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#1180: Dark Time Skip; Omen; Inferi In Fieri

del pirata Stefano 'Cenere' Potì

‘Prick your finger it is done…
the moon has now eclipsed the sun
the angel has spread its wings
the time has come for bitter things’

– Marilyn Manson, Antichrist Superstar

Esistono capitoli che ampliano la storia. Esistono capitoli che la ribaltano. Il capitolo 1180 non fa né l’una né l’altra cosa, bensì, qualcosa di più raro e definitivo: ristabilisce le proporzioni.

Per otto anni, Imu ha governato dal punto più remoto della narrazione. Un’ombra sul trono vuoto, un nome sussurrato nei corridoi di Pangea, una presenza avvertita come si avverte il freddo prima ancora di sapere da dove viene. Il perno invisibile, lo avevo chiamato. Il padrone del mondo che non aveva mai avuto bisogno di scendere in campo perché il destino si era sempre piegato prima del suo arrivo.

Adesso è qui. Ad Elbaph. Con i puntini bianchi del frutto sparsi su tutto il corpo come costellazioni di un cielo che nessuno aveva mai visto dall’interno.

E in meno di un capitolo, senza enfasi, senza monologo, senza la cerimonia che la narrativa shōnen di solito concede ai villain al loro debutto in battaglia, Zoro è a terra con la testa insanguinata. Sanji vola via in un’esplosione. Gerd perde le dita.
I Cavalieri Sacri vengono resuscitati come si ricarica un’arma senza munizioni.

Omen.
Una piccola fiamma nera nel palmo della mano.
Così piccola da sembrare quasi cortese.

La domanda che il capitolo deposita senza risponderle non riguarda solo la superiorità di Imu, quella potenza non appartiene alla stessa tassonomia — è come misurare un terremoto con un righello.
La domanda è un’altra, più scomoda, direi duratura:
“Dov’è il re?”
Perché all’improvviso Imu cerca il principe, e non Luffy?
Quando la priorità è cambiata?

Il peccato originale intravisto dei precedenti capitoli non è più un concetto teologico.
È una figura che semina il panico tra i titani e ti chiede, con voce antica, perché non gli hai obbedito.

Intanto qualcuno, in fondo alla pagina, ha appena nominato Harald chiamandolo padre.
Loki ha Ragnir in mano.
Il cielo sopra Elbaph ribolle di nuvole nere e fulmini.

第1180話「魔気」— Maki / Ōmen

ll presagio. Il segno che precede la catastrofe. Il primo fiato dell’apocalisse.
Ma non solo.

Oggi il sensei ci riserva un dualismo delizioso, e quantomeno denso di significati.
「魔気」
Nella dicitura originale viene rappresentato con furigana, ossia:
オーメン (Ōmen) sopra 魔気.

La traduzione letterale (comprensiva di furigana) è:
‘Omen (Aura demoniaca)’”

La differenza è minima, ma cruciale:

  • 魔気 (maki) significa letteralmente energia/emanazione demoniaca, qualcosa di più atmosferico che fisico. Immaginate un miasma spirituale.
  • La lettura オーメン (Omen) imposta invece una chiave interpretativa occidentale: presagio, segno funesto. I furigana sono piccole indicazioni fonetiche scritte sopra o accanto ai kanji per dirti come leggerli (si, so bene quanto ognuno di voi sia ben informato, lo dico per chi si approccia ai manga di recente). Servono a chiarire la pronuncia… ma nei fumetti fanno qualcosa di più interessante: possono alterare o arricchire il significato.

Quindi il titolo gioca su un doppio registro: non solo un’energia oscura che si manifesta, ma un annuncio di rovina che prende forma. Una sovrapposizione semantica. Il lettore giapponese percepisce entrambe le dimensioni nello stesso istante, quasi come un doppio registro, uno esoterico, l’altro narrativo.

Volete capire come lo intendiamo noi occidentali? È come scrivere
“Tenebra” ma farla leggere “Profezia”. Due parole, un solo punto di fuga.
E nella grammatica dei fumetti, questa scelta è un modo per dirci che ciò che appare come potere è in realtà annuncio. Non solo qualcosa che è, ma qualcosa che sta per accadere.

Riscontri.
Il sensei prende una singola capacità — quella piccola fiamma nera che nasce nel palmo di Imu e che distrugge e risana con lo stesso gesto — e la trasforma in concetto metafisico. Non parliamo di un power-up. Stiamo assistendo alla materializzazione del peccato originale sotto forma di aura. Una presenza che non ha bisogno di urlare per essere riconosciuta. Esiste e basta.

E mentre Imu cammina tra i giganti spargendo questa 魔気, capiamo che il vero orrore non è la forza bruta con cui ha umiliato Zoro e Sanji.
Il vero orrore è la naturalezza con cui la esercita.
Come se quell’aura demoniaca fosse semplicemente il suo respiro. Come se l’intero mondo fosse da sempre immerso in essa, e solo ora qualcuno avesse tolto il velo.

魔気。

Due caratteri e un punto.
Un presagio.
Un avvertimento.
E forse, già, una condanna.

Oda non ha mai avuto bisogno di tante parole per dirci che la fine di un’era è cominciata. Stavolta ne ha usate tre. E bastano.

Come Funziona il Buio?

‘io sono il Tempo che distrugge il mondo, venuto qui per annientare tutte le persone. Anche senza di te, tutti questi guerrieri schierati negli eserciti avversari smetteranno di esistere.’

— Bhagavad Gītā

Il capitolo sembra scritto appositamente per farci pensare che Imu sia sul gradino più alto della scala. Tranquilli, è peggio di così.

Prima di entrare nell’analisi, un distinguo che vale la pena fare con chirurgica precisione, in quanto sui forum internazionali circola un paragone che zoppica, e il rispetto verso la chiarezza richiede di smontarlo.

Oda non sta facendo l’occhiolino a Naruto.

Nel mito shintoista originale — il Kojiki e il Nihon Shoki — il fuoco nero non esiste. Amaterasu è la dea del sole: luce, ordine, fertilità cosmogonica. Il fuoco nella tradizione giapponese appartiene a Kagutsuchi, il dio che nasce dall’unione di Izanagi e Izanami e che alla nascita brucia sua madre fino a ucciderla.
Izanagi, distrutto dal dolore, lo decapita.
Dal sangue che cade dalla spada nascono altri kami. È fuoco cosmogonico (creazione e morte fuse nello stesso gesto) ma non è nero.

Il fuoco nero come tecnica soprannaturale è invenzione di Kishimoto prettamente in Naruto, dove l’Amaterasu del Mangekyō Sharingan produce fiamme inestinguibili descritte come i fuochi dell’inferno. Il mangaka ha preso il nome della dea del sole e ne ha costruito il rovescio esatto: luce solare diventata oscurità assoluta.
L’inversione è deliberata, sedimentata, e porta la sua firma.

Oda conosce Naruto — Kishimoto è un caro amico, non un estraneo. Ma rifugge come la peste le similitudini con altri mangaka, soprattutto con chi gli è vicino. L’Omen non è un’eco dell’Amaterasu di Kishimoto: ha una genealogia propria, che passa attraverso Kagutsuchi, attraverso il concetto di 気 (ki) negativa, e arriva al capitolo 1180 con un percorso autonomo. La domanda interessante non è se assomigli a Naruto.
La domanda interessante è se Oda abbia attinto alla stessa fonte mitologica con un tragitto completamente diverso, o se sia persino un omaggio al suo amico (gli scambi tra i due furono frequenti, rimane storico il Jolly Roger dei Mugi nell’ultima tavola di Naruto). Quindi, conoscendo il sensei, la risposta è favorevolmente plausibile.

Detto questo: come funziona questo potere?

Come potete vedere nelle tavole, l’Omen che colpisce Zoro non è un’esplosione. Appare in forma di un trittico di fiammelle; piccole, precise, lanciate con una mano sola. Nessuna deflagrazione, nessun rinculo. Un colpo di precisione, non un bombardamento. La differenza non è immediata ma il pensiero giunge conseguenziale.
Imu non spara a caso; calibra.

Sta adattando il calibro, esattamente come si monta un compensatore su una Beretta 92FS (ricordate le pistole che Jean Reno impugna in Léon? Rese mastodontiche dai dispositivi alla volata che ne assorbono il rinculo e ne amplificano la precisione nei tiri rapidi).

Il meccanismo è quello di un’arma da fuoco smontata e rimontata con il corpo.
Pollice e indice che si richiudono: questo è l’innesco, il grilletto, anche se si usa una sola mano. Sembra di guardare Spiderman che usa nitroglicerina al posto delle ragnatele.
Il proiettile a forma di demone non esce quando spara a Zoro…


… ma con Hajrudin il gesto cambia, aggiunge la seconda mano, e il risultato è un’esplosione di tutt’altra scala. Imu sta adattando il calibro. Le mani funzionano come dispositivi alla volata: modulano la potenza dell’Omen, ne controllano la dispersione, adattano l’ogiva alla taglia del bersaglio senza che la fonte cambi.

Anche con Sanji il discorso è diverso, e tale differenza è narrativamente precisa. Il cuoco non viene colpito dall’Omen. Viene colpito da un calcio — un calcio ricoperto di fuoco nero, che esplode al contatto, ma resta un calcio. Imu non ha ritenuto necessario usare la tecnica più distruttiva. Ha risposto con il corpo, come si risponde a qualcosa che non richiede lo strumento specializzato. È una scelta che rafforza quanto scritto nell’analisi del capitolo 1179: la forza di Imu è immensa di base, indipendente dal frutto.
Qualora fosse un Nephilim, incrocio non solo di razze, pelle Lunaria, corna di antichi giganti, corporatura che scala con Kuma e Kaido, ma anche di veri e propri Dei.
‘Colui che è’ porta nel corpo una potenza strutturale che il frutto amplifica ma non costituisce.

L’Omen è la manifestazione del frutto.
Il calcio è semplicemente Imu.

Ovviamente esplode comunque, in quanto ricoperto dello stesso fuoco nero.
Sanji è una parentesi sottile che espande il discorso, probabilmente l’Omen possiede anche una applicazione marziale.

La rigenerazione di Sommers e Killingham segue la stessa logica osservativa. Anche per risanare, il sovrano congiunge pollice e indice; lo stesso gesto dell’innesco, lo stesso grilletto. La fonte dell’Omen è appunto nella schiena o negli occhi, in quell’anello nero con pupille che il capitolo 1179 mostrava come decorazione e il 1180 rivela essere un arco di fuoco. Insomma, le mani non generano nulla: indirizzano.
Sono la canna, non la polvere da sparo.
Il fatto che lo stesso gesto serva sia ad attaccare che a guarire non è una contraddizione ma la conferma che l’Omen è energia allo stato puro, anteriore alla distinzione tra creazione e distruzione. Kagutsuchi, che alla nascita uccide sua madre e dalla cui morte nascono altri kami, funzionava esattamente così.

Il fuoco che crea bruciando.

Il capitolo ha pochi dialoghi.
Oda preferisce lo show don’t tell con la coerenza di chi sa che certe verità sono collegate a segreti che ancora ci è vietato conoscere. Quello che il capitolo mostra è la grammatica reale del potere assoluto, il divario che separa Imu da chiunque altro in scena non si misura in termini di Haki o di tecnica.
Si misura in termini cosmogonici, riguarda il ciclo dell’esistenza di un pianeta.

Zoro e Sanji non vengono sconfitti.
Vengono oltrepassati come giocattoli che il tuo cuginetto di 9 anni lascia in soggiorno. Il sovrano del Trono Vuoto non registra la caduta del primo spadaccino del mondo, non si volta a guardare l’esplosione che manda il cuoco a rimbalzare tra le rovine.
Procede. Recupera i suoi pezzi.
Vola verso il prossimo punto della lista con la placidità di un chirurgo che chiude una sutura e passa al tavolo operatorio successivo senza togliersi i guanti. Quella placidità è la cosa più soffocante del capitolo, molto prima che lo sia qualsiasi nuova capacità.

Ha fretta? Si, ma principalmente perché Loki è già lì, in fondo alla pagina, con Ragnir in mano.

La freddezza di Imu è qualcosa di nuovo nel manga. Oda ci mostra cosa resta quando il divino smette di fingere di essere umano: non rabbia, non disprezzo, non soddisfazione. Assenza. Il divario emotivo è lo stesso divario di potere. Entrambi fuori scala.

E lo fa manifestando una semplice temperatura oscura.
Perché l’Omen porta dentro di sé una contraddizione che One Piece non aveva ancora messo in scena con questa nitidezza: a volte, sia il veleno che l’antidoto vengono estratti dalla radice della stessa pianta.

È un archetipo che attraversa culture e millenni senza esaurirsi mai del tutto, come un’idea che il tempo non riesce a consumare perché tocca qualcosa di ancestrale nel modo in cui gli esseri umani pensano alla propria fine.
Prometeo ruba il fuoco agli dei per darlo agli uomini, quella fiamma è insieme dono e condanna, civilizzazione e catena, il gesto più generoso della mitologia greca che si trasforma immediatamente nella punizione più lunga.
Shiva danza nel tandava cosmico, il ritmo della distruzione che brucia il mondo vecchio affinché quello nuovo abbia spazio dove crescere, metro dove il male diventa necessario. La fenice brucia se stessa con la precisione di chi sa già che ritroverà memoria dall’altra parte delle ceneri.

La mente continua a vorticarmi attorno alla peculiarità assoluta di Mu. Poiché non ne conosciamo le ragioni; come nel mito di Shiva, il mondo ‘vecchio’ viene consumato perché ogni forma è transitoria, non perché il male debba compiersi per giustificare il bene. Nella lettura più occidentale il male assume una funzione dialettica. Nel pensiero hindu classico, Shiva non legittima l’oscurità: trascende le categorie di bene e male.

In tutti questi casi il fuoco rifiuta di appartenere a una sola direzione. È il punto esatto in cui creazione e distruzione smettono di essere opposti e rivelano di essere, da sempre, la stessa forza guardata da angolazioni diverse.

Parte di questo ragionamento è già nel nostro DNA di lettori. Ace muore e quella morte ridefinisce Luffy con una precisione che nessun trionfo avrebbe potuto eguagliare. Newgate cade in piedi e quella caduta ridisegna i confini di un’era intera. Robin porta Ohara nel corpo come una fiamma che il Governo ha cercato di spegnere per trent’anni, e ogni anno che passa la fa ardere più forte.
Vita e morte in questo manga non sono mai state variabili indipendenti: si implicano, si trasformano, si inseguono come ombre che camminano sotto la stessa luce.

Il re del mondo le raccoglie entrambe nel palmo di una mano sola.

Quello che il 1180 mostra, senza dirlo appositamente, è che il campo di battaglia smette di essere lo spazio in cui le scelte pesano e si trasforma in qualcosa di più vicino a una partita a scacchi in cui l’avversario, ogni volta che perdi un pezzo, lo rimette semplicemente dove stava. Con la stessa espressione di chi non ha mai considerato che le regole prevedessero un’alternativa.

Questo è il messaggio che il capitolo deposita senza fatica.

Un villain che non teme la morte dei propri alleati perché la morte, nel suo vocabolario, è una parentesi. Una condizione provvisoria, priva della definitività che le conferisce il suo peso nella narrativa comune. Il memento mori che da Orazio in poi ha ricordato agli uomini la propria caducità, su Nerona Imu scivola via come pioggia su pietra levigata da secoli.

Il fuoco che crea bruciando. La morte che dura finché lui decide che duri. Un controllo sull’esistenza così assoluto da non avere precedenti nel canone del manga, e forse nella narrativa shōnen nel suo complesso.

Oda ci ha invitato a fare close reading.
Il messaggio è lì, cristallino, nelle tavole: il divario tra il re del mondo e chiunque si trovi ad Elbaph in questo momento non si misura in termini di tecnica, di Haki, di esperienza accumulata in decenni di battaglie.
Si misura in termini di categoria.
Zoro porta nel corpo le cicatrici di ogni scontro che lo ha portato fin qui, ogni limite superato con quella volontà che assomiglia alla scelta deliberata di non cedere prima che la propria parola venga meno. Sanji ha nei calci la sintesi di tutto quello che è — eleganza, potenza, una fierezza che non si piega.

Imu non è sul gradino più alto della scala.
È la scala stessa.

Fashion Victim

«Tutto ciò che è profondo ama la maschera.»

— Friedrich Nietzsche, Al di là del bene e del male (1886)

Paragrafo-lampo sul lato visivo.
Il design di Imu è semplice nichilismo. Un viso volutamente asessuato, ali nere che sembrano strappate dal più classico dei demoni, macchie bianche sul corpo come punti telegrafici che trasmettono una lingua morta, fiamma nera che nasce dal palmo senza bisogno di gesti teatrali. Oda voleva disegnare un vuoto che ha preso forma.
Ci è riuscito.

E qui, già, scatta il sarcasmo necessario.
Si sprecano, in questi giorni, le definizioni altalenanti che hanno come unico comun denominatore la definizione ‘pazzesca’; peccato però che si alterni tanto alla parola ‘figata’, quanto alla celebre frase di Fantozzi a cui segue la celeberrima ‘92 minuti di applausi!’. Come se la bellezza (o bruttezza) visiva contasse qualcosa. Come se un personaggio diventasse profondo (o meno) solo perché le sue ali fanno bella figura su un wallpaper. Trascurabile. Il design di Imu non vuole esser bello. È spietato.
È la traduzione grafica di una solitudine che ha divorato ogni altra cosa.
Quelle ali non volano: pesano.

Un personaggio diventa profondo dalla storia che porta, non dalle ali che sfoggia.
Loki docet. Teach docet.

De gustibus non disputandum est, intendiamoci, il mondo è straordinario perché vario.

Ad ogni modo, per il momento, di Imu mi basta quel viso da Lady Oscar, soprattutto con quell’espressione perennemente annoiata di chi ha già visto morire tre civiltà e ancora deve sorbirsi i deliri di Luffy.
Per non parlare della sua trascinante joie de vivre, una divinità che cura e uccide con lo stesso entusiasmo di un impiegato delle poste il lunedì mattina.

La Tana del NerConiglio

«Il sole si oscura, la terra affonda nel mare, cadono dal cielo le stelle lucenti.»

— VöluspáEdda Poetica.

In apparenza semplice, questo capitolo offre materiale tecnico sufficiente da riempire un intero semestre di teoria narrativa, vale la pena guardarlo da vicino prima di perdersi nelle ipotesi.

Il primo fatto tecnico è una scena che sulla carta dovrebbe essere drammatica e invece è quasi comica, nel senso più preciso del termine, quella comicità fredda, quasi burocratica, che appartiene solo alle cose davvero terribili.
La scena di Gunko dura tre vignette. Nerona la vede, la fa saltare in aria.
Così, a sfregio.

Con la nonchalance di chi rimuove una notifica fastidiosa dal telefono. Nessun dialogo. Non la punisce, non la umilia, non le concede nemmeno la dignità di un rimprovero. Gunko era un Cavaliere Sacro della Terra Santa, immortale, temuta, costruita apposta per non poter essere fermata, e viene liquidata con la stessa indifferenza con cui si svuota un posacenere.
Due insubordinazioni.
Ossia, due crepe nello stesso ‘strumento’.
Per Imu la logica è limpida come acqua di sorgente: «Non hai più il diritto di esistere».

C’è solo la logica amministrativa di chi ha ottocento anni e ha smesso da tempo di considerare la vita altrui una variabile degna di peso specifico.
È la scena più rivelatrice del capitolo, e passa quasi in silenzio.

Dice qualcosa di fondamentale, nella sua sbrigatività. Se c’è qualcosa che Imu teme, sono i cambiamenti. E Gunko è diventata imprevedibile.

Il secondo fatto tecnico è più complesso, e richiede di fermarsi.
Attaccando Dorry e Brogy, Imu evoca un libro con un pentacolo. Il libro evoca armi moderne. In forma ibrida muta la punta della sua naginata — definiamola così, per amor di definizione — in un cannone, e spara con una meccanica la cui appartenenza si presume sia sempre del frutto, eppure One Piece ha mostrato che ognuno di essi racchiude un singolo potere applicabile, almeno, in ventotto anni.
I pentacoli come portali di teletrasporto.
La capacità di rendere altri immortali.
La possibilità di differenziare almeno tre patti distinti, conferendo poteri che non rientrano in nessuna tassonomia conosciuta.
Il Domi Reversi forzato.
La fiamma nera come materiale esplosivo apparentemente infinito.
E ora Omen — una capacità duplice, simultaneamente distruttiva e rigenerativa, che non sceglie tra le due funzioni ma le esercita entrambe con la stessa naturalezza.

Questo arsenale non si spiega con un singolo frutto del diavolo. Non si spiega con l’Haki, per quanto evoluto. Si spiega, forse, in tre modi.
E nessuno dei tre è rassicurante.

La prima ipotesi: alcune di quelle capacità non sono poteri soprannaturali nel senso che il manga ha sempre usato. Come supponevo in altre occasioni, presumo siano tecnologia antica. Il libro con il pentacolo, le armi evocate, la meccanica ibrida della naginata-cannone; tutto questo ha una qualità diversa, più precisa, più sistemica, che ricorda meno la magia e più l’ingegneria applicata a un livello che il mondo attuale ha dimenticato di aver mai posseduto. Se Imu padroneggia parte della tecnologia del Secolo Vuoto, allora non stiamo guardando un villain potenziato. Stiamo guardando qualcuno che gioca con strumenti che nessun altro sa nemmeno nominare.
Mi vengono in mente le reazioni stordite di chiunque lo veda all’opera.

La seconda ipotesi è più densa, e più difficile da digerire.
Imu come inversione speculare di Nika, non il male che si contrappone al bene, ma il buio che compenetra la luce, la stessa struttura metafisica rovesciata. Nika porta la libertà attraverso il corpo che si trasforma in gioia, modella l’irreale. Imu porta il controllo attraverso un corpo che sembra manipolare la realtà stessa, vita, morte, immortalità, possessione, distruzione, con la fluidità di chi non sta usando un potere ma esercitando una natura. Con la differenza, non trascurabile, di novecento anni di allenamento.
Se Luffy è il Sole, Imu potrebbe essere ciò che esiste nell’assenza del Sole — non semplicemente l’oscurità, ma la condizione necessaria perché il Sole abbia senso.
Due principi cosmologici che non si combattono ma si definiscono a vicenda, e che adesso si trovano, per la prima volta, nello stesso spazio fisico.

La terza ipotesi è quella che preferisco, per ragioni che hanno a che fare con la coerenza interna del sistema-mondo che Oda ha costruito. Ve ne parlavo recentemente.
Un Nephilim, un semidio, nel senso letterale che la mitologia attribuisce al termine, avrebbe poteri di base che un essere umano non possiede, indipendentemente da frutti del diavolo o allenamento.
Una resistenza soprannaturale geneticamente superiore.
Una capacità di ammortizzare e redistribuire la forza che spiegherebbe non solo la potenza offensiva, ma quella superficie quasi geologica con cui Imu assorbe gli attacchi di Zoro e Sanji — non schivandoli, non parandoli nel senso tecnico del termine, ma semplicemente non trovandoli particolarmente interessanti. Nemmeno degni.
Come si ammortizza un Oni Giri di Zoro con la coda, senza cambiare postura, se non si è costruiti in modo fondamentalmente diverso da qualsiasi cosa il manga abbia mostrato finora?

Tre ipotesi. Non si escludono a vicenda, e questa, forse, è la cosa più interessante di tutte.

Quello che il 1180 stabilisce con chiarezza, al netto delle teorie, è che Imu non è semplicemente un villain più forte degli altri.
È una creatura diversa, che opera su un piano dove le regole che reggono tutto il resto non si applicano, o si applicano in modo che ancora non capiamo.

Ma, consideriamo la fretta, l’essere sceso in campo personalmente dopo secoli.
La paura, riflettevo dopo la lettura, è un sentimento prettamente umano.

Dov’è il re?
Quale logica ha seguito Imu per almeno otto secoli?
Cancellare le narrazioni che non controlla prima che diventino storia.

Loki con Nidhoggr è una narrazione che sfugge al controllo.
Un gigante antico che ride con il Dio del Sole sulla testa, armato di un martello che congela e di un frutto che rode le fondamenta, in un’isola che il Governo non ha mai potuto toccare davvero.

Harald è solo il nome scritto sulla porta. Quello che c’è dietro, Nerona lo conosce da molto prima che il principe nascesse.

Imu atterra a Elbaph.
Ha a portata di mano Monkey D. Luffy — Joy Boy incarnato, la luce che ha giurato di estinguere, la variabile che ha fatto saltare Marineford, che ha fatto tremare Egghead, che ha fatto inginocchiare Nerona stesso sotto il peso di un Haki del Re che non sentiva da ottocento anni.
Colui per cui ha ucciso Saturn dei Cinque Anziani, in fin dei conti.
Eppure la prima domanda che Imu pone ad Elbaph non riguarda Luffy.

Riguarda Loki.

Questo è il punto cieco del capitolo.
Il sensei può prendere mille direzioni, ma, volete sentire una ricostruzione basata sul nulla? Attenzione, è solo una teoria personale.

Vale la pena ricordare da dove veniamo. Nella Sala dei Fiori, prima del Levely, Imu tagliò i manifesti di Luffy e Teach, pugnalò la foto di Shirahoshi, e portò con sé l’immagine di Vivi, intatta, rimirata, tenuta come si tiene qualcosa che ancora non si è deciso come usare (o che si desidera). Difatti ordinerà che gli venga consegnata.
Quattro soggetti. Un sistema di priorità chiarissimo: le armi ancestrali, la Volontà di Joy Boy, le minacce al Trono Vuoto. Tutto catalogato, tutto monitorato con la precisione meticolosa di chi ha ottocento anni e non ha mai avuto fretta… perché?

Perché ha sempre avuto tutto il tempo del mondo.

E adesso cerca il principe di Elbaph.

La spiegazione superficiale è disponibile, pulita, quasi soddisfacente: Imu ‘forse’ sapeva che il Drago si trovava ad Elbaph, ma non si aspettava di trovarcelo ancora, in questo momento, in questa forma. Una questione in sospeso, un tassello mancante persino alla memoria di Jarul l’anziano, che pure ha vissuto abbastanza da vedere secoli accadere. Potrebbe essere vendetta amministrativa. Potrebbe essere che Loki rappresenti qualcosa che Imu non può permettersi di lasciare irrisolto, indipendentemente da Luffy.

Ok, il drago e Nika, combatterono. Ma come fini?
Divennero amici?
La loro unione fu temuta dal Re del Trono Vuoto?

Sussiste persino una lettura più profonda. E passa per l’etimologia.

Níðhǫggr. Dal norreno antico: níð, che nella società vichinga indicava il disonore più grave, lo stigma di chi ha tradito il proprio onore, la condizione del villain senza redenzione possibile — e hǫggr, colpire, tagliare, il gesto della spada. Il nome intero: colui che colpisce con odio. Non con forza, non con potere. Con odio. Nella Völuspá, l’Edda poetica, Níðhöggr non è semplicemente un drago che rode le radici di Yggdrasill: è il custode dei cadaveri dei criminali peggiori, di spergiuri e assassini, di chi ha rotto i patti che reggono il mondo. E nel Ragnarök, vola sul campo di battaglia portando i morti tra le ali. Non distrugge il mondo. Lo accompagna nella sua fine.

Oda non sceglie i nomi per caso.

Loki è Níðhöggr — colui che colpisce con odio — e porta dentro di sé, nel corpo e nel nome, una funzione cosmica che precede qualsiasi guerra tra pirati e governo mondiale. È l’incarnazione dell’odio giustificato, della rabbia che ha una causa alle spalle, della forza che rode le radici del sistema dall’interno. Esattamente come nella mitologia norrena Níðhöggr e l’aquila in cima a Yggdrasill sono nemici eterni che non si fronteggiano mai direttamente — separati dalla tensione che lo scoiattolo Ratatoskr alimenta correndo su e giù per il tronco a portare insulti — così Loki e Imu hanno tenuto una distanza che adesso, per la prima volta, si sta annullando.

Ricordate le parole di Gunko?
In ogni caso, sarà la scelta di schieramento dei Giganti, a determinare l’esito di questa guerra‘.

E qui sta il terrore vero, quello che Imu non può permettersi di ignorare nemmeno con Luffy presente.

Perché Nika e Níðhöggr sono già alleati.
Non in questo capitolo, non come decisione consapevole — ma nella logica del campo di battaglia, nella convergenza di due forze che occupano lo stesso spazio e puntano nella stessa direzione. Luffy è la libertà, il sole, la gioia che trasforma il corpo in risata.
Loki è l’odio che ha una causa, la rabbia sedimentata di secoli, la forza che rode le fondamenta del sistema dall’interno. Nella mitologia che Oda ha scelto come substrato di quest’arco, queste due nature non si escludono. Si completano.
Sono i due principi che, insieme, portano al Ragnarök, alla fine non come apocalisse gratuita, ma come ciclo necessario, come l’unico modo in cui un ordine marcio da ottocento anni può finalmente essere rimpiazzato.

Imu lo sa. Lo ha già vissuto. Probabilmente era lì, secoli fa, quando un’alleanza simile mise in discussione per la prima volta il Trono Vuoto.
E se non vi fu, la paura che si verifichi decuplica.

Non ha aspettato anni per chiedere chiarimenti su Harald per poi farlo adesso per caso.
Lo fa poiché non sapeva dove fosse il drago.
Capitolo 1175:

Luffy è a Elbaph. E se Níðhöggr e Nika si allineano, se il drago che porta i morti tra le ali e il dio che trasforma la morte in danza trovano un linguaggio comune sul campo di battaglia — allora il Trono Vuoto non è più una questione di forza.

È una questione di tempo.

E il tempo, per la prima volta in ottocento anni, non è più dalla parte di Imu.

Come al solito, vi linko il video del Re, fossi in voi valuterei una ‘certa osservazione’ su Gaban. A voi:

Coscienza Ignifuga

Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.

“Dov’è il re?”
Elbaph risponde: “Non ne abbiamo.”
Quella frase è una variabile sfuggita ai calcoli di Imu.

Esiste una tradizione antica, e tristemente concreta: il sovrano che abolisce il tempo.
Qin Shi Huang fece bruciare i libri e, secondo cronache posteriori, addirittura mettere a morte gli studiosi perché la storia iniziasse con lui. Augustus trasformò Roma in marmo e proclamò la pax aeterna, mentre le legioni continuavano la guerra lontano dal cuore della repubblica ormai dissolta. Joseph Stalin cancellò i nomi dai registri, le facce dalle fotografie; chi spariva dalle immagini finiva per sparire anche dall’esistenza.

Imu fa lo stesso. Ma con una differenza: loro temevano il passato. Nerona teme il futuro.
La Nuova Alba che Joy Boy aveva promesso e che Roger aveva già intravisto oltre il Secolo Vuoto, quella che Shanks a Wano urlava rabbioso ad Haramaki:
“Davvero temete così tanto l’Alba di una Nuova Era?”

Perché si può bruciare una biblioteca.
Si può riscrivere un secolo.
Ma non si può abolire un’idea che ha smesso di aver bisogno di corone per esistere.

Godiamoci il viaggio, genti

You built me up
with your wishing hell
…’

– Marilyn Manson, Antichrist Superstar

Stefano ‘Cenere‘ Potì

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