#1185: L’Algoritmo della Violenza; Incubatrici di Virus; Assedio Invisibile

One Piece capitolo 1185

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‘Ma che piccola storia ignobile sei venuta a raccontarmi
Non vedo proprio cosa posso fare
Dirti qualche frase usata per provare a consolarti’

– Francesco Guccini, Piccola storia ignobile

Un giorno, Shuri siederà di nuovo vicino a Brook, e gli racconterà una storia.

Il 1185 ha il sapore di ferro arrugginito, strumenti musicali lasciati a marcire sotto la pioggia e conti in sospeso che il tempo non è bastato a cancellare. Inutile girarci intorno. Quando Eiichiro Oda decide che è ora di spegnere i riflettori su quello che Candel (come Ginney) ha dovuto patire dai Draghi Celesti, capisci subito che la scrittura frantuma le rassicurazioni shonen.

La nebbia tossica che per sei mesi soffoca Esperia non è la classica maledizione da fiaba nordeuropea per cui il fumetto orientale va pazzo. La vendetta di questo sistema ha tempi geologici e una freddezza scientifica che somiglia a un assedio silenzioso. L’agonia del regno arriva in silenzio, con l’introduzione di una variabile chimica nel motore dell’ambiente: una nebbia tossica programmata per far marcire le corde degli strumenti musicali, sterilizzare l’economia e infettare i polmoni dei sudditi. Dietro questa gestione climatica troviamo la firma burocratica di Marcus Mars, il Dio Guerriero dell’Ambiente (Kankyō Bushin), abile a truccare i dadi dell’ecosistema per indurre lo strangolamento interno di un paese prima di bussare alla cassa.
Immaginate Shylock con la laurea in geopolitica.

Ancora una volta è il West Blue a fare le spese di questa pulizia culturale, a conferma che quel quadrante di mare è storicamente un nido di anomalie da estirpare col fuoco. Non leggo il capitolo 1185 come l’ennesimo dramma lacrimogeno sulla giovinezza di un membro della ciurma, perché in realtà mostra la meccanica più spietata di Mary Geoise: burocrazia del massacro.

Oda si siede alla tavola da disegno, smette di gonfiare i muscoli dei suoi giganti e comincia a contare i pezzi di ferro arrugginito rimasti sul fondo del barile.
È un modo per stabilire la temperatura della stanza prima che Elbaph ci crolli addosso: la verità non arriva mai con la chiarezza di un teorema, ha sempre il sapore acido del ferro che ha preso troppa pioggia.

ほっときなはれ
“Lascia stare”

Nota introduttiva: Ho trovato solo stamane (mentre scrivo) delle scan decenti e non editate. Ad ogni modo, le sfumature del dialetto del Kansai sono state verificate nella loro resa contestuale; state tranquilli, la sostanza concettuale tiene.

C’è un modo in cui un titolo può essere un pugno chiuso prima ancora che la mano lo formi, e ほっときなはれ è esattamente quel tipo di casistica: cinque hiragana, due virgolette espressive, nessuna ambizione calligrafica. Hottokinahare.
Alla lettera, “lascia stare”. Ancora più brutalmente “lascia perdere”, “mollala lì”. Nessun fronzolo, nessuna declinazione epica. Alla sostanza, qualcosa che assomiglia molto di più a uno sputo per terra davanti a chi crede di poter ancora dare ordini.

La scelta della lingua, qui, costituisce il vero elemento di rottura. Non si tratta del giapponese standard dei bollettini militari o delle dichiarazioni d’intenti dei protagonisti. È l’imperativo del verbo hottoku (放っとく, abbandonare a se stesso) piegato nelle forme del Kansai-ben, il dialetto di una regione storicamente distante dal centro del potere burocratico di Tokyo. Nella tradizione culturale giapponese, il Kansai-ben è la lingua della strada, dei mercanti, della commedia e di chi ha imparato a guardare l’autorità imperiale con un misto di ironia e totale disincanto. È la parlata di chi dice a qualcuno di non impicciarsi, di farsi i fatti propri.

La scelta non è decorativa.
I furigana e l’uso dell’hiragana ci dicono una cosa precisa: questa non è la voce del Governo Mondiale, né quella dei suoi dèi guerrieri. È il dialetto di chi si trova sul fondo del barile. Se nei capitoli precedenti la pioggia di Zaza agiva come uno spauracchio indotto dall’alto per addomesticare i Draghi Celesti, hottokinahare è una risposta che sale direttamente dal fango della strada. È l’intimazione secca, quasi infastidita, di una periferia del mondo — quel West Blue ferito a morte dalla nebbia tossica — che di fronte all’ennesimo abuso non piange, non invoca giustizia, ma intima al Leviatano di togliere le mani dai propri corpi.

A mio modo di vedere, questo titolo agisce come una cerniera drammatica tra due modelli di violenza. Da un lato abbiamo Marcus Mars, che opera con la freddezza geometrica di un ecosistema manipolato in laboratorio per indurre lo strangolamento economico di Esperia. Dall’altro, c’è la risposta eversiva, quasi viscerale, nascosta dentro un matrimonio: l’unione tra Leuven e Candel, ne parlerò più avanti.

Di fronte a un potere che pretende di regolamentare persino l’aria che respiri, l’uso di una simile espressione gergale e popolare assume il peso di una dichiarazione di guerra.

È il rifiuto di farsi marchiare un codice a barre.

Alla fine resta un’equazione semplice e, proprio per questo, inappellabile: Hottokinahare sembra gridare vendetta. Invece sussurra qualcosa di assai più scomodo per chi è sempre stato abituato a impartire ordini: il coraggio.

E tale sentimento, quando sgorga da chi un tempo ti temeva, è il primo segnale che il tuo regno ha già cessato di esistere nell’unico luogo in cui contava davvero: la mente di coloro che vivevano sotto la sua ombra.

Virus Ideologico

«Allevate i vostri figli, perché, nel migliore dei casi, li porti alla guerra e li conduca al macello, li faccia ministri delle sue bramosie, ed esecutori delle sue vendette. Vi indebolite per renderlo più forte e rigido nel tenervi la briglia più corta.
Siate decisi a non servire più, ed eccovi liberi
»

– Étienne de La Boétie, Discorso sulla servitù volontaria

Il tempo come categoria neutrale non viene calcolato nella contabilità di Mary Geoise.

Pensate piuttosto ad una variabile misurata in base alla velocità con cui un’idea rischia di propagarsi. Se calcoliamo la distanza cronologica tra il rapimento di Brook e il raggiungimento dei suoi 27 anni, ne passano ben 16. Anni di silenzio in cui il Governo Mondiale ha tollerato che sul trono sedesse ancora Leuven, che la spada di Candel rimanesse al suo fianco e che la Marina ricordasse ancora l’odore del sangue dei propri ufficiali corrotti, giustiziati dentro quel magazzino del porto Violoncello.

La tentazione più immediata, per chi è abituato alle dinamiche standard del genere, sarebbe quella di liquidare questo scarto di secolo come il tempo necessario per organizzare una vendetta. Ma la vendetta è un sentimento privato, un lusso emotivo che le alte sfere non possono permettersi perché presuppone il riconoscimento dell’altro. La logica di Imu non risponde al codice d’onore della rappresaglia; risponde alle regole di ingaggio della criminalità organizzata su scala globale.
Trovo irreale che chi abbia cancellato Lulusia senza pensarci due volte non abbia reagito immediatamente, non almeno secondo motivazioni ben precise.

Un clan mafioso non punisce lo sgarro di un piccolo commerciante o l’omicidio di un soldato semplice il giorno successivo, se questo rischia di esporre la struttura o di incendiare una piazza che in quel momento garantisce stabilità e flussi di denaro. Lo Stato-Leviatano ragiona con la medesima freddezza burocratica: congela il danno, isola la zona, permette al territorio di prosperare sotto un’apparente normalità e aspetta il momento in cui l’intervento non sembrerà l’arbitrio di un tiranno, ma l’applicazione inevitabile di una legge universale. La Marina corrotta non va vista come l’avanguardia del Governo, era lo scarto sacrificabile per mantenere intatta l’illusione ottica della pace.

La causa dell’attacco 15 anni dopo, potrebbe essere stata una risorsa naturale che fece ingolosire i Celesti, o magari Esperia era territorialmente strategica al fine di qualcosa, o, la mia preferita: un Re buono era di cattivo esempio per tutti, precedente che sarebbe stato spuntato ad ogni Reverie. Ma, fino a notizie più plausibili, atteniamoci ai protocolli di Mars.

La vera miccia che fa precipitare la fine di Esperia non è il passato, ma la ristrutturazione interna delle cariche supreme. Se Jaygarcia Saturn era il custode del microscopico — il Dio della Scienza che scendeva a Egghead per ricalibrare i chip di autorità dei Seraphim, ricattare la stirpe biologica dei Buccaneer attraverso il corpo di Kuma e verificare l’efficacia di un frutto del diavolo inoculato per via endovenosa su una Bonney in fasce —, Marcus Mars si muove su una scala geografica e concettuale opposta.

In qualità di Dio Guerriero dell’Ambiente (Kankyō Bushin), la giurisdizione di Mars non si sporca con i dettagli della bio-meccanica. Il suo ufficio è la gestione del macrocosmo: il contenimento geopolitico delle isole e, soprattutto, la deviazione dei flussi di informazioni che rischiano di alterare l’ecosistema narrativo del pianeta.

L’anomalia di Esperia è rimasta confinata dentro il perimetro di un malinteso locale. Ma nel momento in cui quella parità sociale inaugurata da Leuven — quel virus ideologico che tratta l’orfano della discarica alla stregua del sangue reale — smette di essere un aneddoto insulare e rischia di connettersi con le rotte del Nuovo Mondo, l’ambiente globale subisce un’alterazione termica che l’ufficio di Mars deve azzerare. La nebbia corrosiva che le anticipazioni descrivono sopra i cieli del regno è lo strumento di bonifica ambientale con cui un burocrate cancella l’identità di un popolo prima ancora di distruggerne i corpi, trasformando un polo culturale in un deserto sterile, incapace di pagare il Tributo Celeste.

Il parricidio indotto di Shuri diventa così l’algoritmo perfetto per dimostrare al resto del mondo che chi esce dal sistema è condannato a sbranare la propria stessa stirpe.

La Spada nel Fodero

«Il corpo della vittima diventa il laboratorio del potere, il luogo in cui la sovranità si manifesta non solo attraverso la morte, ma attraverso la manipolazione scientifica e il supplizio calcolato. L’impunità del sovrano si misura dalla sua capacità di disporre della carne altrui come pura materia sacrificabile.»

– Michel Foucault, Sorvegliare e punire

Caska avrebbe imparato molte cose sul vero amore, anche prima di conoscere Gatsu, se avesse avuto il piacere di parlare con Candel.

La memoria visiva di queste tavole ci restituisce l’illusione di un’eccezione: trecentosessantacinque giorni di accordi perfetti, di risate che rimbalzano sui pavimenti di marmo, di un affetto che sembrava aver trovato il modo di farsi scudo contro il resto del mondo. Una tregua fragile, durata il tempo di un giro di calendario, prima che l’assalto iniziato quindici anni prima presentasse il conto definitivo. Al compimento del quindicesimo anno di Shuri, sopra il porto Violoncello si è stesa quella coltre opaca che ha spento i colori di Esperia.

Il legame tra questa asfissia climatica e la silhouette risvegliata di San Marcus Mars, sospesa nella sua forma antropomorfa di Itsumade, apre una doppia pista interpretativa che scava ben oltre la semplice cronaca militare. Se restiamo alla superficie della gestione dei poteri, Oda ha dimostrato a più riprese di saper piegare il folklore alle proprie necessità geometriche: l’Itsumade, con la sua prerogativa di evocare nubi nere e nebbie artificiali per muoversi nell’invisibilità, potrebbe essere l’artefice diretto di quel miasma che ha fatto marcire gli strumenti e prosciugato l’economia del regno.

Ma se invece il sensei avesse deciso di rispettare la natura profonda del mito, lo scenario si farebbe ancora più cupo. Nella tradizione giapponese, l’Itsumade non è il portatore originario della peste, bensì il suo specchio spirituale; è un onryō, un’emanazione che prende corpo dal rancore e dall’agonia dei corpi lasciati a decomporsi senza sepoltura. E la terra di Esperia, sotto il dominio del padre di Leuven, era un vivaio perfetto per questa mostruosità: un ecosistema fondato sul classismo feroce, dove la fame masticava gli slum e dove l’intera famiglia di Brook è stata decimata. La nebbia di Mars, in questo senso, non sarebbe un elemento estraneo, ma la concretizzazione biologica del potere che si nutre delle colpe pregresse dello Stato per presentarsi a riscuotere il tributo.

Quindici anni di buon governo sono un tempo intollerabile per la stabilità di Imu. Nella logica di Mary Geoise, un re che smette di essere cieco davanti alla miseria diventa un elemento di disturbo per l’intera regione. Alcuni poliziotti corrotti invitano colleghi a ‘mangiare sottobanco’, quindi guardano con sospetto e ferocia chi decide di mantenere la coscienza pulita, perché quel gesto mette a nudo il marciume del sistema. Leuven e Candel avevano eliminato i Marine infiltrati, e finché l’atto era rimasto confinato nella necessità di salvare le apparenze, il Governo ha girato lo sguardo. Ma non puoi bloccare gli ingranaggi principali del meccanismo tributario senza che la cupola decida di intervenire per ripristinare l’ordine.

È in questa fessura che la narrazione scivola verso quella zona d’ombra che fatico persino a nominare senza avvertire una profonda nausea intellettuale. Parlo dell’abuso sessuale, del capriccio padronale elevato a diritto di nascita. Oda ha sempre dosato questo orrore con una pudicizia necessaria data l’età dei suoi lettori, ma i segnali stradali sono lì fin dai tempi di Charlos alle Sabaody, passando per la grazia spietata con cui Figarland ha gestito i propri privilegi, fino all’abiezione consumata sulla carne di Ginney. È una delle poche volte in cui l’opera sfiora la durezza del seinen senza smarrire la propria identità, ricordandoci che la violenza dei Draghi Celesti non si ferma mai ai confini della politica, ma esige il possesso totale.

Le tessere del flashback sembrano incastrarsi per costringerci a guardare dentro questo svilimento morale. Candel non ha mai vissuto la propria vicinanza a Leuven come quella di un semplice strumento militare; il suo amore nasce dalla percezione di una nobiltà d’animo rara, una devozione che le permetteva di stare accanto a chi amava superando i protocolli di una società che probabilmente vietava quel matrimonio, esattamente come la legge imperiale faceva con Harald e Ida. Ma quando una nave di quei parassiti attracca per un banale imprevisto al porto Violoncello, l’equilibrio si spezza per il puro ghiribizzo di un oligarca.

Intendiamoci, non ho nessuna verità in tasca, il vostro affezionatissimo come sempre prende in considerazione delle possibilità.

Al tempo Leuven non era ancora re, e il vecchio sovrano non avrebbe mai osato alzare la voce contro Mary Geoise. L’ipotesi che trovo più plausibile, pur nella sua squallida drammaticità, è che Leuven abbia compiuto lo stesso identico miracolo di Kuma: ha salvato la dignità di Candel, raccolto i resti di quell’esistenza violata infischiandosene del lignaggio e ha cresciuto Shuri offrendole un nome e una spada, proteggendola dall’ombra di quel sangue infetto. E soprattutto: amandola. Se questo è il prezzo che ha pagato per la sua rettitudine, Leuven si accomoda di diritto nel pantheon dei giusti accanto a Rocks D. Xebec, Kuma e Yasuie: uomini che hanno preferito sorridere al Diavolo piuttosto che farsi complici del silenzio.

Dopotutto, la parabola di Ginney ci ha già mostrato di cosa sono capaci queste divinità di latta quando si stancano dei loro giocattoli. Saturn non si era limitato a sfruttare il corpo della madre di Bonney fino a lasciarla marcire sotto le Scaglie di Zaffiro; aveva trasformato la bambina in una cavia da laboratorio, inoculando un estratto liquido del Toshi Toshi no Mi per via endovenosa solo per verificare se la cibernetica potesse prescindere dalle leggi della biologia. Sapeva perfettamente che quel test avrebbe condannato Bonney a morire prima dei dieci anni, ma la contabilità della scienza sacra non prevede il rimorso per lo scarto di un esperimento.

È questa la natura profonda di quella stirpe di parassiti che siede in cima al mondo: un’oligarchia che consuma l’umanità altrui per il gusto di misurare la propria impunità, lasciando che la sofferenza dei giusti diventi il combustibile per i propri privilegi di sangue.

Qualunque sia la scintilla che ha condotto Mary Geoise a violare le coste di Esperia, l’aspetto più spaventoso resta la sua assoluta, banale casualità. Una tempesta, una rotta sbagliata, il capriccio di un nobile annoiato che decide il destino di un popolo mentre si pulisce i guanti.

Quindi.
Questo flashback non è una deviazione decorativa; possiamo assistere all’ennesimo carotaggio storico con cui l’autore, da Egghead in poi, ci sta costringendo a misurare lo spessore delle pareti della prigione in cui i protagonisti sono rinchiusi.

Sterilizzare la Coscienza

«Li ha uccisi con il loro amore. È così che va ogni giorno, in ogni parte del mondo.»

– John Coffey, Il Miglio Verde

L’anatomia del sopruso è quasi sempre foderata di privilegi di classe, ma a noi piacciono i fatti riscontrabili, quelli che restano sul fondo una volta grattata via la patina delle apparenze.

La sagoma che fuma il sigaro nelle ultime vignette, seduta sul trono di Esperia a pochi metri dalla forma mostruosa di Itsumade, solleva un interrogativo che non possiamo liquidare con la pigrizia latente. Personalmente ipotizzo possa trattarsi del padre biologico di Shuri, possiede la sordida coerenza di quel sistema, ma la dinamica sul campo suggerisce una manovra di natura diversa.

Anzitutto, c’è la gestione dei tempi e degli spazi.
L’assalto al molo si presenta con i canoni della più classica invasione frontale, una manovra diversiva talmente rumorosa da prendere in contropiede persino Brook, che pure era il capitano più esperto del presidio reale. Mentre le guardie concentrano l’acciaio sulle banchine, il castello viene isolato dall’alto, avvolto da quelle medesime tenebre che avevano contrassegnato la dimora di Harald. Viene da chiedersi sempre la stessa cos, perché proprio ora, dopo un quarto di secolo di tolleranza burocratica. La risposta, con ogni probabilità, risiede in una cinica convergenza di interessi all’interno della cupola. Figarland Garling ci ha già mostrato che i Cavalieri non si muovono mai per un solo motivo: si unisce l’utile del dilettevole, si elimina un re eretico e si recupera la discendenza utile alla casata. Oppure, più semplicemente, la presenza fisica di colui che tracciò originariamente il Marchio nero era l’unica chiave logistica per accedere alle difese interne di Esperia e violarne il santuario.

Qui sta il dettaglio.
Brook viene richiamato di corsa a palazzo reale, poiché gli intrusi sono improvvisamente comparsi, una lunga sequenza ce lo fa vedere stupito di non essersene accorto, trafelato nel dietrofront, e triste nel realizzare la distrazione del giardino dove custodiva i suoi ricordi più cari.
Fa tanto Marchio del Pantacolo nel castello di Harald.

Una volta lì, dietro quelle porte sbarrate, ci addentriamo in un territorio in cui la carne cede il passo al funzionamento del Domi Reversi. La duplice trasformazione demoniaca che colpisce contemporaneamente Leuven e Shuri, padre e figlia, evoca una dinamica che sul piano concettuale ricorda una delle sequenze più spietate del Batman Begins di Christopher Nolan. Due criminali cercano rifugio sotto l’ala del Joker, ma l’anarchico risponde che la sua struttura prevede un unico posto disponibile, fondato sul primato della ferocia; spezza una stecca da biliardo in due tronconi appuntiti, la lancia sul pavimento e lascia che la biologia della sopravvivenza faccia il resto.

Un simile calcolo utilitaristico non potrebbe mai attecchire spontaneamente tra Leuven e la principessa, ed è qui che interviene la profanazione del libero arbitrio. L’attivazione del potere risvegliato potrebbe aver demonizzato entrambi i corpi non per indurli a un duello ordinario, ma per saggiare la resistenza dei due contenitori: da un lato l’esperienza matura del sovrano, dall’altro il potenziale bellico di un’adolescente proiettata verso il futuro.
In termini pratici, sempre come Harald, sarebbe servito un ‘fantoccio’ per governare, oppure, contavano già di reclamare la principessa, e lasciare alla disperazione Esperia.
Il nome Isola di Pepe vi suggerisce niente?

La questione dell’immortale o del vincitore è del tutto irrilevante per la logica di Imu; quella è una concessione che si decide dall’alto. Un conto è suggellare il patto dando il consenso a cedere anni di vita, tutt’altro essere ribaltati tipo una trottola demoniaca come Xebec. Sappiamo che Dorry e Brogy sono riusciti a esorcizzare quella medesima possessione attraverso un moto istintivo di empatia, mentre non abbiamo ancora gli elementi per capire come Chopper costringe Satana a ritirarsi a sberle in faccia. Ma a Esperia la tragedia non prevede soccorso. Se recuperiamo quel vecchio fotogramma in cui Shuri urlava disperatamente il nome del padre, l’intuizione si fa atroce: per citare Il Miglio Verde, l’entità seduta sul trono potrebbe averli uccisi usando il loro stesso amore come leva.

Harald non chiese a Loki di ucciderlo?
Xebec non fece la stessa cosa con Roger e Garp?

Il meccanismo opera sulla parte più meschina della coscienza, quella che la morale comune tiene normalmente sigillata sotto la superficie. Quando Dorry e Brogy hanno aggredito verbalmente l’anziano Jarl, non hanno inventato quelle nefandezze; hanno dato voce a quei pensieri minimi, a quelle frazioni di risentimento che la loro bontà naturale non avrebbe mai fatto affiorare alla luce della coscienza. È lo stesso identico veleno che osserviamo da due capitoli nelle reazioni di Shuri: quella gelosia reiterata, quasi infantile, che manifesta ogni volta che si nomina il musicista, lo sbuffare continuo lamentando che in quella corte si parla sempre e solo della madre e del padre.

Manteniamo la calma.
Quella che vediamo agire tra le lamiere del presente non è Shuri. Quella è Gunko, la versione depravata e riscritta della principessa, svuotata di ogni freno inibitore. C’è una distanza insondabile tra le due sponde. La ragazza reale amava alla follia la propria famiglia e nutriva per Brook un sentimento pulito, totale, al punto da essere pronta a sacrificare i propri anni per proteggerli. Se Leuven, forte della responsabilità di un padre e di un’età abituata a misurare il peso delle conseguenze, avesse conservato anche solo un briciolo di controllo rispetto a un’adolescente indotta alla furia, si sarebbe fatto trafiggere mille volte pur di non scalfirne la pelle.

Resta l’evidenza che dove svetta quel Marchio la luce smette di circolare e la speranza capitola. La condanna di Gunko è quella di essere cresciuta come un dispositivo militare, un’ancella dell’autocrate confinata in un eterno tormento, dove i rari attimi di lucidità servono unicamente a ricordarle di aver fatto a pezzi tutto ciò che aveva deciso di difendere.

Le tenebre di questo flashback possiedono una qualità diversa rispetto ai Buster Call del passato; penetrano fin dentro l’intimità biologica, laddove pensavamo che il Governo Mondiale non potesse inventare niente di più aberrante.

Ma è qui che il cerchio si chiude, ed è qui che dobbiamo ricordarci di Brook.
Nel primo frammento di questa ricostruzione ricordavo come il musicista fosse stato scacciato dalle inferriate della scuola come un lebbroso, marchiato da un “fetore” che minacciava i nobili, e come il suo stornello tra i rospi e i rifiuti augurasse la decapitazione della corona. Leuven lo aveva ascoltato, ne aveva riconosciuto la parità e da quell’insulto aveva edificato un’amicizia sincera.

Oggi, a distanza di anni, lo scheletro canta una canzone diversa, che non appartiene al suo repertorio d’infanzia. È un motivo che parla di giganti, di samurai e della decisione inossidabile di non piegarsi mai più al ricatto del prezzo; un canto che esorta a non toccare la vita altrui, a lasciare che l’umanità scorra libera. Imu può bruciare le biblioteche di Ohara, può cancellare i registri catastali e uccidere i testimoni di Esperia, ma non possiede gli strumenti chimici per sterilizzare la coscienza collettiva di un popolo.

Altrimenti quella canzone non sarebbe arrivata fino al nostro scheletro preferito.

Questo flashback è una gemma narrativa. Perché tutta la verità che stiamo apprendendo nel fango di questa corte, tutta la memoria di quel parricidio burocratico, la ritroveremo ad Elbaph.
E lì, davanti all’assoluto del male, la parola passerà a due esecutori di classe:
Brook e Shuri.

Bene, prima della chiusa, vi lascio come sempre il video del Re, oggi le cervella di Gabri son messe a ferro e fuoco da un quesito.
Vediamo cosa ne pensate, a voi:

Piccola Storia Ignobile

Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.

La memoria, a volte, sanguina freddo.

Prima di diventare il mito che fa tremare le fondamenta del Nuovo Mondo, prima delle navi date alle fiamme e dei patti siglati col sangue, ci sono regni, popolazioni, personaggi, che hanno dovuto imparare a misurare il peso della propria ombra sul pavimento di una cella. E per cella intendo anima. Il capitolo 1185 non concede sconti: ci scaraventa senza anestesia nel cuore politico di un’alleanza nata tra le crepe di un sistema marcio, ricordandoci che la libertà non si riceve in dono, ma si strappa a morsi dalle mani dei carnefici.

Imu non si accontenta di schiacciare la resistenza militare di Esperia; esige che il re giusto venga abbattuto dalla persona che amava di più, affinché la memoria storica del regno venga infangata da un peccato supremo.

Se questo è il quadro, l’isolamento di Brook per cinquant’anni nel Triangolo Florian smette quasi di essere una sfortuna marittima e diventa un rifugio psichico. Ora capisco le sue lacrime quando festeggia dopo Thriller Bark assieme alla ciurma. Lo scheletro non è scampato soltanto alla tragedia dei Rumbar; è fuggito dal ricordo di un contagio morale che ha trasformato la sua casa in un mattatoio controllato dal Governo Mondiale.

Resta da capire se dentro la Gunko del presente sia rimasto abbastanza spazio per un vecchio stornello che cancelli il Domi Reversi, ribaltamento del focolare domestico che stritolò un Re buono tra le sue stesse mura.

Ma quel “lascia stare” gridato in dialetto resta lì, appeso alla tavola. Ci dice che il Governo può anche possedere i tempi geologici della vendetta e la chimica delle nebbie, ma non avrà mai giurisdizione sullo spirito.

Godiamoci il viaggio, genti.

‘E così ti sei trovata fra paure e fra rimorsi

Davvero sola fra le mani altrui

Che pensavi nel sentire nella carne tua quei morsi’

– Francesco Guccini, Piccola storia ignobile

Stefano ‘Cenere‘ Potì