Letto da 696 persone
‘I believe I can see the future
‘Cause I repeat the same routine
I think I used to have a purpose
Then again, that might have been a dream’– Nine Inch Nails, Every Day Is Exactly the Same
Un vaccino non cura una malattia già presente: la previene introducendo nell’organismo una versione controllata del patogeno.
Il Governo Mondiale non aspetta che i Draghi Celesti incontrino il ceppo originale per averne paura: glielo somministra da bambini, in forma di storia, di leggenda. Una dose calibrata di terrore narrativo che produce immunità alla ribellione e obbedienza immediata. Molto furbi. Da piccolo temevi il Bau Bau perché l’avevi visto, o perché ti insegnarono ad averne timore prima che potessi scegliere?
C’è un tipo di paura che non nasce dall’esperienza. Non serve averla vissuta, non serve averla incontrata: basta sapere che esiste, da qualche parte nel buio, ad aspettare. I Draghi Celesti bambini crescono in cima al mondo, dove le nuvole stanno sotto i piedi e l’acqua che cade dall’alto è foriera di sventura. Crescono con una storia nel letto, la sera, nel mondo inferiore c’è un mostro che riversa la pioggia sulle teste delle persone.
Zaza è un vaccino.
Il Governo Mondiale ha governato per ottocento anni attraverso due strumenti che sembrano opposti e non lo sono, la forza e la narrazione. La prima distrugge ciò che resiste. La seconda impedisce che la resistenza nasca. Imu archivia i nomi, cancella le mappe, riscrive i libri di storia — e nel frattempo, nei palazzi bianchi di Marijoa, qualcuno racconta ai bambini della pioggia come se fosse la fine del mondo. E forse lo è.
Killingham suo malgrado evoca Zaza dai propri incubi, usa la paura come combustibile e allaga un villaggio intero con un gesto solo. Ma la cosa più precisa che Oda abbia disegnato in questo capitolo non è la potenza della divinità (sebbene MMA).
No. È l’istante prima: il cavaliere che spiega atterrito da dove viene quella paura, e chi l’ha seminata.
Il sistema ha prodotto il proprio nemico. E adesso non sa come fermarlo.
第1182話 “ザザ”
ザザ. Due sillabe secche. Nessun qualificatore, nessuna struttura sintattica a sorreggerle, nessun contesto offerto al lettore. Oda scrive il titolo come si scrive il nome di qualcosa che non ha bisogno di presentazioni, perché chi deve sapere, sa già.
E chi non sa, sta per imparare.
Il giapponese ha un’onomatopea precisa per il suono della pioggia battente: ザーザー, zāzā, l’acqua che cade forte, in crescendo quella che non lascia scampo, addirittura quella che trasforma le strade in fiumi nel tempo di uno sguardo. Il sensei prende quella radice sonora, la comprime, le toglie la ripetizione e la durata, e le lascia solo l’attacco. Il rumore prima che la pioggia arrivi. Il silenzio che la precede e che è già, in sé, una forma di preavviso.
Un pensiero lecito, nella tradizione di Nika, i tamburi precedono la libertà. Se la pioggia ha la stessa radice sonora, la stessa qualità di preavviso, la connessione potrebbe rivelare alleanza, chi lo sa, in fondo, i Celesti non ne hanno paura?
Il capitolo non lo dice ancora. Ma un certo mangaka non sceglie i nomi per caso.
Ad ogni modo, i Nobili Mondiali nascono in cima al mondo. Marijoa teme la pioggia: l’acqua lì viene considerata… innaturale. Senza tanti sotterfugi, colleghiamo la debolezza con l’esterno di Imu. Nei palazzi qualcuno ha pensato, a un certo punto, che non bastasse la muraglia o la posizione geografica come forma preventiva. Che servisse qualcosa di più sottile. Una storia. Un nome da pronunciare sottovoce, la sera, perché i bambini capissero che il mondo inferiore non è solo lontano ma pericoloso.
La differenza sta nella posizione gerarchica, per la prima volta.
Non è una leggenda nata dal basso, come quasi tutte. È costruita dall’alto, con uno scopo preciso La figura di Zaza ha sapore di ingegneria sociale. Non serve che i Draghi Celesti capiscano perché la pioggia fa paura, serve che abbiano paura. La distinzione è quella che separa Hobbes da Rousseau: non hanno scelto un contratto, la soggezione è stata indotta. Divide et impera, ma con le storie di spauracchi invece che con le spade.
Il titolo del capitolo agisce come una sentenza capitale emessa contro la stabilità millenaria del Trono Vuoto. Sceglie di evocare la figura della “Divinità della Pioggia” come una ferita nel tessuto della realtà dei Tenryuubito.
La pioggia è, per sua natura, democratica e livellatrice; ignora le bolle di resina e le corone, bagnando il fango e l’oro con la medesima indifferenza.
Collisione Ideologica
«Il tradimento è l’unica verità che resta quando la fede è morta.»
— Arthur Miller
Imu esercita un fascino feroce, primordiale. Il sensei sta costruendo la sua narrativa su di un cardine cognitivo specifico: leggere tra le righe.
Riferito a Ragnir: “Che nostalgia…!!” (Natsukashī na…!!)
Sempre a Ragnir “Tu… sei rimasto lo stesso di allora… stavi aspettando un nuovo padrone, vero?” (Omae wa ano koro no mama… atarashī shujin o machitsuzukete ita to iu wake ka…)
Quasi un’epifania trattenuta, tipica di molti dialoghi drammatici giapponesi. Imu è una figura che sembra custodire un continente sommerso: parla poco, suggerisce più di quanto riveli, lascia dietro di sé vuoti tematici che l’immaginazione riempie per pura inerzia narrativa.
Lo scontro che sta martoriando il suolo di Elbaph nel capitolo 1182 trascende la mera dinamica bellica per farsi scontro tra storie antiche, inconciliabili.
Loki imbraccia Ragnir (Raguniru – ラグニル), un’arma che le vicende ci rivelano essere molto più di un ammasso di ferro e rune. La conferma che il martello abbia “mangiato” il Risu Risu no Mi, Modello: Ratatoskr (Risu Risu no Mi, Maderu: Ratatosuku – リスリスの実 モデル”ラタトスク”) è una scelta semplice ma d’effetto: Oda non sceglie un predatore, ma il messaggero di Yggdrasil, lo scoiattolo della tradizione norrena, trasformandolo da diffusore di discordia a custode di onore e nobiltà.
In mano a Loki, questa “scintilla” mitologica si traduce nel “Fulmine di Ghiaccio” (Hyōrai – 氷雷), un paradosso elementale dove il gelo di Jotunheim e la scarica elettrica si fondono in un’unica, brutale collisione. Vedere Loki scatenare il Raguna “Gōrō” Gokya (ラグナ “鉄雷” 五矢 – Le Cinque Frecce del Tuono di Ferro), scagliando saette gelide che squarciano il cielo, ci restituisce l’immagine di un sovrano che non cerca la vittoria, ma il caos del messaggero.
Dall’altra parte, Imu risponde ancora una volta con una compostezza terrificante, quasi annoiata dalla foga del gigante. La tecnica Tzitzimitl (Tsitsimitoru – ツィツィミトル) evoca le “stelle demoniache” della cultura azteca, quegli esseri che attendono l’eclissi per divorare l’umanità. Quando sussurra “Nisshoku” (日食 – Eclissi), il cielo di Elbaph viene letteralmente consumato da sfere di fuoco nero, l’Omen assume sembianze di un’autorità che ha cancellato secoli di storia.
Il contrasto visivo è netto: Loki è il corpo, il peso, il ghiaccio che crepita; Imu è l’assenza, l’ombra che inghiotte la luce, il fuoco che non illumina ma cancella.
L’apostrofe che scaglia contro il Drago Nero, quel “Uragiri-mono”
(裏切り者 – Traditore)…

… fa capo ad una realtà del Secolo Vuoto che non avevamo ancora potuto ipotizzare. Non siamo davanti alla solita boria del villain shonen, ma a una sorta di memoria liturgica. Quando si rivolge a Ragnir sussurrando “Natsukashī na…!!” (懐かしいな – Che nostalgia…!!), il tempo smette di scorrere linearmente.
La nostalgia del sovrano del Trono Vuoto è la soddisfazione di chi vede un vecchio ingranaggio del destino tornare al suo posto. Imu sorride, un’espressione che non trasmette serenità ma una macabra ebbrezza intellettuale, mentre osserva che l’arma è rimasta “ano koro no mama” (あの頃のまま – Tale e quale a quei tempi), in attesa di un nuovo padrone. Questo dettaglio suggerisce un’alleanza primordiale tra il Dio della Terra e il Messaggero di Yggdrasil, un patto che probabilmente vide Nidhogg e Imu schierati dalla stessa parte prima che la discordia di Ratatoskr — il cui compito mitologico è proprio fomentare l’odio, qui adattato ai termini di One Piece, ovviamente — ribaltasse il tavolo della creazione.
Il fatto che riconosca la natura del fulmine come scontro tra “yuki” (雪 – neve) e acqua suggerisce che il precedente possessore di Ragnir fosse una figura legata a quell’asetticità bianca che Imu sembra ancora ammirare. Se Nidhogg è il “Traditore”, allora la caduta di ottocento anni fa non fu solo una guerra esterna contro i Joy Boy di turno, ma una spietata epurazione interna tra divinità.
Za za, ad esempio, non è nemmeno nominata nell’Halley (abbiate pazienza, tranquilli, le dedicheremo l’intero paragrafo finale).
La rabbia che traspare dai balloon di Ratatoskr, quel rigetto viscerale verso il Sovrano, conferma la teoria della volontà dei frutti: lo Zoan Mitologico non ha dimenticato il peccato originale di Imu, quell’atto di forza che ha strappato l’arma al suo “padrone originale” per condannarla a un’attesa millenaria sotto il gelo di Elbaph. Imu sorride, e vedendolo tradito da un ex alleato, non riesco a darmi spiegazione se non nella sua visione millenaria, il ritorno di Loki e del martello non è una minaccia, ma il completamento di un cerchio (le possibili ipotesi le tratterò nel prossimo paragrafo).

Il sorriso è quello di un demiurgo che ritrova i suoi giocattoli, incurante del fatto che essi siano ormai carichi di un odio che trascende le generazioni. Se Imu sorride di fronte al tradimento, è perché per lui il tradimento è l’unica forma di fedeltà che il tempo non può corrompere: un legame di sangue e memoria che lo riporta all’unica epoca in cui si è sentito vivo.
Cosa può mai significare una congiura, per chi ha esplorato l’abisso della volontà?
Il ritorno dell’eterno?
Quindi, il momento in cui apostrofa Nidhogg definendolo “Uragiri-mono” apre uno squarcio vertiginoso sulla gerarchia del Secolo Vuoto. Non siamo di fronte a un nemico che conquista, ma a un padrone che punisce un servo ribelle. La lotta tra i due è la messa in scena di un parricidio mancato o, forse, della presa di coscienza che il “Dio della Terra” non tollera messaggeri. Se Loki è il rumore del tuono che annuncia il cambiamento, il sovrano è il silenzio assoluto dell’eclissi che lo precede e lo nega. In questa danza di fiamme oscure e saette ghiacciate, Elbaph diventa l’altare su cui viene consumato il sacrificio della sovranità classica.
Agendo in una sfera di pura potenza e memoria, Nietzsche potrebbe spaventosamente chiarire il sorriso che vediamo. Per Imu, il “tradimento” di Nidhogg non rappresenta un’offesa morale, no, assolutamente no, è un semplice evento che accade “al di là del bene e del male”.
Chi impugna il martello del messaggero sta provando a svegliare il mondo, ma chi siede sul trono ha già deciso che il mondo deve continuare a dormire nel buio.
Il 90% dell’Iceberg
«Il suddito ideale del regime totalitario non è il nazista convinto o il comunista convinto, ma l’uomo per il quale la distinzione tra realtà e finzione e la distinzione tra vero e falso non esistono più.»
— Hannah Arendt, Le origini del totalitarismo (1951)
Onde non perdere il filo del ragionamento nel precedente paragrafo, vi scrivo ora, a parte, alcune delle letture che potrebbe suggerire il capitolo.
Imu riconosce Nidhogg. Non come nemico nuovo, ma come qualcosa di familiare che è tornato. Da qui si aprono tre linee. Sono state studiate per rendere inconciliabile un’unica interpretazione, mancano fatti esterni alla trama, ecco perché chiamo il sensei Bianconiglio Shonen.
La prima. Nidhogg era un alleato. Ottocento anni fa, nella guerra che portò alla caduta del Regno Antico e alla nascita del Governo Mondiale, il drago era schierato con Imu — o neutrale, almeno non ostile. Poi qualcosa è cambiato. Niente di certo, ma la volontà dei frutti, come Vegapunk ha spiegato, non è metafora ma meccanismo narrativo reale, allora il portatore di Ragnir ottocento anni fa potrebbe essere stato il vettore involontario della rottura. E Nidhogg il traditore. Chi fu alleato e perché risulta la domanda a cui il manga non ha ancora risposto, e sulla quale è onesto non speculare oltre — ma il fatto che Imu identifichi yuki, neve, come elemento familiare del fulmine precedente, suggerisce una figura bianca, fredda, asettica. Il corrispettivo cromatico e temperamentale di Loki, che è ghiaccio e freddezza, anaffettività.
La seconda. Nidhogg come frutto della volontà è più antico del suo attuale portatore. E qui Rocks D. Xebec entra nella stanza in silenzio, senza bussare. Davy è l’unico personaggio nella storia recente che abbia tentato di rovesciare il Governo Mondiale con una forza abbastanza grande da costringere il futuro Garp e il futuro Roger a combattere dalla stessa parte. God Valley non è ancora stata mostrata nel dettaglio, ma quello che sappiamo è sufficiente: Rocks era abbastanza pericoloso da giustificare un’alleanza impossibile, abbastanza visionario da raccogliere attorno a sé la concentrazione di mostri più alta che la storia moderna del manga abbia mai prodotto — tra cui un giovane Teach, Shiki, Newgate. Nidhogg si guardò bene dallo scegliere un mostro qualsiasi, serviva la persona giusta. Esattamente come per Nika.
Eppure il Dio del Sole e il precedente Drago Nero combatterono, per questo ora viene chiamato traditore da Imu? Non male, è plausibile.
La terza, torna sempre in gioco un nome senza ruolo: Davy Jones. Le rivelazioni legate a Xebec aprono uno spazio in cui Davy non è più solo una leggenda marinaresca ma una presenza reale nell’architettura del Secolo Vuoto. Una figura reale in questo universo, legata al fondo del mare come Nidhogg è legato alle radici di Yggdrasil, allora la simmetria è troppo precisa per essere casuale: due entità ctonie, due forze che operano nelle profondità, entrambe in conflitto con il sistema di controllo che Imu ha costruito in superficie. E Lily Nefertari — l’unica delle immagini che Imu non ha fatto a brandelli, come Vivi — potrebbe essere il nodo che li connette. Il testimone o forse l’arbitro di una guerra tra alleanze primordiali che ancora non abbiamo visto per intero.
Ora il discorso cambia soggetto, non direzione.
C’è da apprezzare che Oda parli di politica in un contesto barbarico.

Questa tavola segna un punto di svolta sottile ma decisivo nella consapevolezza dei personaggi. Lilith non parla più da semplice scienziata o satellite di Vegapunk: dimostra una consapevolezza geopolitica che trascende di gran lunga la scienza pura. Quando pronuncia la parola «Oscurità» — Yami — non la usa come concetto astratto da laboratorio né come metafora comoda da salotto filosofico. La pronuncia come chi ha decifrato il codice profondo del mondo e ne ha individuato il prodotto più inevitabile; un’oscurità generata non dal caso, né da singoli individui malvagi, ma come sottoprodotto sistemico e quasi fisiologico di una gerarchia secolare.
Un sistema che ha fatto della menzogna, della soppressione storica e del controllo assoluto il proprio fondamento strutturale.
È la prima volta, in maniera così esplicita e lucida, che un personaggio — a differenza nostra, che da anni ragioniamo su teorie e indizi sparsi — fiuta sul serio l’esistenza di una struttura esterna e ben più ramificata dei Draghi Celesti. I Gorosei, Imu incluso, non sono più percepiti come l’apice del potere, ma come semplici esecutori, o al massimo come una facciata visibile di qualcosa di infinitamente più antico e complesso. Lilith sta diagnosticando un organismo. Un sistema che ha avuto otto secoli per perfezionare il proprio metabolismo di dominio, producendo oscurità come scarto naturale del suo funzionamento.
Questa è la lezione più inquietante del capitolo: l’Oscurità di cui parla il satellite più che un nemico da sconfiggere in battaglia, è il clima stesso in cui il mondo ha respirato per ottocento anni. Riconoscerla non basta.
È un passaggio sottilissimo, ma decisivo. Ciò che il potere nasconde; è ciò che inevitabilmente produce per continuare a esistere. Un impero fondato sulla rimozione storica genera zone cieche come un corpo malato produce febbre. Richiama, per alcuni tratti, certe intuizioni di Primo Levi quando descriveva i sistemi totalitari non come anomalie improvvise della Storia, ma come dispositivi progressivi di normalizzazione dell’orrore.
Se i personaggi iniziano finalmente a percepire le dimensioni reali della gabbia in cui sono rinchiusi, la lotta non può più limitarsi alla ribellione fine a sé stessa. Lilith ha guardato oltre il buio, rivelando che l’oscurità non è un vuoto da riempire, ma un sistema da abbattere.
Ricordate?
Come fai a desiderare di essere libero, se non sai di essere prigioniero?
L’Idrofobia del Potere
«Chi controlla il passato controlla il futuro. Chi controlla il presente controlla il passato.»
— George Orwell, 1984
Probabilmente nessuno sa la verità.
Corazon lo disse sottovoce. È la frase più onesta che un membro della famiglia Donquijote abbia mai pronunciato, ed è anche la più rivelatrice sul metodo con cui il Governo Mondiale governa da ottocento anni.

L’epifania di Zaza (Ame no Megami – 雨の女神) suona di rigetto. Un ritorno di fiamma psicologico. Quando Kilingham la evoca, lo fa suo malgrado. In parole povere, il terrore che incute questa divinità è così radicato nel subconscio dei Dragi Celesti, che il Cavaliere – preso dall’usare al massimo il suo potere – la vomita fuori involontariamente dal suo inconscio. Quando vuole, Oda è un architetto ineccepibile.
La Dea è la materializzazione di un’idrofobia sociale che attraversa Mary Geoise da ottocento anni.
Dobbiamo tornare al sussurro di Corazon per comprendere la portata di questa assenza.

Quando Rosinante parlava della “D” come del nemico naturale degli Dei, descriveva una contrapposizione che noi lettori avevamo confinato alla sfera politica o del destino. Ma la verità che emerge tra il fango e la pioggia di Elbaph è più profonda: Imu ha costruito il proprio dominio sulla coltivazione scientifica dell’ignoranza. Non è solo il popolo a vivere nell’oscurità, ma gli stessi Draghi Celesti. Se Sharlia non sa cosa sia il Secolo Vuoto, è perché la “calma controllata” dei vertici esige che nemmeno i padroni conoscano la natura delle catene che tengono fermo il mondo. La rimozione di Zaza dal pantheon ufficiale di divinità è l’atto finale di questa censura: se il Dio del Mare è la furia che maledice chi mangia i frutti, il Dio della Pioggia è il silenzio che permette alla vita di nascere.
L’Halley ci racconta di un Dio della Foresta che elargisce i frutti e dell’uomo che, uccidendo il Sole, assurge a divinità. In questo trittico di forze, il Dio del Mare interviene con la maledizione dell’acqua salata, l’elemento che soffoca ma non nutre. Eppure, in questa architettura mitologica manca il perno vitale. Se i frutti del diavolo sono tali, devono pur germogliare da un innesto primordiale, da quegli alberi millenari come l’Adam che sorreggono la volta del mondo.
E cosa nutre l’albero se non la pioggia? Non è il mare a permettere la fruttificazione; il mare uccide la radice. È la pioggia l’elemento che chiude il ciclo millenario, la carezza che permette al Dio della Foresta di partorire i desideri dell’uomo sotto forma di frutti.
Zaza non compare nel libro Halley. Nelle Tre Ere, il testo cataloga un pantheon preciso, con ruoli precisi, con un ordine interno che spiega come il mondo è diventato quello che è. La Dea della Pioggia non c’è. Zaza è l’assenza nel sistema, la divinità che il sistema non ha voluto nominare perché nominarla significava riconoscerla, e riconoscerla significava ammettere una crepa nella struttura ufficiale.
Il Governo Mondiale teme la pioggia da ottocento anni. Forse perché sa, anche senza ricordarlo, che è la pioggia a far crescere gli alberi. E che dagli alberi vengono i frutti. E che dai frutti viene esattamente il tipo di potere che un sistema costruito sul controllo assoluto non può permettersi di lasciare crescere liberamente.
Ovviamente, potrebbe essere tutto il contrario, tenete a mente che le mie sono opinioni personali, considerateli ragionamenti aperti. Quindi, prima di fare voli pindarici basati sul niente, le considerazioni preliminari basiamole sulla paura di Killingham, infatti, Sommers lo riprende: Stupido idiota!! Non dovresti avere così tanta paura!! Non riesci a controllarlo!?
La frase, così riportata, è volutamente ambigua, non lascia intendere se Sheperd rinfacci a Killingham: A – una paura infantile; B – il timore di un MMA creato da lui stesso.
Qui ci viene incontro la confessione di Gunko, ricordate la domanda ‘di cosa hai paura?‘, lei rispose ‘Nika’. Possiamo quindi dedurne un’ipotesi interessante: i Draghi Celesti vengono assoggettati con la paura della D; i Cavalieri Divini vengono addestrati a combatterli, e condizionati con la paura di alcune divinità.
Era una parentesi propedeutica, riprendiamo l’ipotesi.
Se Imu ha spezzato il ciclo. Escludere Zaza significa negare l’origine stessa della vita che non sia sotto il controllo diretto del Trono Vuoto. La Dea della Pioggia incute un terrore atavico a Mary Geoise perché rappresenta l’unica forza che non risponde alla legge della maledizione salmastra? Se il Dio del Mare è il poliziotto che affoga i peccatori, la Dea della Pioggia è la madre che ha nutrito il peccato prima ancora che diventasse frutto. C’è una frattura ancestrale lancinante in questo scenario: un pantheon primordiale che si è scisso prima del Secolo Vuoto, dove alcune divinità hanno accettato il giogo della gerarchia di Imu e altre, come Zaza, sono state relegate all’oblio dei testi sacri, trasformate in spauracchi per i bambini di sangue nobile.
Se Imu ha spezzato il ciclo escludendo Zaza, ha escluso l’origine stessa della vita che non risponde al Trono Vuoto. Se i frutti provengono dalla terra innaffiata dal cielo, allora la pioggia è il legame inscindibile tra l’ambizione umana e la natura divina.
La Dea dimenticata, tornerebbe a innaffiare i semi di una rivoluzione che non ha bisogno di re, ma solo di radici abbastanza profonde da resistere alla tempesta?
Tra le tante ipotesi, non stona l’idea di una guerra del Secolo Vuoto che ricomincia: il tentativo disperato di un’oligarchia idrofoba di fermare un ciclo naturale che non hanno mai realmente compreso.
Ricordiamo Shanks che riversa la sua rabbia su Aramaki.
In questo scontro di divinità cadute e martelli senzienti, la lezione è brutale nella sua semplicità: non si può governare ciò che si teme, e chi teme l’acqua come può sperare di domare l’oceano del divenire?
Come sempre, prima della chiusa, vi linko il video del Re, un contenuto in crescendo tra umorismo, timeline e speculazione intelligente. A voi…
Fear Inoculum
Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.
L’illusione della stabilità si infrange sempre contro la prima goccia di pioggia che non si sa prevedere. Il capitolo 1182 ci lascia così, sospesi in un’umidità che non è ristoro, ma ricordandoci che ogni impero costruito sulla negazione dell’abisso è destinato a essere riassorbito da esso. Se l’Imucrazia è il tentativo di congelare il tempo nel rifiuto egoistico, il risveglio di Zaza e il ruggito di Nidhogg sono la prova che la memoria del mondo ha radici troppo profonde per essere estirpate dal fuoco nero del Trono Vuoto.
Da una guerra per il potere fine a sé stesso, ci viene narrata la ribellione degli elementi contro chi ha osato separare il cielo dalla terra.
Il sorriso di Imu di fronte al tradimento è l’atto finale di un solipsismo divino che ha confuso la solitudine con l’onnipotenza: sorride perché crede di possedere ancora i fili di un passato che invece ha smesso di rispondergli.
Oggi, il cerchio si chiude sulla consapevolezza che il “mondo inferiore” non è più un luogo geografico, ma lo specchio in cui Mary Geoise è costretta finalmente a guardarsi.
E quello che, inaspettatamente, si vede riflesso non è un dio, ma un bambino terrorizzato che prova inutilmente a nascondersi dalla pioggia.
Un naufragio necessario.
Prepariamoci, perché la stasi è finita, e il diluvio ha appena ricevuto un nome.
Godiamoci il viaggio, genti
‘Sometimes, I think I’m happy here
Sometimes, yet I still pretend
I can’t remember how this got started
But I can tell you exactly how it will end‘– Nine Inch Nails, Every Day Is Exactly the Same