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#1171: Elbaph e la D; Quando gli Dei Ansimano; Niflheim

del pirata Stefano 'Cenere' Potì

I’m spinning out of control
The sickly sweetness is crushing me
But I want to know
If there’s no heat when I escalate the fire is cold’

– Spiritbox, Circle With Me

Il respiro di un dio non dovrebbe spezzarsi così. Eppure Imu ansima sul trono che nessuno dovrebbe occupare, mentre a migliaia di chilometri Harald crolla nella cripta di Elbaph. Il Patto delle Profondità si lacera come un’arteria recisa, e il sovrano immortale sente quella perdita nel corpo, nella carne, nell’essenza che tiene insieme il sistema dei Cavalieri divini. Poi, la rivelazione. «Questi patti hanno un prezzo per Mu» dice a Mars che propone vendetta immediata. La rivelazione ricontestualizza tutto ciò che credevamo sapere sui Cavalieri immortali: non solo fedeli alleati ma batterie umane connesse direttamente alla fonte della corruzione, forse, vassalli che drenano potere dal padrone per poterlo servire?

Nell’Underworld di Elbaph, Loki spezza sei anni di catene in sei secondi. L’agalmatolite cade. Hajrudin ha ascoltato la verità sul parricidio necessario e decide—non perdono pieno ma riconoscimento sufficiente—che il fratello merita aria nei polmoni anziché pietra sulle ossa. Un Draugr precipita dal mondo superiore, creatura corrotta di Killingham. Loki afferra Ragnir e vola all’attacco mentre Luffy cavalca sopra di lui urlando entusiasmo puro. Il colpo finale congela il non-morto con ghiaccio che non è ghiaccio: «Niflheim» Regno primordiale dalla cosmologia norrena, polo di freddo assoluto dove persino il tempo rallenta fino a cristallizzarsi.

Ma la rivelazione che frantuma tutto arriva a Mary Geoise, pronunciata da Imu con voce che non ammette discussioni: «”Elbaph” è “D”...»
La mente vola al Murale inciso su Adam, a Nika che combatte il demone, ai vichinghi e i samurai al suo fianco.
Harald era prezioso perché impossibile: un gigante disposto a tradire (involontariamente) ciò che scorre nel sangue dalla nascita. Un’anomalia che la storia partorisce una volta sola.

Quando quell’anomalia cade nella cripta desecrata, Imu comprende qualcosa che nessun dio vorrebbe ammettere: certe eccezioni non si ripetono. Harald era l’unico ponte possibile tra Elbaph e Mary Geoise, l’unico gigante abbastanza folle da credere nell’integrazione con chi disprezza la sua razza. Ora quel ponte è cenere. E i ponti bruciati non si ricostruiscono mai.
E statene certi, di questo si assicurerà il Principe Maledetto.

Ragnir (Cuore di Metallo)

Il capitolo porta il nome di un’arma. Non di un personaggio, non di un luogo, non di una rivelazione. Di un martello. Eppure, il soggetto appare solo nelle ultime vignette. Questa scelta racconta qualcosa di preciso sulla natura del potere di Loki: necessita scindere in maniera netta le capacità del frutto da quello dell’arma, e il loro impiego. Ragnir—scritto con i kanji 鉄雷, letteralmente “ferro tuono”—è un’ispirazione vaga del Mjölnir di Thor, ma Oda ne distorce la meccanica fondamentale. Mjölnir ritorna sempre al proprietario perché forgiato per lui; Ragnir invece ha aspettato secoli prima di riconoscere qualcuno degno. Non fedeltà cieca al padrone, ma giudizio autonomo sul portatore. Una domanda drappeggia l’arazzo narrativo: chi affidò la missione alla creatura?

Facciamo mente locale di ciò che sappiamo. Il nome stesso è invenzione; “Ragnir” non esiste nella mitologia norrena. Quando Loki entrò nella cripta quattordici anni fa, non trovò semplicemente un’arma custodita; trovò un guardiano vivente che lo attaccò violentemente, testò la sua forza, valutò la sua anima. Solo dopo averlo sconfitto in combattimento decise di aprire il forziere contenente il frutto leggendario. Il nome è una costruzione plausibile, ma deliberatamente apocrifa — ed è proprio qui che Oda gioca. Entriamo nel dettaglio.

Nei testi di riferimento — Edda poetica, Edda in prosa, saghe islandesi — non compare alcun Ragnir come creatura, arma o entità mitologica. Non è un dio, non è un gigante, non è un lupo, né un drago secondario. Chi conosce il corpus nordico non lo troverà mai citato.

Allora, perché “suona” norreno?

Il nome funziona perché costruito su radici semanticamente credibili: Ragn richiama Ragnarök (“destino degli dèi”), regin (le potenze, gli dèi), rǫgn (ordine cosmico, giudizio). Il suffisso -nir / -ir è frequente nei nomi mitici e poetici (Sleipnir, Fenrir, Yggdrasill → con variazioni). Risultato: un nome che evoca fine, giudizio, violenza cosmica, senza essere vincolato a un referente preciso.

Quindi, come valutiamo il termine “Niflheim”?

Qui la scelta è tutt’altro che casuale. Niflheim esiste davvero: è il mondo primordiale del gelo, della nebbia, dell’immobilità mortale. Associarlo a Ragnir significa ancorare un’invenzione narrativa a un asse mitologico reale, creando una continuità simbolica anche in assenza di fedeltà filologica. In altre parole: Niflheim fornisce il campo semantico (freddo, morte, stasi), Ragnir incarna la funzione narrativa (forza distruttiva, giudizio, vendetta).

Come sempre, il sensei, oltre adattare il mito ne simula la genealogia. Ragnir non è un prestito culturale, bensì un oggetto diegetico credibile, che permette al manga di parlare con il mito nordico senza esserne prigioniero.
Intitolare il capitolo in tale modo significa riconoscere chi entra in gioco negli eventi narrati. E non solo.

Le armi in One Piece hanno sempre avuto volontà. Lo dice Zoro ad Alabasta guardando Sandai Kitetsu; lo dimostra Enma prosciugando l’Haki senza consenso. Ma Ragnir porta questo concetto oltre: non è arma che richiede dominio del portatore, ma partner che concede potere solo dopo aver ricevuto rispetto. Quando Loki urla «Mostragli di che pasta sei fatto!» non sta comandando uno strumento; sta chiedendo aiuto a un compagno. Ad un Nakama.

In poche parole: puro One Piece allo stato liquido.

Il Peso della Colpa

Cosa sarebbe peggio: vivere da mostro, o morire da uomo buono?

– Shutter Island

La conversazione che attraversa il cuore del capitolo 1171 non è un semplice scambio di battute, ma un crocevia ideologico in cui One Piece torna a mettere a nudo l’ossessione del rapporto tra potere concesso e responsabilità negata, tra volontà individuale e narrazione imposta dall’alto. Quando Gaban afferma che Harald, uscendo dal castello in quelle condizioni, avrebbe potuto “distruggere il mondo”, non sta iperbolizzando una forza fisica, bensì riconoscendo un calcolo preciso basato su esperienza diretta. I Pirati di Roger combatterono ripetutamente i Cavalieri di Dio quando questi tentavano di rapire Shanks bambino, e Gaban imparò allora che gli immortali posseduti non si fermano finché non ricevono ordini contrari dal loro sovrano. Harald avrebbe eseguito ogni comando—massacrare popolazioni, radere al suolo nazioni, trasformare Elbaph in caserma schiava—senza mai stancarsi, senza mai morire, senza mai fermarsi. «Fortunatamente… esisteva davvero un modo per fermarlo.» La pausa prima di “fortunatamente” pesa come macigno; Gaban sa che quella fortuna è costata il parricidio necessario a un giovane gigante.

Jarul risponde con una confessione che rivela quanto poco sapessero veramente sul tesoro nazionale: «No, non ho mai sentito nulla del genere. Quando penso a ciò che sarebbe potuto accadere se Loki non fosse intervenuto… mi vengono i brividi…» Il frutto leggendario era custodito per secoli non perché i giganti ne conoscessero le capacità precise, ma perché Ragnir non aveva mai permesso a nessuno di mangiarlo. Il guardiano scoiattolo aveva respinto migliaia di aspiranti; solo con Loki decise diversamente. Jarul ammette implicitamente di non essere stato sicuro che il potere acquisito bastasse a fermare un Cavaliere immortale. Loki è andato a uccidere il padre armato solo di speranza disperata che il frutto funzionasse come Harald suggeriva.


Il sovrano del Warland e il futuro del suo popolo, la perdita dell’innocenza di Loki, la vergogna delle proprie origini per il Rosso. Il peso, quello della colpa, come metro che misura il capitolo.

Shanks ascolta in silenzio. I ricordi lo assalgono senza permesso—conversazioni passate con due figure paterne distorte, una ammirata e scelta, l’altra biologica. Harald nel passato: «Se mi unisco ai Cavalieri di Dio, l’alba sorgerà finalmente su Elbaph!!» Voce piena di speranza ingenua, convinzione genuina che servire il Governo Mondiale avrebbe modernizzato la nazione. Poi Garling, veleno confezionato come affetto paterno: «Qui puoi ottenere qualsiasi cosa tu desideri! Hai vissuto nella miseria per tanto tempo; provo compassione per te. Questi esseri inferiori non sono umani! Faresti meglio a dimenticare il mondo di sotto!» Il disprezzo assoluto verso chiunque non sia Drago Celeste—inclusi Roger, Rayleigh, Gaban, tutti coloro che avevano cresciuto Shanks come figlio quando Garling lo considerava… merce rubata da recuperare.

È in questo clima che il ricordo dell’Imperatore irrompe come una frattura emotiva e politica insieme. Le parole di Harald non sono l’espressione di un’ambizione personale, ma il sintomo di una colonizzazione dell’immaginario. L’alba, simbolo cardine dell’intero impianto tematico di One Piece, viene qui promessa non come risultato di una liberazione, ma come ricompensa per una sottomissione. E’ orribile, il Rosso non poteva permetterlo, ecco perché voleva contattare il Re. A sua volta, Harald non desidera il potere per sé: desidera che Elbaph venga riconosciuta, accettata, legittimata da un ordine che, come Garling chiarisce senza ambiguità, si fonda sulla disumanizzazione sistematica dell’altro. Il discorso di Figarland è forse uno dei più rivelatori dell’arco: non perché introduca un razzismo nuovo, ma perché lo esprime nella sua forma più paternalistica, quella che si traveste da compassione. “Hai vissuto nella miseria”, “provo compassione per te”: il lessico è quello del colonizzatore che si percepisce benefattore, e che per questo si sente autorizzato a riscrivere l’identità dell’interlocutore. Quando afferma che “quelli che vivono laggiù non sono umani”, non sta semplicemente insultando; sta offrendo a chi ha davanti – e quindi, anche a noi lettori – una via di fuga morale. È un invito che nel canone del manga ha sempre un prezzo altissimo: rinunciare alla propria origine significa rinunciare alla propria volontà. Definire Garling feccia, credetemi, sarebbe una promozione per lui, nella scala di valori degli esseri umani.

La mano di Shanks si chiude sul braccio sinistro. Stringe il marchio di Imu impresso nella carne. Le dita premono così forte che le nocche sbiancano, infliggendosi dolore gratuito. Si capisce perché abbia sorriso, mentre il braccio gli veniva strappato via. Gaban vede e interviene immediatamente: «Shanks! Ehi, Shanks! Fermati… è un brutto vizio, il tuo… smettila di maledire la tua stessa nascita…» il giovane si odia per essere nato Drago Celeste, per portare sangue Figarland, per aver fatto parte del sistema che ha distrutto Harald. Scopper lo ha già fermato altre volte; questa non è la prima crisi esistenziale né sarà l’ultima.

Ma oggi qualcosa è diverso. «Perché è stato necessario che Harald morisse?! Aveva un cuore così puro… se solo avessi agito prima…» La voce di Shanks si spezza. Non sta semplicemente compiangendo la morte dell’amico; sta assumendosi responsabilità per non averla impedita.

Gaban risponde con fermezza inaspettata: «Non è colpa tua!! Hai per forza un ruolo da compiere, Shanks… ogni vita ha un significato!! Quindi resisti!!» Scopper—che ha navigato con Roger fino a Laugh Tale, che ha visto cosa conteneva il tesoro finale, che conosce segreti che nemmeno il Rosso ha scoperto completamente—sta dicendo qualcosa di preciso: il suo ruolo nel futuro è così cruciale che non poteva rischiare di esporsi prematuramente per salvare Harald.
Oda riesce a parlare Seinen con sillabe Shonen.
Questo… beh, questo è uno dei punti che mi ha colpito profondamente, perché, se ragioniamo per un breve istante, suona come se Il Rosso dovesse lasciare che la tragedia si consumasse perché intervenire significava compromettere qualcosa di più grande. O che non dovesse cedere, a qualunque costo, quale fosse la perdita in parametri umani. È calcolo spietato, utilitarismo brutale che sacrifica il singolo per preservare la possibilità di salvare molti. E Shanks odia tutto questo e se stesso. Odia con intensità pari all’odio verso Imu, forse di più, perché almeno il primo è nemico dichiarato, mentre Gaban è un mentore che gli ricorda di accettare l’inaccettabile.

L’irruzione finale di Loki chiude la conversazione riportandola dal piano ideologico a quello tragicamente umano. La sua domanda — “è questa la sua ricompensa per aver amato questo paese fino alla fine?” — non cerca una risposta; è un atto d’accusa rivolto a un ordine del mondo che premia la fedeltà con l’annientamento. Loki non contesta la morte in sé, ma la logica che la giustifica retroattivamente. Nel canone di One Piece, l’amore per una terra, per un popolo, per un’idea non è mai garanzia di salvezza; al contrario, è spesso ciò che espone alla violenza più estrema. Harald diventa così una figura liminale: troppo aperto per Elbaph, troppo “imperfetto” per il Governo Mondiale, schiacciato tra due sistemi che non ammettono ambiguità. La crudeltà denunciata non è un eccesso, ma una coerenza spietata, ancora una volta: il mondo non punisce chi odia, ma chi tenta di conciliare l’inconciliabile.

Loki ha ragione: è troppo crudele. Non esiste giustizia in questa equazione, nessuna logica morale che giustifichi perché chi ama debba pagare i prezzi più alti.

Quando parte per vendicare Harald mirando al Governo Mondiale—Shanks lo cattura. Non lo uccide; lo riporta a Elbaph incatenato. Permette che venga imprigionato nell’Underworld legato all’Albero Adam per sei anni. Questo dettaglio è forse il più inquietante dell’intera vicenda: il Rosso sapeva che il nobile era innocente, sapeva del parricidio necessario, eppure collaborò attivamente alla sua prigionia. Le interpretazioni sono molteplici. Forse temeva che Loki appena trasformato non fosse abbastanza forte per affrontare i Cavalieri di Dio e sarebbe morto come il genitore; ergo, catturarlo significava salvarlo da se stesso. Forse comprese che Loki aveva bisogno di tempo per maturare, per processare il trauma, per diventare degno del potere che portava. O forse—spiegazione più oscura—Shanks aveva bisogno che rimanesse nascosto fino al momento giusto, fino a quando la guerra finale rendesse necessaria la sua liberazione.

Sono tutte versioni ben plausibili.
In fin dei conti, facendo un passo indietro…

Gaban ferma Shanks prima che le dita spezzino l’osso: «Smettila di maledire la tua stessa nascita.» Perché è esattamente ciò che il pirata sta facendo—maledire il fatto di essere nato Figarland, di portare sangue Celeste, di essere stato quasi assimilato dal sistema che distrugge chiunque tocchi. Ma Scopper gli ricorda che nascita non è destino, che il sangue non determina lealtà, che Shanks ha deciso diversamente da Shamrock nonostante partissero dallo stesso punto.
Gli ricorda che la libertà non è un diritto di classe, ma una scelta personale.

Teologia del Costo

Se mai dirò all’attimo: ‘Fermati, sei così bello!’, allora potrai prendermi l’anima.’

– Faust

Letteratura, teatro, cinema, racconti popolari, graffiti preistorici.
Quante volte un demone ha scommesso sul fallimento umano?

Questo è il nodo concettuale del capitolo 1171: Imu non è onnipotente. I patti che concede non sono doni gratuiti ma investimenti che drenano energia vitale dal sovrano immortale. Ogni Cavaliere marchiato funziona come batteria umana connessa direttamente all’essenza di Imu; quando il portatore muore, quella connessione si spezza violentemente lasciando vuoto impossibile da colmare. Se l’energia si possa ripristinare, al momento non ci è dato da sapere – forse per questo i Cinque Anziani furono richiamati immediatamente da Egghead quando Emeth sprigionò l’esplosione di Haki del Conquistatore—per preservare risorse preziose. Per questo Saturn venne giustiziato tramite il sottrazione del potere; ossia, recupero controllato. E per questo Imu ordina esplicitamente di non inviare altri Cavalieri a Elbaph: ogni perdita prosciuga ulteriormente un sistema sanguinante, o quantomeno sofferente.

Tenete a mente una cosa, quello che segue non è verità pretesa, ma ipotesi coerenti
in un filo logico che possa collegare e spiegare i fatti, ma, al momento, rimangono appunto ipotesi, il sensei potrebbe prendere tutt’altra direzione. Nessuno ha la verità in tasca.

Il dialogo tra Imu e Mars segna uno dei punti più scopertamente ideologici dell’intero arco, non solo perché rivela nuove informazioni fattuali, ma perché esplicita senza più maschere la grammatica del potere su cui il Governo Mondiale si regge. Quando Imu si definisce “Colui Che È”, la scelta non è un vezzo nominale, bensì un atto di auto-collocazione metafisica: non un sovrano, non un dio, ma una condizione assoluta, qualcosa che precede e giustifica l’ordine stesso del mondo.
Quindi, se esiste qualcosa di a lui sconosciuto, qualcosa che riesce a prevalere su una ‘creazione’ invincibile come Harald: meglio essere cauti e capire che succede. Nel manga, i nomi non sono mai neutrali, e l’autodefinizione di Imu funziona come una sottrazione deliberata dell’umano: non “io”, ma ciò che esiste per necessità, come una legge naturale. È da questa posizione che Nerona descrive il re del Warland come un essere che aveva ormai superato lo statuto di “mostro”, entrando in una zona ancora più pericolosa: quella dell’eccezione riuscita. Un Antico Gigante reso immortale, potenziato oltre misura, eppure capace di essere ucciso; la vera anomalia, per noi lettori invece, non è la forza preternaturale, ma la dimostrazione che anche il patto più radicale non garantisce il controllo assoluto. La domanda “chi mai ha compiuto una cosa simile?” non esprime stupore, bensì inquietudine epistemica: Elbaph diventa improvvisamente un punto cieco, un luogo che sfugge alla mappa del potere.
Tanto più è radicale la rivelazione tanto più incisiva, da quanto tempo il governo riteneva i vichinghi una forza primordiale, ma anche una manica di rozzi bifolchi, incapaci di rappresentare una minaccia in quanto inconsapevoli?
Inconsapevoli come le D. I ‘gusci vuoti’.

Nika, Robot, principesse sirena, guerrieri di Wano e Tontatta, vichinghi a profusione dei quali uno gigante, speci marine e persino una figura angelica che potrebbe richiamare gli stessi Lunaria o progenitori simili. Il simbolo del culto del sole dei Buccaneer.
Qualcuno deve aver posto un guardiano a baluardo di una risorsa, qualcuno deve aver deciso di lasciare un frutto talmente potente da inibire il potere del marchio degli abissi.
Qualcuno volle trattenere il Sole, probabilmente temendo la ricongiunzione finale predetta nella terza Era.

«”Elbaph” è “D”...»

Ecco traslate le sibilline parole, ecco naturalizzata la disperata ricerca di riscrivere la storia, cannibalizzare ogni memoria scritta (Ohara), organizzare – ogni tre anni – un genocidio su misura per un duplice scopo: A. cancellare dai registri chiunque non baci l’anello invisibile di Imu; B. reclutare sul posto ogni dissidente, studioso o razza ibrida, mascherando da giochi l’omicidio di massa, peraltro, praticato da due fasce sociali distinte, la prima pubblica, inebetita dal potere e inconsapevole (I Draghi), la seconda composta dagli alti ufficiali della classe elite (le casate dei Cavalieri Divini).

Nel presente, Gunko ha asserito che i giganti – in un contesto Ragnarok – saranno l’ago della bilancia, i Gorosei e Imu quindi si son ben guardati da svegliare il can che dorme, d’altronde, essi stessi erano reclusi nel Warland, tranne che per quattro episodi sporadici, ma tutti significativi:

  • La traversata misteriosa dei Galley-la, golpe mancante tra passato e presente, il cui anello mancante sarà Loki, spinto verso di loro sia da Xebec che dal padre
  • I primi guerrieri pirati, salvati grazie a Madre Carmel, che indirettamente crearono i primi reclutamenti in Marina.
  • L’epoca Harald il ‘bastian contrario’, l’anomalia che non sfuggiva il protocollo governativo facendo pubbliche relazioni, stabilendo trattati di pace, esponendo Elbaph al mondo.
  • Un Loki vendicativo, probabilmente fermato da Shanks in quanto in anticipo sui tempi.

Il lessico scelto rivela moltissimo. “Anomalia” non è insulto; è riconoscimento che Harald rappresentava eccezione storica impossibile da prevedere. “Voleva tessere legami”—non conquistare, non dominare, ma connettere. E soprattutto: “anche a costo di umiliarsi”. Per Imu—entità che si autodefinisce “Colui Che È” usando pronome che evoca nulla ontologico, che accetta adorazione dai Cinque Anziani come dovuta, che considera il trono “vuoto” proprio spazio legittimo—l’idea stessa di umiliarsi davanti a razze considerate inferiori è incomprensibile. Eppure Harald lo faceva. Spezzava le corna per dimostrare sottomissione sincera ai Marine; accettava subordinazione temporanea credendo servisse futuro migliore; negoziava con chi disprezzava i giganti sperando guadagnare rispetto attraverso compromesso.

«Elbaph è D.»
Questa frase risuonerà attraverso i capitoli futuri, potrebbe ricontestualizzare ogni interazione tra Governo e giganti, spiegare perché Oda ha dedicato un arco narrativo così lungo a una nazione mai veramente esplorata prima. Perché Elbaph non è semplice isola popolata da guerrieri feroci e ora buontemponi coraggiosi; ma un ultimo bastione dove la Volontà della D ha – a quanto pare – una tradizione radicata, dove ogni bambino cresce ascoltando le leggende del Dio del Sole, dove Yggdrasil custodisce segreti che il Governo vorrebbe sepolti per sempre.
E qui, le parole di Gunko sono rivelatorie, in quanto la guerriera non aveva paura della battaglia, ma lasciò chiaramente intendere quanto Mary Geoise la desiderasse. Ma, ai tempi di Harald non si era in possesso del Mother Flame, Il Dio del Sole non era comparso (forse è per questo che Shanks ferma Loki), allora forse il disegno sul murale, lì dove Nika (Luffy) e il gigantesco guerriero vichingo (Loki ‘risvegliato’) combattono fianco a fianco, forse… hanno veramente un senso.
Partita lievemente in sordina, questa saga diventa sempre più affascinante.

Fuoco Freddo

Uno scoiattolo, Ratatosk, vive tra i rami dell’albero del mondo. Porta pettegolezzi e messaggi da Nidhogg, il temibile mangiatore di cadaveri, all’aquila e viceversa. Lo scoiattolo racconta bugie a entrambi e si diverte a provocare la rabbia.’

― Neil Gaiman, Mitologia Norrena

Solitamente non amo le citazioni lunghe, spezzano il ritmo, ma questa ha una funzione. Considerando l’animo buono e nobile mostrato da Ragnir, la descrizione non corrisponde; quindi, trovo sia utile tenere a mente che Oda attinge dal mito, si, ma lo piega a favore della propria narrazione.

Il riconoscimento di Hajrudin verso il fratellastro giunge finalmente nudo, senza mediazioni. Il gesto non è totalmente conciliante, c’è del sentimento ma è anche politico. Nel momento in cui riconosce in Loki non il mostro, ma l’erede che ha scelto di caricarsi addosso l’onta per salvare Elbaph, compie un atto di legittimazione che pesa più di qualunque rivelazione su Harald. Non serve conoscere tutta la verità, dice Hajrudin; serve decidere da che parte stare. È qui che Loki smette di essere una variabile ingestibile e diventa un asse: il possibile Re del Warland, non perché innocente, ma perché disposto a pagare il prezzo più alto pur di onorare Ilda e Harald. Non è un dettaglio che l’orizzonte evocato sia quello dello scontro frontale con il Governo, né che aleggi l’ipotesi dei giganti congelati a Punk Hazard, Galley-la fossili di una guerra rimandata. Se quel risveglio avverrà, non sarà per sete di vendetta, ma per continuità dinastica e morale, con Hajrudin al fianco di Loki non come rivale, bensì come fratello d’armi. Ci va bene? Si, ci va molto bene.

Intanto… Ratatoskr, figura della mitologia nordica, corre lungo l’Yggdrasil portando messaggi tra l’aquila sulla cima e il serpente Níðhöggr alle radici, almeno nel mito, alimentando una faida eterna tra gli opposti; entrambe le creature possiedono ali. Se Oda ha davvero modellato Ragnir su questa figura del folklore scandinavo, l’affermazione di Loki sul poter volare non è semplice bravata ma un potenziale segnale preciso: il principe maledetto potrebbe possedere uno Zoan che richiama proprio uno di questi esseri alati, Aquila o Níðhöggr. La curiosità sale, perché il sensei ha dimostrato di non essere casuale nelle citazioni mitologiche; il drago-serpente del mito nordico divora le radici dell’albero cosmico, proprio come Loki colpì l’Adam con Ragnir. Eppure il martello stesso sconcerta: nella mitologia nordica Niflheim rappresenta il regno del ghiaccio e del freddo, situato a nord del Ginnungagap, abitato dagli hrímþursar, mentre la tecnica “Niflheim” congela; paradossalmente, però, lo stesso Ragnir aveva generato fulmini colpendo l’albero. Nella cosmologia scandinava Níðhöggr non possiede alcun potere fulminante: il serpente rosicchia le radici dell’Yggdrasil posto sopra Niflheim, incarnando la decomposizione, non l’elettricità. Per il momento vediamo tratti di fulmine intrecciati a una creatura tradizionalmente associata al gelo e alla corruzione. Potrebbe essere che il potere del fulmine derivi dal frutto leggendario di Elbaph ingerito da Loki, mentre il ghiaccio di Niflheim appartenga al repertorio del martello stesso? Oppure Oda ha fuso le due simbologie volutamente, creando un Níðhöggr fulminante che rovescia il canone per esigenze narrative. In questo quadro, se Loki padroneggia davvero il ghiaccio attraverso Niflheim, potrebbe essere colui che libererà i giganti imprigionati, completando l’esercito necessario per affrontare Imu. Il fratello maggiore come stratega politico, il principe maledetto come sovrano con un conto aperto con Imu. Non è ancora chiaro quale dei due poteri predomini in Loki, ma la struttura mitologica suggerisce una duplicità coerente con il personaggio: il ghiaccio primordiale di Niflheim e il fulmine distruttivo del Ragnarök convergono in un unico essere, capace di onorare i genitori attraverso la vendetta e la rinascita del regno.

Segnali di un potere che non è ancora allineato, ma che promette una sintesi violenta. Elbaph, a questo punto, non sta scegliendo un combattente: sta scegliendo una direzione.

Come al solito linko il video del Re, attenzione ai collegamenti temporali e alcune riflessioni, troverete di che ipotizzare voi stessi:

Mark Petrie

Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.

Con questa nota gotica, Oda mi riporta al mio libro preferito – Le Notti di Salem – dove il giovane Mark Petrie, come Loki, preda di un destino avverso trova la forza di reagire, e, dopo tanta agonia e appena prima di incontrare il vero orrore, King ne descrive un gesto fortuito: ‘dopo tanta fortuna creatasi da sè, forse, un Dio lontano, impietosito, gliene inviò un pò a sua volta‘.
Se Imu ci ricorda che non tutti gli Dei son pietosi, forse la regola vale anche per sua signoria Nerona (vero, Loki?).

Etichettare il Warland come “D” equivale a dichiararla irriducibile, non negoziabile, destinata allo scontro. In questo senso, Imu non sta rivelando un segreto, ma ammettendo un fallimento: non tutto può essere inglobato, non tutto può essere addomesticato tramite patti e immortalità. E proprio per questo Elbaph, come la volontà delle “D”, diventa un problema che il potere non sa risolvere, ma solo rimandare.

Perché sotto la calma ostentata, anche un Dio può avere paura.

Godiamoci il viaggio, genti

Hands are frozen, feel no pain
I just want to hold the flame…
Feel the weight of a martyr…
Cut down the altar

– Spiritbox, Circle With Me

Stefano ‘Cenere‘ Potì

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