‘Cut my life into pieces
This is my last resort
Suffocation, no breathing
Don’t give a fu** if I cut my arm bleeding…’– Papa Roach, Last Resort
Avvelenamento. Tradimento. Sacrificio.
Un figlio che massacra un villaggio intero per la madre che lo ha salvato dalla fossa (sociale). Un fratello che indossa l’uniforme del nemico, non per servirlo, ma per ingannarlo.
È un capitolo sui sigilli. Il sistema dei tre livelli del contratto nero con Imu. Tre gradini della schiavitù. Harald porta il primo sulla carne. Shanks pure. Ma le loro scelte?
Agli antipodi.
Perché il Rosso ha sacrificato il braccio. Quel braccio. Quello con il sigillo che lo legava a Imu. Non è stata negligenza contro il Signore della Scogliera. Perché finché portava quel marchio, apparteneva a qualcun altro. E Shanks non appartiene a nessuno se non alla promessa fatta a Roger.
Il titolo è “Il figlio di Ida”, ma potrebbe tranquillamente chiamarsi “Il Prezzo dell’Amore”. Perché qui si parla di madri. Quelle che ti gettano nell’abisso perché hai gli occhi sbagliati. Quelle che ti tendono la mano anche se non condividete una goccia di sangue. E quelle che muoiono lentamente, avvelenate dall’odio di chi crede che i tesori valgano più delle vite.
Oda sceglie l’ergot.
Non un veleno qualsiasi. L’ergot: il fungo della segale che nell’Europa medievale causava allucinazioni, convulsioni, cancrena. Il fungo che faceva impazzire interi villaggi. Quello che alcuni storici hanno ipotizzato come causa delle cacce alle streghe di Salem, quando le ragazze accusatrici gridavano di vedere demoni mentre i loro corpi si contorcevano in spasmi incontrollabili.
La scelta non è casuale.
Perché Loki viene accusato di essere malvagio, un demone, il portatore di sventura. Esattamente come le presunte streghe. Ma la verità? La verità è che l’unico veleno in questa storia non cresce su una spiga di segale.
Cresce nel cuore degli uomini.
Nel rancore di chi non sopporta che una “straniera” diventi regina.
Nell’invidia di chi crede che il sangue valga più della dignità.
Questo è un capitolo sulla maternità distruttiva e quella salvifica.
Sui figli che vengono rifiutati e su quelli che vengono accolti. Sui fratelli che si somigliano nel volto ma che scelgono strade opposte.
Sugli eroi che diventano cani.
Sui cani che sognano di essere liberi.
È sprone sui sigilli. Quelli che ti marchiano la carne e quelli che ti marchiano l’anima. E su cosa sei disposto a sacrificare per spezzarli.
Harald perde sé stesso. Shanks perde un braccio. Loki perde la ragione.
Ma chi ha davvero perso tutto?
E’ il momento dell’Elzeviro…
Olio&Rancore
Se desiderate entrare subito nel vivo dell’analisi, andate al primo paragrafo, altrimenti mes amis…
La cover a richiesta di oggi parla di semantica emotiva.
Oda disegna Cocoyashi Village — il villaggio dove le palme ombreggiano i campi di riso e i mandarini crescono su colline che sanno di sale —immerso nella luce dorata di un pomeriggio qualsiasi.
Tipo un pomeriggio in cui una bambina con i capelli arancioni rubava libri. Il gatto è Nami stessa, ovviamente. La “Gatta Ladra”. Rubava perché i libri di geografia e cartografia costavano, e Bellmere—Marine ferita e congedata, madre adottiva che aveva trovato due orfane di guerra in un campo di battaglia devastato—non poteva permetterseli. Aveva due bocche da sfamare, un campo di mikan da coltivare con le mani nude, e una dignità da difendere con onore e cocciutagine in pieno stile Tsundere.
Quindi Nami rubava dalla biblioteca del villaggio perché voleva imparare a disegnare mappe del mondo intero, anche se Genzo la beccava quasi sempre. Non era abile, ma era testarda. E quella testardaggine, quel rifiuto di arrendersi anche quando il mondo ti dice che non puoi permetterti i tuoi sogni, è esattamente ciò che la salverà quando Arlong arriverà a imporre il suo tributo di sangue e Bellmere verrà giustiziata davanti ai suoi occhi per aver dichiarato:
“Ho due figlie. Userò i miei soldi per loro, non per me.”
Guardate la scena nella cover. Il gatto tiene stretto il libro come se fosse un tesoro. È un’immagine di povertà felice—se una cosa del genere può esistere.
Di una madre che non può comprare libri ma può dare amore incondizionato, quello che non si compra da nessuna parte.
Ed è esattamente il contraltare tematico del capitolo 1167.
Perché qui abbiamo Ida: la madre straniera, non di sangue gigante, che accoglie un bambino gettato nell’abisso dalla sua stessa genitrice biologica.
Bellmere è Ida. Entrambe dimostrano che la maternità non è sangue: è scelta. È la mano tesa nel momento in cui tutti gli altri ti voltano le spalle.
Nami rubava libri. Loki annienta chi ha avvelenato sua madre. Sono la stessa fame di giustizia, solo declinata in due registri diversi. Uno sussurrato, uno urlato. Ma la radice è identica: proteggere chi ti ha dato dignità quando il mondo te l’aveva negata.
Ma ora è tempo di analizzare un magnifico capitolo, capillare nei contenuti, rivelatore di inestimabili collegamenti. E anche dei veri sentimenti di Loki.
Immagino che la notte in cui si presentò al villaggio dei Birrai fosse come una pozza d’olio versata sul mondo, nera e viscosa come il cuore di qualcuno che ha smesso di credere nella buona fede altrui. Con nebbia che non cadeva: strisciava.
Come una creatura enorme, che cercava prede tra i crinali sporchi di vecchi rancori.
E in mezzo c’era lui, non un eroe, non un martire.
Più simile a un animale ferito che continua a muoversi perché il dolore è tutto ciò che conosce davvero.
Signore e signori: Capitolo 1167…
Judas Goat
‘Come una capra di Giuda li condusse al macello’
– Stephen King, L’ombra dello scorpione
Harald inginocchiato davanti ai Gorosei. La scena è quella: il gigante che ha appena stretto un patto col diavolo credendo di comprare la pace. I Cinque Anziani gli parlano come si parla a un bambino che ha appena firmato il suo primo contratto di lavoro senza leggere le clausole in piccolo.
“Ed eccoti la promozione al rango di ‘Lama Divina‘.
D’ora in poi, sarai l’asso nella manica dei Cavalieri Divini.”
Harald risponde: “È un onore!“
Quanto avrei voluto fosse presente Richard Benson.
Il vichingo è l’ingenuità fatta carne. Il re che credeva di negoziare mentre firmava la propria sottomissione. I Gorosei continuano, come se stessero facendo una lezione universitaria su contratti demoniaci:
“Alcuni hanno stipulato un vero e proprio contratto con il ‘Dio’ di questo mondo. Solo tredici persone possiedono il terzo legame… ma esistono anche il ‘Patto degli Abissi’ e il ‘Patto delle Profondità’. Il ‘Patto dei Bassifondi’ è il più debole. Ci sono in totale tre patti, ognuno con un livello diverso.”
Il vichingo, ancora: “Un ‘Dio’?!“
Già, un Dio. Imu. L’entità che cancella isole dalla geografia, possiede pirati trasformandoli in demoni, orchestra secoli interi di amnesia collettiva. E Harald—dannazione, Harald—pensa ancora di star firmando una joint venture.
Conoscete Batman di Tim Burton? La scena in cui Joker dice a Bob “Sei il mio uomo numero uno!” e Bob ci crede davvero, tutto orgoglioso, mentre Joker sogghigna “Il deficiente ci ha creduto!” prima di sparargli?
Ecco. I Gorosei stanno facendo la stessa identica cosa con il Re di Elbaph.
Procedendo, Oda non ci regala spesso rivelazioni così chirurgiche. I tre livelli del contratto nero con Imu sono la struttura portante del potere mondiale. Non la Marina. Non i Tenryuubito. Questa gerarchia.
Patto dei Bassifondi: Harald. Gunko prima di diventare Holy Knight. Shanks durante l’infiltrazione. È il marchio delle Lame Divine Devote. Un legame debole, dicono i Gorosei—ma “debole” qui significa solo che non ti possiede completamente. Ti dà accesso all’Abyss, la capacità di teletrasportarti ovunque ci sia un pentagono tracciato da un portatore di sigillo. Ma soprattutto, ti lega a Imu come un guinzaglio telepatico. Può seguirti. Può trovarti. Può sussurrarti ordini nella testa se lo desidera. Non c’è immortalità, non c’è rigenerazione istantanea. Solo il marchio. E il marchio basta.
Shanks lo sa. Per questo sacrifica il braccio. Perché finché quel sigillo rimane sulla sua carne, Imu può localizzarlo. Può capire dove si trova il frutto Nika poi affidato a Luffy. Quindi il Signore della Scogliera non è un incidente: ma opportunità. Rimuovere il braccio significa rimuovere il guinzaglio. Bye bye Imu.
Patto delle Profondità: Gli otto Cavalieri Divini. Shamrock. Sommers. Qui il contratto si fa serio. Oltre al teletrasporto, ottieni immortalità e rigenerazione rapida. Ferite mortali che si richiudono in secondi. Ma c’è un prezzo: il legame con Imu si rafforza. Gli ordini telepatici non sono più suggerimenti, sono imperativi. E in momenti di necessità estrema—come a God Valley con Gunko—Imu può abitare il tuo corpo. Possessione piena. Domi Reversi. Trasformarti in demone mentre la tua coscienza urla imprigionata nella tua stessa carne.
Patto degli Abissi: I Cinque Gorosei. Saturn, Nusjuro, Mars, Warcury, Ju Peter. Qui parliamo del pacchetto completo. Immortalità assoluta. Rigenerazione istantanea anche da decapitazione. Trasformazione in yokai—quelle forme mostruose che abbiamo visto a Egghead. E soprattutto: pieno accesso al potere di Imu. Sono le sue estensioni, i suoi apostoli. Non hanno più volontà propria se non nei margini che il loro padrone concede.
Tredici persone in totale. Otto Cavalieri. Cinque Gorosei.
Tredici apostoli per un falso dio che si è seduto sul trono che doveva rimanere vuoto.
Il riferimento biblico è plateale. I dodici apostoli di Gesù Cristo più il traditore Giuda, sostituito da Mattia dopo l’Ascensione. Tredici, numero maledetto in Occidente proprio per questo. Ma qui il traditore non è Giuda: è chiunque osi rifiutare il patto.
Shanks che sacrifica il braccio.
Harald che—forse—alla fine capirà l’errore e verrà eliminato.
Loki che massacra chi avvelena Ida invece di inginocchiarsi.
Questa è la parte che cambia tutto. Che riscrive ottocento capitoli di politica mondiale.
I Draghi Celesti—quei nobili patetici che respirano aria filtrata attraverso bolle di resina, che trattano gli umani come animali domestici, che organizzano cacce umane per noia—non sono il vero potere. Sono scenografia. Burattini burocratici messi lì per dare al popolo qualcuno da odiare, qualcuno da riverire, qualcuno da identificare come “élite”.
Il vero potere? I tredici. Solo loro. Gli altri Celesti—centinaia di famiglie aristocratiche sparse per Mary Geoise—non sanno niente. Non conoscono Imu. Non conoscono il Secolo Vuoto. Non sanno perché Roger fu giustiziato o perché Ohara venne cancellata. Vivono nell’illusione di essere padroni del mondo mentre i veri padroni li usano come copertura.
È geniale. Terrificante, ma geniale.
Perché cosa succede quando il popolo si ribella? Accusa i Tenryuubito. I pirati sognano di bruciare Mary Geoise. Ma bruciando i nobili non tocchi il cuore del sistema. Anzi, dai ai tredici l’opportunità di ricostruire il teatro con nuovi attori.
I Gorosei lo dicono chiaramente a Harald: “Sarai l’asso nella manica.” Non un alleato. Un’arma. Perché lui—e tutti i ‘marchiati’—non hanno accesso alla verità. Non sanno cosa è successo nel Secolo Vuoto. Non sanno perché Imu vuole cancellare il clan Davy. Non sanno che il mondo è stato annegato intenzionalmente, che la Red Line è stata eretta per dividere i popoli, che i frutti del diavolo sono maledetti dal mare perché il mondo ha vissuto tre Ere.
Solo i tredici sanno. Solo loro hanno visto il fondo.
Questo spiega tutto. Spiega perché Garling—ora Gorosei—può prendere decisioni che prima non poteva. Perché Shamrock guarda Elbaph con disprezzo ma senza pietà: sa cosa succederà ai giganti se Loki non si inginocchia. Spiega perché Gunko ha i ricordi bloccati: perché sapere troppo significa perdere la capacità di dubitare, e Imu preferisce soldati che obbediscono senza capire.
Harald non sa niente di tutto questo. Crede ancora di star servendo un governo legittimo. Di star proteggendo Elbaph attraverso il sacrificio personale. Non capisce che i Gorosei stavano già pianificando come sostituirlo in caso di tradimento—con Loki posseduto, con Dorry e Brogy schiavizzati, con nuovi giganti manipolati attraverso il Domi Reversi.
Esiste un termine in inglese: Judas goat. La capra addestrata a guidare il gregge verso il macello. Gli altri animali la seguono perché si fidano, perché cammina davanti a loro con sicurezza. Non sanno che li sta portando alla morte.
Harald è il Judas goat di Elbaph.
I giganti lo vedono tornare dalla missione segreta del Governo Mondiale. Lo vedono con il sigillo sulla pelle, promosso a Lama Divina. Cosa pensavano?
“Il nostro re sta ottenendo riconoscimento. Presto saremo accettati nel mondo civilizzato.” ?
Non capiscono che quel sigillo è una catena. Che Harald ha appena consegnato Elbaph nelle mani di Imu senza nemmeno saperlo.
E la tragedia—la vera tragedia—è che lo fa per amore. Vuole pace per il suo popolo. Vuole che i bambini giganti non debbano più nascondersi dai Marine. Vuole che Elbaph venga riconosciuta come nazione legittima invece che come covo di barbari.
Ma pace con Imu significa sottomissione. Significa che un giorno i Gorosei diranno: “Elbaph è troppo pericolosa. Possiedono giganti tre volte più grandi del normale. Conoscono troppo sulla storia antica. Vanno neutralizzati.” E useranno il pentagono piantato da Harald (altro dettaglio, ecco chi fu) stesso per materializzarsi nel castello e massacrare chiunque resista.
Loki lo capisce. Ecco perché la ribellione totale, e parlo oltre la stima verso Rocks. Follia cieca? No, è disperazione. Perché sa che suo padre ha stretto un patto col diavolo e che quel patto condannerà il Warland. Quindi fa l’unica cosa che può fare: dimostrare che i giganti non sono docili. Che non si inginocchieranno. Che se qualcuno tocca chi amano, bruciano villaggi interi.
È un messaggio a Harald: “Hai scelto la pace. Io scelgo la guerra. E almeno io so contro chi sto combattendo.“
“Se diventi Cavaliere, Elbaph sarà accettata nel Governo.”
Nusjuro lo dice guardando Harald negli occhi. Con quella calma glaciale dei Gorosei. E tecnicamente non sta mentendo. Elbaph potrebbe essere accettata. Potrebbe. Ma accettata come cosa? Come nazione sovrana o come protettorato militare? Come alleato o come risorsa da sfruttare?
Meglio ammansirli, che piegarli sprecando risorse, vero?
Gli Astri sono maestri della verità parziale. Non dicono bugie—dicono mezze verità che suonano come promesse. E Harald, disperato per legittimare il suo popolo, sente solo la parola “accettata” e non chiede il resto.
Non chiede: cosa succede ai giganti che rifiutano di collaborare? Cosa succede se Elbaph diventa scomoda? Cosa succede se un gigante scopre troppo sulla storia del Secolo Vuoto?
Ohara insegna. Lulusia insegna. God Valley insegna.
Ma il vichingo non conosce questi nomi. Perché sono stati cancellati. E quando anche il Warland verrà cancellato—esattamente come teme Gaban—il mondo non saprà nemmeno che esisteva. Il Governo Mondiale riscriverà la storia dicendo che i giganti si estinsero per cause naturali, o per una guerra tribale, o per qualsiasi menzogna funzioni meglio.
E Harald? Harald sarà il primo nome cancellato. Il re che tradì il suo popolo credendo di salvarlo.
Parliamo di Teologia rovesciata.
C’è qualcosa di religioso in questa struttura. I tre livelli del patto non sono gerarchie militari: sono iniziazioni mistiche. Bassifondi = catecumeni. Profondità = preti. Abissi = cardinali.
Ma a differenza delle religioni tradizionali, qui non c’è salvezza. Non c’è paradiso. Solo gradi crescenti di schiavitù mascherati da privilegi. Perché anche i Gorosei—con tutta la loro immortalità, con tutto il loro potere—sono schiavi. Saturn lo dimostra quando Imu lo disintegra per aver fallito a Egghead. Non importa quanto sei alto nella gerarchia: se deludi il dio, vieni sostituito.
E questo è il vero orrore del sistema. Non che sia ingiusto—l’ingiustizia la vediamo ovunque. È che è progettato per non poter essere riformato. Perché riformare significa negoziare con chi comanda. E Imu non negozia. Imu cancella. Isole intere. Clan interi. Secoli interi di storia.
Ma prima prova con le buone.
Certi guinzagli son foderati di velluto.
MosaMosa
‘Il filo rosso del destino ci ha fatto incontrare’
– Mitologia giapponese, unmei no akai ito
Harald beve con Nettuno sul fondale oceanico. Vent’anni prima della storia principale, quando Shirahoshi deve ancora nascere e Loki è un adolescente per standard giganti. Il re del Mare racconta al gigante che sua figlia verrà al mondo, scherza su un possibile fidanzamento tra i due. Proposta che Harald sembra declinare con un sorriso, chiamando l’ancora-non-nata principessa sirena “mosamosa”—termine giapponese che significa “pelosa”, “irsuta”.
Nettuno lo dice scherzando. Riferendosi alla propria peluria. Ma quel nomignolo affettuoso è destinato a sopravvivere ben oltre quella conversazione ubriaca sul fondale.
Perché Loki lo userà. Per anni. Parlando attraverso la lumacofono con qualcuno che chiama esattamente così: Mosa.
E chi poteva essere, se non lei? Shirahoshi, la principessa rinchiusa nella torre per un decennio intero dopo l’assassinio della madre Otohime. Shirahoshi, perseguitata dallo psicotico Vander Decken IX che le scagliava proposte di matrimonio letali attraverso il suo frutto Mato Mato. Shirahoshi, sola in quella torre gigantesca con solo Megalo lo squalo come compagnia, incapace di uscire, incapace di visitare la tomba della madre.
Loki e Mosa. Due prigionieri. Uno incatenato ad Elbaph per aver massacrato un villaggio, l’altra segregata a Fishman Island per protezione. Entrambi figli di re. Entrambi incompresi o temuti, isolati dal proprio popolo.
La connessione è poetica. Brilla. Perché significa che per anni, attraverso quella lumacofono a lunga distanza che il villaggio permetteva di usare al Principe Maledetto, due anime spezzate si sono parlate nell’oscurità. Senza vedersi. Solo ascoltandosi.
Loki chiamava Shirahoshi “Mosa” con affetto. Non con scherno. E la principessa sirena, incapace di distinguere toni sarcastici da quelli genuini, probabilmente pensava fosse un soprannome carino. D’altronde, non doveva mantenere la reputazione da bad boy? Due reietti. Due sovrani in esilio. Che parlavano nell’oscurità mentre il mondo li condannava.
Nettuno quindi scherza su quel fidanzamento, ma sotto la battuta c’è qualcosa di più antico. Qualcosa che i Re del Mare hanno sussurrato quando Roger e Oden attraversavano il fondale verso Fishman Island.
Le parole esatte—tradotte dal giapponese con precisione quasi religiosa—erano queste:
“Il momento è vicino! Il nostro sovrano presto nascerà… e un altro, in un mare lontano… Le balene gioiscono in attesa… del giorno in cui i due sovrani si incontreranno di nuovo. Abbiamo atteso così a lungo. È quasi qui… e sicuramente andrà tutto bene stavolta. Dieci anni fino alla nascita; altri quindici per crescere.“
Sovrano numero uno: Shirahoshi, nata dieci anni dopo quella profezia. Poseidon. L’Arma Ancestrale che comanda i Re del Mare?
Sovrano numero due: Luffy o Loki? Eccolo il legame, il Joy Boy reincarnato. Il portatore del frutto Nika.
Ma c’è un dettaglio che i Re del Mare non hanno specificato. Un dettaglio che Oda ha lasciato deliberatamente ambiguo (tanto per cambiare). Perché dicono “i due sovrani si incontreranno di nuovo”—di nuovo—come se fosse successo prima. Come se 800 anni fa, durante il Secolo Vuoto, Joy Boy e Poseidon si fossero già incontrati. E stavolta—”sicuramente andrà tutto bene”—significa che la prima è andata male.
L’allegro ragazzo non riuscì a mantenere la promessa. Noah rimase inutilizzata. Il patto con Fishman Island venne infranto. La lettera di scuse scritta su un Poneglyph nella foresta sottomarina è la testimonianza di quel fallimento.
Ma ora—con Loki (o Luffy ?) e Shirahoshi—la profezia può compiersi. Il giorno promesso può arrivare. Noah può finalmente essere trainata dai Re del Mare verso la superficie, portando l’intera popolazione di tritoni e uomini-pesce fuori dall’oscurità del mare.
Tranne che c’è un problema. Un problema enorme che Nettuno menziona con leggerezza mentre beve con Harald.
“Mia figlia potrebbe nascere come forza incontrollabile.”
Arma Ancestrale. Poseidon. Un potere capace un pizzichino di distruggere il mondo.
Torniamo al murale esaminato da Franky e Ripley nell’ultima radice di Adam. Il testo sacro dell’Alley—confuso, frammentario, scritto da bambini durante o subito dopo il Secolo Vuoto—parla di tre ere. Tre mondi. Tre guerre.
Nel Secondo, c’è una frase che ora acquisisce peso spaventoso:
“Il Dio della Foresta inviò i diavoli, il Sole non faceva che diffondere fiamme di guerra. La gente della Mezza Luna ebbe un sogno, la gente della Luna ebbe un sogno, ma l’uomo uccise il Sole e divenne Dio. Il Dio del Mare si adirò, e da allora essi non poterono più incontrarsi.”
Analizziamo.
“Il Dio della Foresta inviò i diavoli”: i frutti del diavolo. Creati—o liberati—da una forza primordiale per dare all’umanità oppressa la possibilità di combattere. Non maledizioni casuali: doni disperati. Perché l’umanità stava perdendo contro i Lunaria? Imu? La tecnologia del Regno Antico?
Dietro la Red Line eretta per dividere i popoli.
“L’uomo uccise il Sole e divenne Dio”: Joy Boy. L’uomo che ha mangiato il frutto Nika—o che lo ha risvegliato—diventando il Dio del Sole. Ma “uccise il Sole” suggerisce qualcosa di più oscuro. Forse ha usurpato quel potere. Forse ha rubato il frutto. Forse ha commesso un crimine talmente grande che anche Nika stesso—la divinità originale—ne è rimasto profanato. Lo scrivo da mesi, questa teoria mi affascina.
“Il Dio del Mare si adirò”: ecco la chiave. Il Mare—non Imu, non i Gorosei, ma il Mare stesso come forza divina—si è infuriato contro l’umanità per aver rubato il potere degli dèi. E ha punito tutti i possessori di frutti del diavolo con la maledizione dell’acqua.
Non è una regola fisica. È una punizione teologica.
I fruttati annegano non perché i frutti contengano una sostanza chimica incompatibile con l’H2O. Annegano perché il Dio del Mare—l’entità che ha creato Poseidon come sua arma, l’entità che comanda i Re del Mare, l’entità che custodisce il segreto di Noah—ha deciso che chi osa elevarsi a divinità tramite frutti deve essere vulnerabile all’elemento che Lui governa.
Ed è qui che la teoria si fa interessante.
Ricordate la mia visione dei fatti?
Tutte le Armi Ancestrali sono costruite dall’uomo. Tranne una.
Uranus: tecnologia. Probabilmente un satellite o un’arma orbitale capace di sparare fasci energetici—come quello che ha cancellato Lulusia. Costruita dal Regno Antico o dai Venti Regni. Artificiale.
Pluton: nave da guerra titanica. Costruita dai Galley-La—i giganti costruttori di Water 7, antenati di Franky e Iceburg. I progetti esistono. Tom li aveva. Franky li ha bruciati. Ma la nave originale dorme da qualche parte, forse sotto Wano, forse altrove. Artificiale.
Poseidon: potere biologico. Trasmesso di generazione in generazione attraverso il sangue reale di Fishman Island. Una principessa sirena ogni pochi secoli nasce con la capacità di comandare i Re del Mare. Non è costruita. Non è progettata. È generata dal Mare stesso.
Poseidon è l’unica Arma Ancestrale naturale. L’unica non creata dall’uomo. L’unica che risponde a un ordine cosmico più antico della stessa umanità.
E questo cambia tutto.
Perché se Pluton—la nave da guerra—fu costruita dai giganti, allora chi erediterà quella nave? Chi la userà nella battaglia finale?
Loki. Altrimenti perché farlo sottolineare da Xebec? Guarda caso il mentore del principe?
Il demone di Elbaph che ha sterminato un villaggio per vendicare Ida. Il figlio di Harald che ha rifiutato di inginocchiarsi davanti ai Gorosei. Il ragazzo con gli “occhi strani” che sua madre biologica ha gettato nell’Underworld con disgusto.
Loki è l’erede spirituale dei Galley-La. I giganti costruttori che eressero Pluton. E se esiste ancora—nascosta, dormiente, aspettando il momento giusto—allora sarà colui che la risveglierà.
Due sovrani. Shirahoshi è Poseidon—i Re del Mare. Loki comanda Pluton—la nave da guerra più potente mai costruita.
E Luffy? Il capitano è Nika, e il figlio di Harald si definisce ‘Dio del Sole’ fin dal primo incontro. Quindi vale la pena ricordare i testi sacri di Elbaph:
‘Il Dio del Sole danza e ride, conducendo il mondo verso la fine’.
L’idea di Luffy distruttore è tutt’altro che risibile.
Ma torniamo alla maledizione. All’ira del Dio del Mare.
Se i fruttati non possono nuotare perché il Mare li ha puniti per aver rubato il potere divino, allora c’è una domanda inevitabile: il Mare può perdonare?
Perché la pietra marina emette la stessa “aura” del mare. Vegapunk lo ha scoperto e lo ha usato per rendere le navi della Marina invisibili ai Re. Ma cosa è davvero? È solo un minerale? O è la materializzazione fisica della volontà del Mare?
E se lo fosse, allora l’elemento non è solo una forza cieca. Ha coscienza. Ha intenzione. Può scegliere chi punire e chi salvare.
Shirahoshi è la prova vivente. Poseidon non è maledetta dall’acqua perché non ha rubato il suo potere. Le è stato dato. Dal Mare stesso. È la figlia legittima dell’oceano, non un’usurpatrice.
Ma i fruttati? Loro hanno preso ciò che non gli apparteneva. Hanno mangiato i “diavoli” inviati dal Dio della Foresta. Hanno usurpato poteri divini senza permesso. E il Mare li punisce per questo.
Tuttavia, c’è una clausola di redenzione nascosta in tutto questo. Perché Roger—che non aveva frutti—poteva sentire la Voce di Tutte le Cose. Oden e Momo anche. E Luffy—che ha il frutto Nika—può sentire i Re del Mare.
Il segreto è nel sangue di due clan, i Davy e le D.
Perché Luffy non ha rubato Nika. Nika lo ha scelto. Il frutto gli è sfuggito dalle mani del Governo Mondiale per tredici anni, e per 800 non ha concesso a nessuno il suo potere, nascondendosi, aspettando, finché non ha trovato il ragazzo giusto a Foosha.
E quando Luffy ha mangiato quel frutto, il Mare l’ha maledetto comunque.
Ecco perché ‘il Dio del Sole balla e ride, ma sarà il Sole a portare una nuova alba’?
Tornando a Loki e Shirahoshi. Al fidanzamento scherzoso. Al nomignolo “mosamosa” che è diventato un ponte tra due prigionieri.
Cosa succederebbe se quel fidanzamento, un giorno, diventasse reale?
Non parlo di romanticismo. Ma di alleanza. Di patto. Di due sovrani che si uniscono non per amore, ma per necessità (preferirei amore, almeno una gioia per ‘sti due). Perché Shirahoshi comanda i Re del Mare e Loki—se la mia teoria è corretta—comanderà Pluton.
E se Noah deve essere trainata verso la superficie, serve entrambi. Serve Poseidon per chiamare i Re del Mare. Serve Pluton per distruggere la Red Line e creare il passaggio.
Il fidanzamento mancato vent’anni fa potrebbe diventare l’alleanza che salva il mondo.
E Harald—ubriaco sul fondale, scherzando con Nettuno (il villoso)—non aveva idea di star seminando i semi di una profezia.
Il sangue, la chiave
‘Io non sono un doppiogiochista. Io sono un triplogiochista. È diverso’
– Chuck Barris (Sam Rockwell), Confessioni di una mente pericolosa
Quindici anni fa, Fisher Tiger scala la Red Line, penetra Mary Geoise, libera centinaia di schiavi — incluse le sorelle Gorgone — e incendia la Terra Sacra prima di fuggire. Evento spartiacque che cambierà per sempre la politica mondiale, che spingerà Jinbe a unirsi ai Pirati del Sole, che ispirerà rivolte in tutto il Grand Line. Storia nota, archiviata, studiata.
Quello che non sapevamo è chi gli aprì le celle.
Shanks. Saint Shanks, per l’esattezza.
Figlio di Garling Figarland, Lama di Dio appena promossa, con tanto di uniforme ufficiale e sigillo dei Bassifondi tatuato sul braccio. Lo vediamo nel capitolo mentre passeggia tranquillo per Mary Geoise accanto al fratello gemello Shamrock, parlando del “misterioso criminale” che ha liberato Tiger — sapendo benissimo di essere lui quel criminale.
Doppio gioco così sfacciato da sembrare suicidio.
Ma la bellezza della mossa sta proprio nella sua trasparenza: Shanks non si nasconde. Quando Harald — il gigante diventato lama del Governo Mondiale — lo incontra per caso nella Terra Sacra, reagisce come se riconoscesse qualcuno. Shanks lo gela con un’occhiata e una risposta secca: “Voi non potete capirlo, cosa significa aver buttato via 24 anni della propria vita! Non c’è da stupirsi se mi sono sempre sentito fuori posto… era tutto disgustoso!!!”
Ventiquattro anni. L’intera vita fino a quel momento. Shanks parla come uno che ha scoperto di essere stato cresciuto nella casa sbagliata, da genitori sbagliati, con valori sbagliati. E adesso — adesso che Roger è morto, adesso che l’equipaggio si è sciolto — torna alla famiglia biologica per fare quello che avrebbe dovuto fare fin dall’inizio: imparare.
Gaban lo sapeva. Rayleigh probabilmente pure. Quando Shanks arriva a Elbaph per avvertire Harald del pericolo imminente — un anno dopo gli eventi di Mary Geoise — Gaban nota il sigillo tatuato sul suo braccio. Non chiede spiegazioni. Non serve. I vecchi lupi della Roger sanno riconoscere un’operazione coperta quando la vedono.
O, più semplicemente, ne hanno parlato e analizzano i fatti.
Perché è esattamente questo: un’operazione di intelligence a lungo termine, orchestrata con precisione e disciplina. Shanks usa il privilegio di nascita — quella maledizione genetica che lo lega a Garling e ai Draghi Celesti — come pass VIP per la Terra Sacra. Si presenta ai Cavalieri di Dio con umiltà finta, chiede a Shamrock di insegnargli, finge di voler catturare il colpevole della fuga di Tiger “per rendersi utile”.
E mentre recita questa farsa, raccoglie informazioni. Studia gerarchie. Mappa corridoi. Identifica punti deboli. Osserva Imu da lontano — forse anche da vicino, considerando che qualcuno identico a lui incontra i Cinque Astri di Saggezza in privato.
La copertura è perfetta perché genuina: Shanks è un Figarland. Il sangue non mente. Può camminare per Mary Geoise senza essere fermato, può parlare con i Cavalieri senza destare sospetti, può accedere ad archivi e conversazioni precluse a chiunque altro. Il Governo Mondiale lo accoglie a braccia aperte perché crede di aver recuperato l’erede prodigo.
E lui li lascia credere.
Certo, la carta del sospetto resta sul tavolo, ma non è forse già marchiato?
Va bene, capisco che preferiate una conferma solida. Eccola: quando Shamrock tenta di convincere Loki, parla del fratello senza definirlo “immondizia” o traditore. Si limita a un semplice, quasi rassegnato: “mio fratello gemello, la vita ci ha separati.”
Mentre intanto il Rosso libera Tiger, sabota il sistema dall’interno, prepara il terreno per qualcosa di molto più grande.
Dettaglio cruciale spesso ignorato: quando Shanks salva Luffy a Foosha, indossa già il titolo da capitano. Ha già formato la ciurma. Yasopp, Beckman, Lucky Roux: tutti al loro posto.
Ma quindici anni fa, quando libera Tiger e vive a Mary Geoise, non ha ancora nessun equipaggio. È solo. Un infiltrato solitario che si muove tra palazzi dorati e sale di tortura, raccogliendo frammenti di verità mentre finge fedeltà ai carnefici.
Anni di silenzio. Passati nella Terra Sacra, imparando segreti che probabilmente gli hanno bruciato l’anima. Poi fugge — o viene espulso, o lascia con una scusa plausibile — e subito dopo inizia a reclutare. Uno per uno, scegliendo con cura maniacale ogni membro della sua ciurma. Non pirati casuali incontrati per strada. Uomini fidati, testati, capaci.
Tempismo sospetto.
Come se Shanks avesse passato quegli anni a Mary Geoise non solo a raccogliere informazioni, ma a identificare chi avrebbe potuto affiancare nella guerra segreta che stava preparando. Come se ogni scelta successiva — da Yasopp a Beckman — fosse guidata da ciò che aveva visto e compreso nella Terra Sacra.
E quel sigillo sul braccio — i Bassifondi, il rango più basso dei Cavalieri — non è solo un ricordo. È una chiave ancora funzionante. Un lasciapassare che forse Shanks conserva deliberatamente, sapendo che un giorno potrebbe tornare utile
Se porta un segreto — genealogia, trama orizzontale, connessione con Teach. Forse porta anche riconoscimento: Harald quasi lo identifica, e la benda potrebbe essere proprio ciò che impedisce al gigante di collegare “Saint Shanks” al ragazzino trovato a God Valley con la ciurma di Roger.
Oda ha promesso, due decenni fa, che un pirata con benda sull’occhio sarebbe apparso nella fase finale di One Piece. Lo disse con un sorriso, come chi custodisce un segreto delizioso. E adesso, nel 1167, ci mostra Shanks — l’uomo che tutti credono eroe — con una benda durante il periodo più ambiguo della sua vita.
Se si riducesse a questo… io mi aspettavo un tagliagole alto due metri e dallo sguardo torvo, qualcuno collegato al Regno Antico e chissà… al clan Davy, beh, prendiamola come una palese burla del sensei.
Ora invece, un nostro errore comune: credere che Fisher Tiger sia l’eroe solitario che decide autonomamente di assaltare Mary Geoise. Narrazione comoda, romantica, sbagliata. La verità è più spigolosa: Tiger viene liberato da qualcuno. Qualcuno taglia le sue catene, gli indica la via di fuga, lo spinge verso la libertà mentre gli schiavi ancora dormono nelle celle. Quel qualcuno è Shanks. E questa azione — questo singolo gesto — scatena tutto il resto. Senza di lui, Tiger non fugge. Senza la fuga di Tiger, non nasce l’assalto a Mary Geoise. Senza l’assalto, Hancock e le sorelle restano schiave. Senza Hancock libera, Luffy muore durante la Guerra di Marineford. Senza, Jinbe ispirato da Tiger e i Pirati del Sole non esistono, quindi Luffy annega nell’oceano dopo Arlong Park.
Effetto domino con doppio avvitamento.
Shanks non salva Tiger per altruismo – almeno, non solo – lo salva perché sa cosa causerà. Conosce la rabbia di quell’uomo, la sete di vendetta, la volontà di distruzione.
Sa che una volta fuori, Tiger tornerà. E tornerà con violenza.
E il pirata vuole quella violenza. Vuole che Mary Geoise bruci. Vuole che il mondo veda cosa succede quando qualcuno osa sfidare i Draghi Celesti. Vuole che la notizia si diffonda, che ispiri rivolte, che faccia tremare il Governo Mondiale.
Non è l’atto di un infiltrato che vuole passare inosservato. È l’atto di qualcuno che ha già deciso di tradire, e che sta preparando il terreno per qualcosa di molto più grande. Liberare Tiger è sabotaggio strategico.
E quando, successivamente, arriva a Elbaph e dice a Gaban di aver incontrato Harald a Mary Geoise, il vecchio lupo capisce subito. Non chiede dettagli. Non serve. Shanks è tornato dalla Terra Sacra con informazioni, alleanze, piani. E adesso può finalmente formare la sua ciurma e iniziare la vera partita.
“Voi non potete capirlo, cosa significa aver buttato via 24 anni della propria vita! Non c’è da stupirsi se mi sono sempre sentito fuori posto… era tutto disgustoso.”
Frase al fulmicotone.
Il giovane urla la sua frustrazione al fratello. E in quelle parole c’è tutto: il dolore di essere cresciuto lontano dalla propria famiglia biologica, la rabbia di scoprire chi sono davvero i Figarland, il disgusto verso un mondo costruito su schiavitù e menzogne. Con calcolo. Perché Shanks non sta sfogandosi — sta recitando. Finge amarezza per giustificare il suo ritorno, per spiegare perché adesso vuole “dimostrare il suo valore” catturando il colpevole della fuga di Tiger.
Probabilmente il pirata sembrava sincero perché descrive reale nausea: ma quella di vivere lì.
E funziona. Il Governo Mondiale non sospetta. Lo promuove rapidamente allo stesso rango di Gunko, e di Harald — perché il suo talento è innegabile. Gemello di Shamrock nelle abilità, figlio di Garling nel sangue. Perfetto candidato per scalare i ranghi.
Ma il Roger non vuole scalare nulla. Vuole solo restare abbastanza tempo per capire come funziona la macchina. Dove sono le crepe. Come si distrugge dall’interno.
E quando ha finito di imparare, se ne va. Fonda la sua ciurma. Ruba il frutto Nika dal Governo Mondiale portandolo via come souvenir.
E per gli anni successivi gira il mondo, cercando qualcuno degno di quel frutto.
Finché non incontra Luffy. Finché non perde il braccio per salvarlo. Finché non vede in quel ragazzino ciò che Roger vedeva in lui: la volontà di rovesciare il mondo.
E allora capisce che il frutto Nika è esattamente dove doveva essere. Nelle mani del ragazzo che un giorno metterà a ferro e fuoco Mary Geoise meglio di quanto Fisher Tiger abbia mai fatto.
Se non è arrivato prima Teach.
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Il Nazionalismo Come Veleno
‘Il nazionalismo è una malattia infantile. È il morbillo dell’umanità.’
Albert Einstein – discorso al Carnegie Hall, New York, 1921
Ida rifiuta di chiamare Harald. Non perché lo odia—lo ama, probabilmente, per quanto uno possa amare un uomo che è sempre altrove. Rifiuta perché sa. Sa che suo marito è a Mary Geoise, impegnato a massacrare pirati nella nebbia per guadagnarsi il titolo di Lama devota. Sa che sta contando i giorni prima di diventare Cavaliere dell’Abisso, prima che i Gorosei gli dicano “Adesso sì, adesso Elbaph sarà accettata.”
Hajrudin salpa alla ricerca di un medico. Attraversa i mari sperando di trovare qualcuno capace di diagnosticare cosa sta facendo ammalare sua madre. Ma non sa cosa cercare. Non sa che Ida è stata avvelenata.
E Loki? Loki non dice niente. Non mostra preoccupazione. Si limita a osservare con quegli “occhi strani” che sua madre biologica Estrid trovava così disgustosi da gettarlo nell’Underworld anni prima.
Ma dentro conta i respiri di Ida come se fossero gli ultimi.
Il principe e Xebec, due figure narrative plasmate con tale lucidità da sembrare inevitabile, organismi di carta e respiro in cui psicologia, voce, desideri e conflitti si intrecciano senza smagliature. Non vivono per funzione ma per necessità interiore, procede con una coerenza che sorprende e con contraddizioni che illuminano.
Insomma, immensi, scritti come Dio comanda.
Ad ogni modo, c’è una intenzione in One Piece che Oda ripete con ossessione ciclica: le madri muoiono. Rouge si tiene Ace in grembo per tot mesi e muore partorendo. Bellemere viene giustiziata davanti a Nami e Nojiko. Otohime assassinata da Hody Jones travestito. Olvia sacrifica la propria vita a Ohara perché Robin possa fuggire. La madre di Sanji muore per le modifiche genetiche inflittele da Judge. Dadan sopravvive solo perché Oda ha deciso—miracolosamente—di farci vedere che le famiglie si scelgono, che non serve il sangue comune per il sincero affetto.
E il capitolo la chiama ‘Il figlio di Ida’—perché tutto il loro destino è legato al fatto di appartenersi.
Il gigante del villaggio dei Birrai confessa con orgoglio. Quasi con soddisfazione.
“Sto parlando dell’assurdità di lasciare che una donna estranea come lei diventi Regina!! Sicuramente sei d’accordo, Loki!! Siamo entrambi dello stesso clan della vera Regina Estrid!! Tutti i tesori e il potere appartengono a noi!! Ecco perché l’ho avvelenata… con questo ergot.”
Anche voi, come me, sono certo abbiate sentito un dito gelido passarvi lungo la schiena. Premonitore.
Piccola parentesi informativa.
A – Il “veleno” (o la sostanza tossica) viene definito come “ergot” (segale cornuta) nella traduzione inglese, ma non nelle altre (al momento la traduzione del Bike non è finita).
B – Non vi è conferma che “ergot” significhi nell’universo di One Piece esattamente ciò che nella nostra realtà: potrebbe trattarsi di un “veleno narrativo” la cui corrispondenza con la segale cornuta reale non è garantita.
Ma, se così fosse, vi riporto cosa ho letto in proposito…
Claviceps purpurea—fungo parassita della segale—causa nell’uomo convulsioni, allucinazioni, cancrena degli arti, aborti spontanei. Nell’Europa medievale, intere comunità venivano colpite da epidemie di ergotismo. I sintomi somigliavano alla possessione demoniaca: corpi che si contorcono, urla incomprensibili, visioni di creature mostruose. Alcuni storici—come Linda Caporael nel 1976—hanno ipotizzato che l’epidemia di ergotismo a Salem Village nel 1691-1692 possa aver contribuito alla caccia alle streghe. Le ragazze accusatrici—Betty Parris, Abigail Williams, Ann Putnam—mostravano sintomi compatibili: convulsioni, sensazione di essere morse o pizzicate da creature invisibili, allucinazioni.
La teoria è stata contestata—troppi elementi non combaciano, troppa manipolazione sociale consapevole dietro le accuse—ma il punto rimane: l’ergot trasforma le vittime in mostri agli occhi degli altri. Chi ne soffre viene accusato di essere posseduto. Di essere maledetto. Di meritare la morte.
Attenzione, tutto quel che scrivo in questo paragrafo è puramente interpretativo, ne parlo da recensore. Analizzo i fatti.
La violenza non va mai né incentivata né giustificata.
Se fosse la segale cornuta, Oda sceglie questo veleno non per caso. Vedremo.
Ma, tristemente, la simbologia sarebbe perfetta.
Perché Loki viene accusato di essere malvagio, un demone, il portatore di sventura. Esattamente come le presunte streghe di Salem. Ma la verità? La verità è che l’unico veleno in questa storia non cresce su una spiga di segale. Come ho scritto in apertura: cresce nel cuore degli uomini. Nel rancore di chi non sopporta che una “straniera” diventi regina. Nell’invidia di chi crede che il sangue valga più della dignità. Nel nazionalismo tribale che preferisce vedere morire un’innocente piuttosto che accettare che il potere passi a chi non appartiene al “clan giusto”.
Il villaggio dei Birrai avvelena Ida perché è una “estranea”. Non perché ha fatto qualcosa di sbagliato. Semplicemente perché non è nata con il sangue giusto.
È xenofobia pura. Travestita da lealtà verso Estrid—la regina morta che gettò Loki nell’Underworld perché aveva “occhi strani”. Il cittadini si aggrappano alla memoria della nobile non perché era una buona regina, ma perché era loro.
E Ida? Ida è altra. Quindi va eliminata.
Quando Loki scopre chi ha avvelenato Ida, non chiede spiegazioni. Non cerca prove. Non aspetta un processo.
Fa quello che farebbe un figlio disperato.
L’ultima tavola del capitolo è un capolavoro di devastazione visiva.
Il villaggio dei Birrai in fiamme. Il fumo oscura il cielo. E Loki – il figlio che Ida aveva accolto senza chiedere nulla in cambio – tiene per il collo il gigante che ha confessato.
«Ida non morirà per questo, vero…? Me lo ricordo bene…!!
La mia madre biologica… mi ha gettato nell’“Underworld” con disgusto!!!
Al diavolo i tesori!! Che clan di spazzatura!!!
È meglio che Ida non muoia per questo!!!
È l’unica…!!!»
Questa è la prima volta che Loki parla di Estrid. La prima volta che ammette pubblicamente cosa gli è successo alla sua nascita. Perché Oda aveva mostrato la scena —Estrid terrorizzata dagli occhi serpentini del neonato, che ordina alle bambinaie di ucciderlo, che lo getta dall’Aurust nell’Underworld quando si rifiutano—ma Loki non ne aveva mai parlato ad alta voce.
Ora lo fa. Mentre solleva l’assassino di Ida. Mentre il tutto brucia intorno a lui.
Mentre il mondo crolla per la seconda volta.
Ora… si, vediamo con gli occhi ciò che il nostro istinto aveva già compreso.
Non rabbia. Dolore. Perché Loki ricorda. Ricorda di essere caduto nell’oscurità mentre nessuno lo tratteneva. Ricorda di aver pianto—neonato indifeso—circondato da bestie che avrebbero dovuto sbranarlo. Ricorda di essere sopravvissuto per puro caso, o per qualcosa di più oscuro che Oda non ha ancora rivelato. Ricorda di essere risalito arrampicandosi su Adam con mani troppo piccole, troppo deboli, ma abbastanza disperate.
E ricorda che nessuno è venuto a cercarlo. Non Harald, impegnato nelle guerre dei giganti. Non i servitori, terrorizzati da Estrid. Nessuno.
Fino a Ida.
«Sembri solo, Loki. Perché non vieni da me?»
Una frase. Una sola frase. E il principe—che aveva passato l’infanzia rigettato, temuto, accusato di essere maledetto—finalmente trova qualcuno che gli tende la mano senza aspettarsi niente in cambio.
Ida non è la madre biologica. Non condividono sangue. Ma questo è esattamente il punto. Perché se One Piece insegna qualcosa attraverso i suoi ottocento capitoli, è che la famiglia non è sangue. È scelta. Bellemere sceglie Nami e Nojiko in un campo di battaglia devastato. Rouge sceglie di morire perché Ace possa vivere. Dadan sceglie Luffy e Ace anche se li detesta all’inizio. Corazon sceglie Law e si sacrifica per salvarlo.
E Ida sceglie Loki. Il ragazzo che tutti chiamano maledetto. Il principe che porta sfortuna ovunque vada. Il figlio che nessuno vuole.
Di Estrid, cosa ricordiamo?
Regina di Elbaph, sposa politica di Harald scelta dagli anziani perché aveva “pure Sangue Antico”—quella purezza di stirpe che Ida non possedeva. Estrid è descritta come ossessionata dagli omina—segni astrologici, profezie, superstizioni. Quando Harald viene avvisato che un profeta ha predetto “sarai ucciso da tuo figlio”, Estrid prende quella profezia come verità assoluta.
E quando Loki nasce con occhi serpentini—sclera nera, pupille insolite—Estrid vede la profezia incarnata. Non un bambino. Un mostro. Una maledizione.
Ordina alle bambinaie di dire a Harald che il parto è stato un aborto spontaneo. Quando si rifiutano di uccidere il neonato, lo getta personalmente nell’Underworld. E quando Loki sopravvive—quando riesce incredibilmente a risalire—Estrid cade malata. Non per senso di colpa. Per disgusto. Perché il figlio che aveva tentato di eliminare è tornato.
Muore poco dopo. E Loki cresce sapendo che sua madre biologica lo odiava così tanto da preferire morire piuttosto che guardarlo.
E quando Ida muore avvelenata, Loki reagisce esattamente come Luffy reagirebbe se qualcuno toccasse Dadan. Come Sanji reagirebbe se qualcuno toccasse Zeff. Come Law reagì quando Corazon venne giustiziato da Doflamingo.
Fa la lista di chiunque sia responsabile.
Il villaggio dei Birrai non è un gruppo di villain casuali. È il clan di Estrid. Il villaggio da cui proveniva la regina morta. Il luogo che si considera depositario della “vera regalità” di Elbaph perché Estrid—una di loro—aveva sposato Harald.
«Tutti i tesori e la reputazione ci appartengono!!»
Non a Elbaph. Non ai giganti. A noi. Al nostro clan. Alla nostra tribù. Alla nostra purezza di sangue. È nazionalismo tribale nella sua forma più tossica. E Oda lo mostra senza filtri. Perché il gigante che confessa a Loki non è pentito. È convinto di aver fatto la cosa giusta. È sicuro che Loki—”dello stesso clan di Estrid”—dovrebbe essere d’accordo.
Non capisce che Loki se ne frega del clan. Che per lui i “tesori” sono spazzatura. Che l’unica cosa che conta è Ida. L’unica che lo ha mai amato.
E quando Loki agisce desidera solo giustizia. Quella giustizia che Harald—impegnato a servire il Governo Mondiale—non ha mai garantito. Quella giustizia che Elbaph—ossessionata dalle profezie e dal sangue puro—ha sempre negato a chi non apparteneva al gruppo giusto.
Il massacro di Loki è follia.
Si, non prendiamoci in giro.
Ma causata dalla disperazione.
Ecco dove cambia radicalmente, e inizia a pensare che in un mondo dove il sangue conta più dell’amore, l’unica risposta possibile è bruciare tutto.
«È meglio che Ida non muoia per questo!!!
È l’unica…!!!»
Loki non finisce la frase. Perché non serve. Sappiamo cosa significa.
Truman Capote—che trasformò il massacro della famiglia Clutter in A Sangue Freddo, capolavoro di true crime letterario che sfuma i confini tra giornalismo e romanzo—scrisse che i criminali peggiori sono quelli che credono di avere ragione. Perry Smith non pensava di aver ucciso per avidità. Pensava di aver riequilibrato un’ingiustizia cosmica. Pensava che il mondo gli dovesse qualcosa.
E il gigante assassino? Ha esattamente la stessa convinzione. Crede che uccidere Ida sia giusto. Che restituire i “tesori e il potere” al clan di Estrid sia legittimo. Che Loki—essendo del sangue di Estrid—dovrebbe approvare.
Non capisce che Loki non appartiene a nessun clan. Che l’unico legame che conta è quello con Ida. E che quando togli l’unica persona che ha mai amato un uomo disperato, quel uomo brucia il mondo. Chiamandola.
Non “mia matrigna”. Non “la moglie di mio padre”. Madre. L’unica che conta. L’unica che merita quel nome.
Ida muore, e Loki diventa esattamente il mostro che tutti hanno sempre pensato fosse.
Bella fregatura.
Come sempre vi lascio il video del Re, un viaggio nelle latitudini del canone che si intreccia con le longitudini dell’interpretazione.
A voi!
La Nebbia si sta Alzando
Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.
28 anni di narrazione, 28 anni di foschia narrativa.
Ma, alla fine, la nebbia si sta alzando.
E per Loki quello che è rimasto non è stato un martire, né un demone: solo un ragazzo pieno di cicatrici che cercava ancora un senso, come tutti noi. Una creatura che camminava sul filo sottile che separa il giusto dallo sbagliato, con la speranza che almeno una delle sue scelte fosse stata quella giusta.
E mentre il mare sputa fuori le sue storie, una alla volta, Loki sembra quasi di sentirlo ridere. Di quel riso amaro e sporco che senti nelle notti di corsari, quando il vento smette di soffiare e rimangono solo le colpe, le promesse infrante e il sapore metallico della verità.
Godiamoci il viaggio, genti
‘It all started when I lost my mother
No love for myself and no love for another
Searching to find a love upon a higher level
Finding nothing but questions and devils‘– Papa Roach, Last Resort