotesi di oggi.
Imu manifesta a comando le abilità e le forme dei 19 sovrani assimilati?

Proviamo un rapido ragionamento.
Per oltre vent’anni, il canone di One Piece ci ha raccontato che venti sovrani deposero le proprie spade attorno al Trono Vuoto come giuramento di uguaglianza, con la sola eccezione della famiglia Nefertari di Alabasta. L’aspettativa era un patto di ferro. Ma se Imu avesse tradito la stessa alleanza, la realtà storica ribalta la prospettiva: le spade non furono piantate lì come promessa di non belligeranza, ma come ancore di contenimento. Imu non ha preservato il ricordo dei suoi re; li ha divorati per monopolizzare il potere, e l’assenza della ventesima spada (quella di Lili) spiega il prepotente ritorno in trama di Vivi, una “faglia” o un’imperfezione nella forma perfetta del suo piano.

Imu non ha forse preteso che la principessa sia portata da lui?
Non ha forse fatto a Re Cobra un terzo grado da manuale?

Vediamo se risulta plausibile.
Nel canone del manga, ogni trasformazione radicale risponde a regole precise (il Risveglio dei Frutti, le alterazioni zoan, o le manifestazioni dell’Haki). Quando Imu manifesta stili di combattimento eterogenei e armi che sembrano scaturire direttamente dal proprio corpo prima di essere cedute ai subordinati come Sommers o Killingham, assistiamo a un comportamento unico: Imu non “impugna” la Lancia del Santo Comando, la fa addirittura rilasciare.
E come? Marchiando l’Omen sul prescelto.

Di chi sono gli occhi sull’Hagoromo di Imu, quindi?
Inizio chiedermi se siano quelli dei 19 fondatori.
Come una matrice. Gli occhi multipli che affiorano sulla sua silhouette non sarebbero dunque un dettaglio orrorifico fine a se stesso, ma la spia visiva delle diciannove coscienze storiche stritolate e sottomesse all’interno di un unico organismo sovrano.

Ovviamente, questa rimane una speculazione da prendere con le dovute cautele.
Oda ci ha spesso insegnato che le sue risposte finali sanno essere sorprendentemente più concrete e terrene delle sovrastrutture mentali edificate dai suoi lettori (me per primo).

Ma se l’ipotesi dell’assorbimento dovesse trovare riscontro, ci troveremmo di fronte a una delle decostruzioni storiche più affascinanti dell’intero fumetto giapponese: la scoperta che il Governo Mondiale non è guidato da un dio, ma da un sarcofago ambulante che trattiene dentro di sé il fantasma dei diciannove re che credettero di conquistare il mondo.

Close Reading e Arsenale

«La sovranità assoluta consiste nel potere di dare e annullare le leggi a tutti in generale e a ciascuno in particolare, senza il consenso di alcuno, poiché il sovrano non ha altro superiore che Dio.»

– Jean Bodin, I sei libri dello Stato

Eiichiro Oda non è mai stato un autore nominalmente innocente.

Pescando tanto dalla cultura Pop quanto dalle mitologie più disparate, la scelta dei nomi nel suo grande affresco pirata non risponde mai a una semplice esigenza d’impatto fonetico, ma segue una precisa politica del riferimento: una stratificazione in cui la filologia classica, la demonologia e il mito comparato si fondono per produrre significato.

Le armi dei 19 Fondatori ricadono in questa casistica.

Nel Capitolo 1189 assistiamo all’introduzione di un trittico di armamenti che merita un’ispezione più chiara, per comprendere se tra essi sussista un filo conduttore o se ci troviamo dinanzi a un’eterogenea raffica di suggestioni esotiche:

  1. La Spada del Dio del Mare (Fragarach) — impiegata direttamente da Imu per trafiggere e immobilizzare Luffy
  2. La Spada dell’Ira — affidata a Sommers per neutralizzare la scherma di Zoro
  3. La Lancia del Santo Comando — consegnata a Killingham per opporsi alla mobilità di Sanji
  4. L’Ascia di Xingtian — imbracciata nel finale per l’esecuzione, poi intercettata da Scopper Gaban

Come ormai sappiamo, Oda non attinge a un unico bacino mitologico, ma costruisce un’orchestrazione sincretica. L’alternativa, nel suo caso, sarebbe immaginarlo intento ad aprire libri a caso, puntando il dito a occhi chiusi. Speriamo, per amor di tesi, che non sia questo il metodo.

Nei precedente articolo paragonavo tutte le tecniche di Imu ad una piaga vissuta dell’umanità in epoche diverse, sottolineando come abbia vissuto tutte le epoche, ma non avesse un’origine specifica (un luogo, una città, un continente). Oggi credo di aver capito qual è il filo rosso che unisce tutte le sue tecniche: non l’origine, ma l’intento.

La prima anomalia che balza all’occhio è la frattura geografico-culturale delle fonti.

Prendiamo Fragarach.
Nell’onomastica della tradizione celtica (in particolare nel ciclo dell’Ulster e nel folklore irlandese), Fragarach è la “Risponditrice” o la “Sussurratrice”, la spada forgiata dagli dei per Lugh del Lungo Braccio o Manannán mac Lir, il dio del mare. La sua prerogativa non era semplicemente il taglio, ma una qualità eminentemente giuridica: chiunque venisse ferito o minacciato da Fragarach non poteva formulare alcuna bugia, né poteva muoversi sotto il suo peso. Trasposta nel canone di One Piece, l’associazione di questo nome all’arma che immobilizza Luffy sulla tavola anatomica del capitolo risponde a un parallelismo funzionale: Fragarach è la lama che annulla la risposta, l’arma che “risponde” alla sovversione di Nika imponendo la verità coercitiva del Governo Mondiale.

Al polo opposto del globo mitico troviamo l’Ascia di Xingtian (刑天). Xingtian è una figura chiave della mitologia cinese trascritta nel Shanhaijing (il Libro dei monti e dei mari). L’inserimento di quest’ascia per il colpo di grazia a Luffy — e la sua successiva intercettazione ad opera di Scopper Gaban — spalanca una sproporzione semantica affascinante: l’arma prende il nome da colui che sfidò l’autorità divina e fu mutilato, ma viene ora impugnata dall’Autorità stessa per punire un nuovo ribelle. È la riappropriazione del mito del punito trasformata in strumento di punizione.

Come anticipavo, il filo conduttore che lega queste quattro armi non risiede nella provenienza, ma nella funzione. Ognuna di queste armi rappresenta un attributo della sovranità assoluta così come concepita nella filosofia del diritto divino:

  • La Lancia del Santo Comando è il Diritto di Editto (la legge pronunciata dall’alto che non ammette replica);
  • La Spada dell’Ira è il Diritto di Punizione (il monopolio della forza e della violenza legittima);
  • Fragarach è il Diritto di Giudizio (la coercizione che svela la verità e schiaccia l’eresia);
  • L’Ascia di Xingtian è la Suprema Esecuzione (il terrore riservato a chi tenta di decapitare il re).

Qualunque sia il torto fatto ad Imu, quale che sia il suo passato: Oda vuole assolutamente farlo percepire come la Monarchia Assoluta.

Quando queste armi vengono cedute ai subordinati come Sommers e Killingham, non assistiamo infatti a un atto di delega del potere sovrano: Imu sta investendo i suoi sgherri dell’autorità di “giudicare” e “comandare” in sua vece.

Sapete cosa sarebbe interessante scoprire, e infatti vi invito ad essere attenti negli sviluppi futuri? Se queste armi sono prerogative di autorità assoluta, una domanda rimane: Imu può delegarle a chiunque, o esiste un limite di trasmissione — come per esempio il sangue dei fondatori?

L’intercettazione dell’ascia da parte di Scopper Gaban poi, assume un valore che trascende il puro salvataggio in extremis: bloccando la scure di Xingtian, l’ex braccio sinistro di Roger non si limita a fermare un fendente di metallo, ma interrompe la liturgia esecutiva del Governo Mondiale.

Resta da vedere se la fragile grammatica di questo sistema reggerà l’urto della libertà indisciplinata di Nika, quando quest’ultima tornerà a reclamare la pagina. Persino Kaido, nel suo delirio di forza, cercava solo di misurare la solidità della volontà di Luffy.

Ma Imu non è un ingranaggio: è il vuoto che lo tiene insieme.

Nerona non possiede quella frequenza emotiva che rende la lotta un confronto; non possiede l’imprevedibilità del sentimento che, in ultima analisi, ci rende umani.

La Gabbia Invisibile

«Nessuno è più schiavo di colui che si ritiene libero senza esserlo.»

– Wolfgang von Goethe, Le affinità elettive

Se c’è una cosa che Eiichiro Oda ama fare quando decide di regalare un flashback — e questo in particolare, vissuto e filtrato dallo sguardo stanco ma incisivo di Scopper Gaban —, è ricordarci che la differenza tra un grande condottiero e un cadavere prima del tempo sta tutta nella comprensione della cronologia.

Prendiamo Shanks.

Mentre Loki scotta di rabbia, convinto che una semplice dimostrazione di forza bruta basti a radere al suolo Mary Geoise, Shanks sta facendo il guardiano del tempo. Bandita la classica predica da mentore shōnen, svolge un’operazione di congelamento tattico: “Non è ancora il momento di affrontarlo!”.

Shanks sa benissimo cos’è Imu e conosce fin troppo bene la scala del suo potere (potere che, per sua stessa ammissione, va “oltre ogni immaginazione”). Ma sa anche che la storia non ha ancora maturato le sue precondizioni. Tentare l’assalto ora sarebbe solo suicidio. E il fatto che, poco dopo questo confronto, Il Rosso sia costretto a sconfiggere Loki in mare per poi riportarlo ad Elbaph e farlo incatenare all’albero di Adam dimostra quanto l’incipit della “Profezia” sia per il pirata una fredda equazione politica: se Nika non è pronto e il tabellone non è allineato, chiunque ci provi va fermato.

Con le buone o con le catene.
Basti pensare a come ha affondato la ciurma di Bartolomeo.

Al momento, Elbaph è la scacchiera militare del mondo.

Il Governo Mondiale vuole allungare le mani sul regno dei giganti per il piano finale, non per collezione geografica. Come osserva il Rosso, l’interesse è solo un “mezzo per prepararsi alla Guerra”. Mary Geoise sta ammassando forza d’urto in vista del conflitto totale (quello destinato a ridisegnare i confini del mondo, appunto). Mentre Loki guarda il microcosmo della sua tragedia personale, Shanks osserva la tavola anatomica del pianeta. Il Warland è la roccaforte fisica che la Monarchia Assoluta vuole inghiottire per blindarsi prima dell’impatto.

Ma la battuta che rivela la vera, terrificante natura dell’architettura di Imu non la pronuncia il pirata, e nemmeno il principe.
La pronuncia il vecchio Jarul.

Quando Shanks accenna al “Re del Mondo”, la reazione del vecchio gigante è una combinazione spontanea di sconcerto e ortodossia: “La dottrina del Governo Mondiale proibisce che ci sia un unico re…”.

In quella singola riga di dialogo c’è tutta la tragedia del cittadino comune in One Piece. Jarul è uno dei buoni per eccellenza, non è uno sgherro di Mary Geoise; risulta semplicemente la voce di chi ha interiorizzato ottocento anni di propaganda. L’ideologia del Trono Vuoto ha funzionato così bene da diventare buonsenso. Paradossale. L’anziano cita la “dottrina” come fosse una legge della fisica, del tutto ignaro che quel dogma è soltanto la facciata di compensazione per nascondere la presenza di un monarca assoluto.

Vi riporto la mia frase preferita: come puoi desiderare di essere libero, se non sai nemmeno di essere prigioniero?

La gran parte degli abitanti di questo mondo non percepisce le proprie catene perché il guinzaglio è stato disegnato per sembrare un dogma di pace.

E di fronte a questo inganno monumentale, la rabbia cieca di Loki appare quasi ingenua, mentre l’attesa calcolata di Shanks rivela il suo vero volto: non un semplice temporeggiare, ma l’attesa dell’unica forza in grado di fare una cosa ben più complessa che uccidere un Re — risvegliare chi non sa nemmeno di essere schiavo.

Mi chiedo ancora, quando incontrerà Luffy, se si rivelerà complice o guardiano.


Prima della chiusa articolo, come sempre, vi lascio al video del Re.
Oggi Gabri va di lucidità analitica. Smonta le figure delle spade come fossero un saggio mitologico, sottolineando la fredda matematica della geopolitica che incatena chiunque rischi di far saltare il tabellone prima del tempo.
A voi.

La Copertina Rigida

Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.

Oggi, in questa piega infinitesimale della pagina settimanale, la domanda su Shanks cessa di essere una banale curiosità da forum e acquista finalmente un peso reale.

L’attimo in cui capiremo se ha trascorso vent’anni a proteggere il futuro o se, in fondo, si è limitato a fare da cane da guardia al sogno di un padre putativo.

Credo sinceramente che il sensei voglia lanciare un messaggio a chiunque stia lottando contro un’oscurità reale. La guerra di Elbaph non è che un prisma: la luce entra attraverso la storia di Luffy e Nika, ma l’ombra che proietta sul pavimento è quella della vita vera.

Forse la vera lezione che Oda ci sta sbattendo in faccia — con una ferocia concettuale che farebbe impallidire parecchi romanzieri “seri” da copertina rigida — è che la libertà non è una condizione naturale o un dono calato dall’alto, ma la spaventosa e (a volte) dolorosa scoperta che la stanza in cui abbiamo vissuto fino ad un certo momento non ha mai avuto delle finestre, ma solo dei quadri che raffiguravano il cielo.

Ma se la memoria non mi inganna: una nuova Alba trova sempre una fessura.

Godiamoci il Viaggio, genti

‘C’è un nemico che prende e si divora ogni mio sogno
E c’è un nemico che più lo combatto più ne ho bisogno’

– Colle der Fomento, Storia di una lunga guerra

Stefano ‘Cenere‘ Potì