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#1176: Reattori Universali; il Punto Cieco di Imu; Wendigo

del pirata Stefano 'Cenere' Potì

Oh no, not me
I never lost control
…’

– David Bowie, The Man Who Sold the World

Quanto vale un corpo che non appartiene più a se stesso?

Il Domi Reversi, fino a questo capitolo, era stato trattato come un problema tattico.
Oda lo ribalta in problema morale. Dorry e Brogy recuperano la lucidità per un istante, quanto basta per scegliere di colpirsi a vicenda con intenzione omicida. Vedetela così: è la forma più alta di autonomia che i due giganti possano esercitare dentro una gabbia altrui. Il corpo come ultimo territorio libero, anche quando l’unico modo di rivendicarlo è distruggerlo.

Oda, che conosce la letteratura epica nordica quanto basta per non citarla pedantemente, costruisce qui qualcosa di più vicino alle saghe islandesi che allo shōnen canonico.
La morte non come sconfitta, ma come atto autoriferito di libertà.

La rivelazione che segue — chi muore sotto il controllo del Domi Reversi guarisce completamente, libero — potrebbe sembrare un deus ex machina. Ma non lo è. È una risposta strutturale a tutto l’arco narrativo di Elbaph se osserviamo la logica interna, per capitoli interi si contempla la domanda su quanto i giganti resistessero alla corruzione. Ora si chiude il cerchio con simmetria precisa: il potere che ribalta può essere ribaltato.

La simmetria è troppo precisa per essere casuale; potrei parlarvi di morte violenta, ma preferisco un messaggio edificante, secondo la mitologia norrena solo un atto di coraggio e valore poteva farti abbracciare dalle valchirie.

Certo, il modo di aggirare il Domi Reversi ha spiazzato non pochi lettori, ma proprio per questo vi dedicheremo un intero paragrafo.

Su questo sfondo, Killingham umilia Jinbe per la sua natura di uomo pesce — con quella particolare crudeltà ideologica dei Celesti. Il Cavaliere Sacro porta un’ampolla sulla testa per non respirare la stessa aria: razzismo ridotto a oggetto.
Sanji non risponde con un discorso; risponde con il Concassé, e quel calcio rompe l’ampolla con la stessa efficacia con cui rompe l’argomento. Classe e potenza.

Nel frattempo, il Gyojin Karate Ōgi: Buraikan (魚人空手「奥義」武頼貫) di Jinbe e il nuovo Strong Dexter di Franky agiscono in doppia pagina, con quella sincronia che Oda riserva ai momenti in cui vuole farti sentire il peso fisico dell’impatto prima ancora di capirlo razionalmente. Il lindworm MMA non è un avversario memorabile; è una funzione narrativa. Di memorabile vediamo solo due guerrieri fare a pezzi gli incubi dei bimbi.

La doppia pagina finale è la vera dichiarazione del capitolo. “Possiamo semplicemente andarci pesante?” chiede Zoro — e la risposta è sì, perché i giganti guariscono, perché la morte qui è reversibile, perché per una volta la violenza non richiede misura. Zoro, Dorry, Brogy, Hajrudin e Stansen sorridono con quella malizia serena che appartiene solo a chi è finalmente autorizzato a… non trattenersi.

Ci piace? Sì. E parecchio.

A Testa Alta

Come di consueto, l’elzeviro si sofferma sul significato del titolo del capitolo.

Hokori takaku — “Con orgoglio alto” o meglio “A testa alta”, con quel punto finale che in giapponese dà alla frase un peso definitivo, quasi lapidario.
(Inciso: In giapponese il punto fermo si chiama kuten — letteralmente “punto di frase”. Graficamente è un piccolo cerchio: 。
Nei titoli giapponesi, il kuten non si usa quasi mai. Un titolo è per definizione una denominazione, non una frase compiuta — non richiede punto finale, esattamente come in italiano non scriveremmo mai “Il Padrino.” con il punto.)

Questo sintonizza anche la lettura della doppia pagina finale — Zoro, Dorry, Brogy, Hajrudin e Stansen che sorridono pronti a combattere oltre dichiarare il loro orgoglio, stanno semplicemente essendolo.

La distinzione è tutto.

Se la grammatica è un mosaico, la punteggiatura è l’arte di disporne le tessere. Osservate i fatti del capitolo, in successione.

Il titolo non appartiene a un personaggio solo — è distribuito su tutti, come una luce che cade in modo diverso su ciascuno. Dorry e Brogy lo incarnano nella forma più estrema, scegliere di farsi del male a vicenda, lucidamente, per tornare a essere umani.
Non perché avessero capito il trucco, ma per devastante coerenza morale: Meglio morti e liberi che vivi e controllati.
È un atto di dignità.

Sanji lo porta in una direzione opposta e complementare, non serve una spiegazione per difendere Jinbe, basta un calcio preciso e il silenzio dopo.
Franky, potenziato da una tecnologia che finalmente lo tratta come merita, entra in scena con quella leggerezza che appartiene a chi non ha più niente da dimostrare.
Persino Zoro non sbraita, non arringa — sorride.

Hokori takaku non è un titolo che descrive il climax del capitolo; è la condizione che lo rende possibile. Oda lo piazza lì, con quel punto fermo, come a dire che certe cose non richiedono spiegazioni.
Bastano.

Una liberazione che costruisce con cura quasi sadica, ha tenuto i suoi guerrieri migliori in catene per capitoli interi, e adesso apre la gabbia con un sorriso. Il titolo sigilla tutto.
L’orgoglio non come sentimento astratto.
È carne.
È osso.
È la materia di cui sono fatti Dorry, Brogy, Sanji—e chiunque scelga di cadere piuttosto che essere usato.

Capovolgere il Capovolgimento

Anzitutto capovolgiamo – per una volta, il metodo – introduzione prima della citazione, ovviamente, tralasciate il ‘Wendigo’. Qui conta il concetto.
Datemi fiducia, ne varrà la pena.

Boyd: Martha, devo parlarti. Devo… il Wendigo. Devo sapere come fermarlo. Ho bisogno del tuo aiuto. Mi dispiace per tuo fratello, ma io… Martha, come si fa… come si ferma?

Martha: Non si ferma! Hai mai dato qualcosa di te stesso? Il Wendigo mangia. Deve mangiare sempre di più, mai abbastanza. Prende… prende tutto! Non dà mai niente! Per fermare il Wendigo devi dare te stesso. Devi morire.

C’è una critica che circola nei forum con la sicurezza – fondamentalmente, non errata – di chi ha trovato un difetto strutturale: il Domi Reversi sarebbe troppo facile da sconfiggere. Basta uccidere il gigante controllato, e tutto si risolve.
Una lettura che ha il pregio della semplicità e il difetto di ignorare il contesto.

Il primo livello che sfugge è culturale, e non è secondario.
Dorry e Brogy sono giganti di Elbaph — il che significa che Oda li ha costruiti dentro una cosmogonia norrena precisa, con le sue gerarchie morali, le sue promesse, i suoi codici di morte. Per un guerriero vichingo, morire bene non è un optional: è la condizione stessa dell’onore. Il Valhalla non è riservato solo a chi cade in battaglia contro un nemico esterno — accoglie chi affronta la morte con coerenza, chi sceglie il sacrificio volontario piuttosto che vivere nel disonore.
Nella Gautrek’s Saga, una famiglia intera si getta da una scogliera per raggiungere Odino. Per principio. Dorry e Brogy, quando scelgono di colpirsi a vicenda, non sanno che sopravvivranno. Non lo possono sapere. Scelgono la morte perché l’alternativa — vivere controllati, uccidere innocenti, tradire ogni giuramento che li tiene in piedi — è inaccettabile. Riflettete un istante, vi sembra ancora un escamotage narrativo?
Oppure un autosacrificio assoluto, nella forma più coerente con chi sono?

Il secondo livello è meccanico, e il sensei lo ha costruito con quella precisione nascosta che caratterizza i suoi sistemi migliori. Il Reversi — il gioco da tavolo a cui il potere di Imu si ispira esplicitamente — funziona su una logica precisa: le pedine catturate vengono ribaltate, cambiano colore, restano sulla scacchiera.
Se le catturi di nuovo, tornano al colore originale.
Non eliminate ma restituite.
Il Domi Reversi replica questa simmetria in modo speculare. I giganti controllati sono pedine ribaltate — cambiano colore, giocano per il nemico. La morte del gigante è il ribaltamento inverso, la pedina torna al colore originale, torna libera. A chi critica la “facilità” della soluzione, in un primo momento sfugge che la stessa è il gioco. In parole povere, la regola fondamentale applicata al contrario.
E come nel Reversi autentico, catturare molte pedine in fretta è un rischio strategico — più giganti controlli, più sei esposto al ribaltamento a catena. La debolezza di Imu potrebbe essere la vulnerabilità strutturale di chi gioca troppo aggressivamente.

Il terzo livello è filosofico, ed è quello che rende il Domi Reversi qualcosa di più di un potere narrativamente comodo. Ma prima, un dettaglio tattico che illumina il metodo di Imu. Un pedone non ha la potenza e la versatilità di una torre o un alfiere, esattamente come Dory e Brogy non sono minimamente al livello di uno Xebec o un Harald.
La differenza è semplice ma abissale, i primi due giganti li capovolge lasciandoli in balia del pilota automatico della cattiveria, mentre Rocks e il Re Vichingo hanno una ambizione troppo forte: vanno monitorati.
E ora un dettaglio, quella sfumatura che tutti confonde, ossia, il metodo.
Senza distinzione, Harald, Xebec, Dorry e Brogy parlavano con cattiveria, come demoni, i primi due alternavano momenti di lucidità in virtù di una volontà smisurata, i secondi sono stati ‘scossi dal torpore’ dopo l’ingaggio di Zoro. Ma erano comunque tutti malvagi.
Ragionate su come avvenne, i vichinghi di Little Garden furono ‘rovesciati’, ma il Re di Ebaph aveva il Marchio, Xebec poi… fu addirittura trafitto.

Da quel che sappiamo ‘ora’, al Re del Trono Vuoto basta il ‘contatto’.
Da qui, il resto dell’argomentazione promessa.

Imu non usa la forza bruta. Non trasforma i giganti in macchine da guerra insensibili, almeno, non solamente. Li lascia consapevoli quel tanto che basta per soffrire, e poi li costringe a colpire chi amano. Prende l’affetto — la cosa più solida che Dorry e Brogy hanno, quell’amicizia centenaria costruita su una disputa che non ricordano nemmeno più — e lo trasforma in arma. Questa è la definizione precisa di male luciferino: non la creazione del male dal nulla, ma la perversione di ciò che è buono. Lucifero, nella tradizione dantesca corrompe. Imu fa lo stesso. E la trappola psicologica che costruisce è miserabile proprio perché nessuno, istintivamente, penserebbe “uccidi il tuo migliore amico” come soluzione. La mente cerca ogni altra via d’uscita — la fuga, la negoziazione, il sacrificio di sé contro il nemico esterno.

L’impensabile rimane impensabile finché non è l’unica cosa rimasta.

Rimane una domanda che i lettori più attenti si pongono con ragione: se il Domi Reversi conferisce una forma di immortalità ai controllati, come hanno fatto Dorry e Brogy a ferirsi realmente? La risposta più plausibile — e Oda, com’è nel suo stile, la lascia implicita piuttosto che spiegarla — è che il momento in cui i due giganti recuperano abbastanza coscienza da scegliere, sia lo stesso momento in cui il controllo di Imu si incrina. Non completamente, non abbastanza da liberarli ma abbastanza da inibire il flusso del potere, inclusa la componente che li rendeva indistruttibili.
Una finestra brevissima.
La usano per fare l’unica cosa che nessun essere controllato farebbe mai. È plausibile. E in un manga che ha costruito sistemi di poteri basati su onore, rispetto e amicizia per vent’anni, direi sufficiente.

Hokori takaku. A testa alta. Con il punto fermo.

Ho scelto il Wendigo come figura d’apertura di questo articolo — e la citazione iniziale viene da L’Insaziabile, capolavoro di Antonia Bird del 1999, uno dei rari casi in cui Hollywood ha trattato il mito nativo americano con qualcosa di simile al rispetto.

Martha (una nativa) lo dice a Boyd senza mezzi termini: per fermare il Wendigo devi dare te stesso, devi morire. Boyd è un soldato codardo, tutto il contrario di un guerriero vichingo, ma ‘contaminato’ tanto quanto i due vichinghi — eppure alla fine dà la vita, e in quella morte trova qualcosa che assomiglia alla redenzione.

Dorry e Brogy “muoiono” senza sapere di salvarsi, e quella morte li restituisce a se stessi, liberi. Scenari identici. Il parallelo mi è sorto naturale, persino poetico.
È che certe storie, quando sono costruite bene, trovano le stesse forme indipendentemente dalla latitudine. Il Wendigo mangia, prende, non dà mai niente. Imu funziona esattamente così. La risposta, in Elbaph come nel film della Bird, è la stessa: dare se stessi.

Chiunque trovi tutto questo “troppo facile” forse cerca una difficoltà diversa — quella tecnica, quella degli scontri calibrati al millimetro.
Ma Oda, qui, ha scelto la difficoltà più antica.
Quella morale. Ed è sempre la più costosa.

Inchiostro&Cenere

‘Dove si bruciano i libri, si finisce per bruciare anche gli uomini’

– Heinrich Heine

C’è qualcosa di comico, e insieme di rivelatorio, nel momento in cui Lilith guarda Franky — corpo da Pacifista, struttura interna che farebbe invidia a qualsiasi ingegnere della Marina — e realizza che quell’uomo va avanti a… cola.
Cola normale, quella che si compra in bottiglia, quella che si porta in un frigo da spiaggia. Il volto di Lilith dice tutto senza dire niente: è la faccia di chi ha appena scoperto che un motore da Formula 1 gira a benzina da tosaerba.

È stupore puro, quasi affettuoso.
E in quello stupore, Oda comprime vent’anni di Franky in una sola immagine.

Perché il cyborg, diciamocelo, è sempre stato un genio che si accontenta. Zero pigrizia, zero mancanza di visione — azzarderei una fedeltà quasi sentimentale alla propria natura di essere costruito a mano, rattoppato, autosufficiente.
Fin da Water Seven, la cola nel petto era già metafora, l’energia che lo muove è rozza, immediata, popolare. Non raffinata. Non aristocratica. Franky non è mai stato un Vegapunk — semmai un (eccellente) artigiano, nel senso più nobile e più limitante del termine.

L’ODC di Lilith, l’OmniDrain Converter estratto dalla scatola di Vegapunk come un bisturi da una valigetta chirurgica, è un salto di paradigma. Una macchina che assorbe l’energia ambientale — Elbaph, come ben sappiamo, isola di forza primordiale, ne è letteralmente satura — e la converte in qualcosa di utilizzabile. Lilith usa l’ODC per spegnere l’incendio della scuola aspirando tutto il calore: il fuoco scompare, la scuola si congela, la biblioteca si cristallizza in un istante. Poi trasforma quell’energia termica in super heavy cola e la dà all’abusatore del termine Super.
La stessa forza che stava portando distruzione diventa carburante.
È un gesto quasi alchemico, Oda lo tesse come un incantesimo.

Il risultato si vede immediatamente. Lo Strong Dexter — il nuovo pugno di Franky, alimentato da quella cola potenziata — non ha niente del rigore freddo delle armi da fuoco. È un colpo da carpentiere, massiccio, diretto, senza eleganza superflua. Franky non ha mai avuto bisogno di eleganza; ha sempre avuto bisogno di impatto. E qui direi che arriva finalmente, senza la mediazione di un esoscheletro, senza il Generale a fare da intermediario tra il pirata e il combattimento.
Da Dressrosa in poi, il nostro aveva combattuto sempre con una distanza tra sé e il nemico — il mecha come scudo, come amplificatore, come pelle aggiuntiva.
A Elbaph quella distanza si chiude. Il corpo torna nella mischia.
Era ora.

Su l’altro fronte, Killingham si dilettava in qualcosa di peggio della violenza fisica. Stava blaterando di supremazia. Le sue parole — contro Jinbe, contro la sua natura di uomo pesce, contro la possibilità stessa che un essere come lui potesse stare su un campo di battaglia accanto ai nobili — portavano dentro di sé quel particolare lezzo del potere di chi ti tratta a malapena con degnazione. L’aria degli di un servo umano non merita di essere respirata.
L’aria di Jinbe, men che meno.
Marco Aurelio, nelle Meditazioni, ricordava a se stesso ogni mattina di essere solo un uomo tra uomini — esercizio spirituale necessario precisamente perché il potere tende a far dimenticare quella banalità fondamentale.
Killingham non ha mai aperto le Meditazioni. Ma Sanji… si.

Il biondino bionico arriva senza annunciarsi, come sempre quando la cosa conta davvero. Non c’è battuta preliminare, non c’è monologo. C’è il Concassé — un calcio che nella terminologia culinaria indica il taglio grossolano, il gesto che riduce qualcosa alla sua forma più essenziale, una vera finezza verbale — e poi c’è il suono della bolla che si frantuma.
Killingham respira l’aria di Jinbe.
Probabilmente è la prima cosa vera che gli sia mai capitata. Sei solo un uomo, avrebbe scritto Marco Aurelio. Un uomo di merda, avrebbe aggiunto Richard Benson, con quella franchezza cafona e precisissima che in Italia abbiamo sempre sottovalutato come filosofia.

Sanji non cita nessuno dei due — non ne ha bisogno. Il calcio è la sua citazione.

C’è una linea che Killingham pronuncia davanti alla biblioteca in fiamme, guardando Robin e Saul con quella sicumera che appartiene a chi non ha mai davvero rischiato niente: la storia, dice, va strappata.
Le pagine che non servono al potere vanno bruciate.
Ohara è il modello, il precedente glorioso, la prova che si può fare. È una frase che contiene la propria condanna — perché chi parla di bruciare la storia davanti a una biblioteca che arde sta già perdendo, anche se non lo sa ancora. La storia si sotterra, si nasconde, si porta nel corpo come Nico Robin porta Ohara dentro di sé da trent’anni. Killingham confonde la distruzione con la vittoria.

È l’errore classico di chi non ha mai letto abbastanza storia per capire come funziona, e di solito, per chi brucia i libri. Elbaph risponde nel solo modo che conosce: con le mani.
E lasciatemelo dire, stavolta, finalmente, anche con i pugni di Franky.

La motosega ha fatto il suo lavoro; adesso tocca al bisturi.

La storia va spezzata. Questa frase si rifiuta di uscire dalla mia coscienza.
Killingham lo pronuncia davanti a una biblioteca in fiamme con la placidità di chi ha già firmato la sentenza. È una frase che si crede rivoluzionaria e puzza invece di restaurazione — il potere che brucia i libri lo fa sempre per conservare se stesso, mai per liberare qualcun altro.
Killingham è solo l’ultima incarnazione di questo impulso.
Imu vuole riscrivere un’era intera, cancellare ciò che il murale su Adam ha inciso nel tempo come una cicatrice indelebile. Teach porta nel petto un dolore così antico da essere diventato la x sulla mappa della sua anima: forse vuole davvero impedire che chiunque altro lo provi, riscrivendo il mondo alla radice.

Architetti di universi alternativi, tutti e due. Il tratto che li accomuna — e che, in teoria, li condanna — è la certezza che la storia migliore sia quella che comincia da loro.

Luffy non ha questa certezza.
Non cancellerebbe un singolo individuo per assicurarsi un’alba più luminosa.

La sua narrazione è l’unica praticabile precisamente perché si rifiuta di essere totale — non massacra famiglie, non schiavizza innocenti, non scambia il futuro dei molti con il silenzio dei pochi.
La libertà, per lui, vale anche per chi non la meriterebbe.
Forse… soprattutto per chi non la meriterebbe.
È questa la distanza siderale tra Luffy e chiunque voglia riscrivere il mondo: lui non vuole cambiarlo. Vuole soltanto che ognuno possa scegliere per sé.

A testa alta.

Quasi mi dispiace…

‘La speranza è una cosa buona, forse la migliore delle cose, e le cose buone non muoiono mai.’

– Andy Dufresne, Le ali della libertà

Oda costruisce la liberazione come si costruisce una risata: lentamente, per accumulo, fino a quando esplode e non riesci a spiegarti perché stai piangendo.
La doppia pagina finale del capitolo 1176 funziona così — cinque guerrieri immobili un istante prima di scatenarsi, con il cuore stretto e il ghigno largo, e quella particolare leggerezza di chi ha appena scoperto che il prezzo da pagare è alto, ma il conto si può saldare.

Dorry e Brogy hanno appena spiegato la meccanica con quella semplicità disarmante che appartiene ai guerrieri veri: falli fuori per salvarli.
Detto così, con quella cadenza quasi burocratica, come chi elenca le voci di una lista della spesa. La brutalità del contenuto e la placidità del tono si sfiorano senza toccarsi, e in quello spazio nasce qualcosa di inaspettato: sollievo.

Poi arrivano i quattro volti.
Hajrudin: 「ためらっちまうが」 — mi verrebbe da esitare, ma.
Stansen: 「胸が痛む」 — mi spezza il cuore.
Dorry: 「心苦しい」 — mi pesa l’anima.
Brogy: 「忍びねェ」 — non me la sento… ma.
Quattro confessioni di dolore genuino (?), dette sorridendo.
La violenza che stanno per scatenare nasce da affetto, non da ferocia. È questa la fase più edificante del capitolo — uno sparuto manipolo di guerrieri contro un intero esercito, che ammettono di avere il cuore stretto e poi vanno avanti lo stesso, con quel ghigno che non è crudeltà ma qualcosa di molto più antico e più tenero.

Perché il sollievo ha una forma precisa, qui.
Oda la costruisce con la pazienza di chi sa che certe emozioni non si dichiarano — si palesano, obliquamente, nel modo in cui un personaggio stringe la mascella o allarga le spalle o, appunto, sorride quando dovrebbe piangere. Hajrudin, Stansen, Dorry, Brogy: questi non sono guerrieri che si preparano alla battaglia. No.
Sono amici che si preparano a fare a pezzi altri amici sapendo — finalmente sapendo — che quei pezzi si ricompongono.
La differenza tra il prima e l’adesso è insondabile.
Prima c’era solo la scelta impossibile, uccidere chi ami o guardarlo uccidere inermi.
Adesso c’è una terza via, e quella via ha il sapore specifico delle cose che arrivano quando tutto sembra perduto, e invece Stanley Ipkiss indossa la Maschera e fa ballare Boom-Chick-Chicky-Boom all’intero distretto di Polizia.

Zoro lo capisce prima di tutti, con quella velocità istintiva che non passa dal ragionamento. 「気が引ける…」 — quasi mi dispiace, sussurra, con il ghigno di chi non si dispiace affatto. È una frase che in un altro contesto sarebbe cinismo; qui è tenerezza mascherata da insolenza. Zoro non prova piacere per la violenza in sé — prova piacere per la certezza che quella violenza funzionerà, che dall’altra parte c’è una guarigione, che il danno è temporaneo e la liberazione permanente.
Avete presente?
‘Sta Katana pò esse fero e pò esse piuma.

E più in fondo di quanto Oda lo dichiari esplicitamente, echeggia qualcosa che chiunque abbia avuto un amico vero riconosce immediatamente. Le bevute condivise, le risate durante le veglie, il peso specifico di essere stati presenti l’uno per l’altro nelle circostanze sbagliate — tutto questo non scompare quando un amico viene posseduto, controllato, trasformato in qualcosa che non è più lui. Si deposita, si cristallizza, aspetta. E quando arriva il momento di liberarlo — anche se liberarlo significa fracassargli la testa — quella storia comune torna a galla intera. Anzi, si arricchisce.
Perché negli anni futuri, quando tutto sarà finito e si starà di nuovo seduti da qualche parte con qualcosa da bere, ci sarà una storia nuova da raccontare.
Suvvia, ti ho solo ammazzato ma sei sopravvissuto no?
È il tipo di frase che si tramanderebbe a Elbaph.
Negli annali.

Il sollievo, qui, è la certezza che la sofferenza avrà un dopo. Che ci sarà un dopo. Dorry e Brogy adesso si trovano dall’altra parte di quella scelta, e scoprono che il mondo non è finito. Hajrudin e Stansen, che quella stessa lealtà la portano nel sangue come tutti i guerrieri di Elbaf, la vedono replicarsi davanti ai loro occhi e la riconoscono. 「覚悟しろ!!」 — preparatevi, gridano.
Hai sferrato il tuo colpo più duro?
Bene, adesso tocca a noi.

È shōnen nella sua forma più classica — non il genere ridotto ai muscoli, fronzoli e urla, ma quello come lo intendeva la sua tradizione migliore: la storia di ragazzi, e poi di uomini, che imparano a portare il peso degli altri senza spezzarsi.

La pagina finale del capitolo 1176 annuncia una battaglia ma è una scena di speranza.
Oda la firma con quattro ghigni e un quasi mi dispiace.
Ed è tutto quello che ci serve.

Come sempre vi segnalo il video del Re.
Troverete – tra ironia e ricerca, speculazioni e analisi – dei ragionamenti che si ispirano al versante più ‘orizzontale’ della trama.
A voi:

Nakama Mode: On

Spero di avervi intrattenuto, spinti a ragionare e riflettere.

Il capitolo 1176 è uno di quei rari momenti in cui Oda smette di raccontare e comincia a pensare ad alta voce.
La meccanica narrativa si dissolve, e quello che rimane è una domanda sola, antica quanto la letteratura: cosa significa scegliere quando il costo della scelta ricade su chi ami?

Dorry e Brogy non rispondono con un discorso — rispondono con il corpo, con la spada, con quel ghigno che è insieme dolore e sollievo e certezza.
Killingham brucia libri convinto di bruciare la storia; Franky riceve energia da un’isola di giganti e finalmente mena le mani senza intermediari; Sanji fracassa una bolla di vetro e con essa l’intera architettura ideologica di chi crede che l’aria degli altri sia un contagio.
Tutto in un solo capitolo.

Oda non moralizza mai — è troppo furbo per farlo — ma ogni tanto costruisce una pagina in cui il lettore si ritrova a credere, senza sapere esattamente quando è successo, che valga la pena combattere.

Non per vincere.
Bensì per poterlo raccontare dopo, insieme.

Godiamoci il viaggio, genti

You’re face to face
With the man who sold the world

– David Bowie, The Man Who Sold the World

Stefano ‘Cenere‘ Potì

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