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#1183: Dōzan (!); Il Terzo Polo; I Pomi delle Esperidi

del pirata Stefano 'Cenere' Potì

Letto da 467 persone

The Minstrel-boy to the war is gone,
In the ranks of death you’ll find him:

“Land of song!” said the warrior-bard,
“Though all the world betrays thee,
One sword, at least, thy rights shall guard”

– Thomas Moore, The Minstrel-boy

Per gestire una narrazione elefantiaca, un bravo autore smette di fare il cronista e comincia a fare il geometra del tempo. Oda, nel capitolo 1183, è esattamente in questa fase.

Il capitolo si muove su due scale temporali che non dovrebbero parlarsi. Al piano superiore c’è la guerra cosmica: l’eterno presente di Imu che affronta Loki e mette sul piatto la minaccia dell’oblio assoluto evocando un nome fantasma, Dōzan. La storia dei vincitori, quella scritta da chi edifica il proprio potere sopra la memoria cancellata degli altri. Al piano inferiore, con un taglio netto, si rallenta. Veniamo scortati nel vecchio Regno di Esperia, dentro un flashback che mostra un Brook ventenne, un ragazzo comune con la pelle ancora addosso, intento a scherzare con una principessa di sette anni che lo venera.

Questa transizione è una pausa terapeutica?
No, è un ordigno logico.

Il passato di un musicista, infilato nel mezzo del collasso del mondo, serve a impostare la vera domanda del capitolo. Da una parte la divinità che cancella i nomi per governare il presente. Dall’altra, l’essere umano resiste al collasso aggrappandosi al ricordo di ciò che è stato.

Brook è uno dei personaggi più amati del manga, e il suo passato è legato a doppio filo con la storia piratesca più antica. L’equilibrio profondo delle vicende di Elbaph comincia da questo attrito tra l’eterno e l’effimero.

グッドモーニン マーメイド — Guddo Mōnin Māmeido. 
Buongiorno, Sirena.

Premessa.
Le raw originali del capitolo 1183 non sono disponibili. I balloon che avete visto circolare in questi giorni sono editati, testo riscritto sopra quello dell’autore, font uniformi dove dovrebbe esserci i testi originali. Ho lavorato sulle traduzioni francesi, le più affidabili tra quelle disponibili prima dell’uscita ufficiale, e sul filo narrativo visivo delle tavole. Nessun problema: tutto quello che conta davvero in questo capitolo — la struttura, le scelte di Oda, il peso di ciò che accade — si legge anche senza blindare ogni singola battuta.
Sta a noi collegare i punti.


In giapponese マーメイド (māmeido) deriva dall’inglese mermaid.
La sirena occidentale è dunque, nell’etimo, una fanciulla del mare: creatura di confine, né del mondo dei vivi né di quello dei morti, abitante di quella soglia dove l’acqua smette di essere superficie e diventa abisso.

Un po’ come quell’immenso arazzo di menzogne e geometrie narrative, tessuto con pazienza millenaria dalle dita invisibili di Imu. Questo capitolo respira giustapposizione.

グッドモーニン è il saluto del mattino — un inizio, una soglia temporale. Brook lo canta all’alba di Esperia settant’anni fa, con la voce di chi vive in un clima di pace.

Il sake di Binks intonato da un soldato. Gunko già rapita da Brook, e nel presente ancora dalla sua musica. Un regno strutturato, con gerarchie militari e una figura regale perfettamente definita. “Esperia” appare come un nuovo tassello delle Tre Ere, usato per ampliare la mitologia e introdurre una porzione inedita della storia pre-pirateria.

In fondo, i ricordi di God Valley non ci hanno condotto da Davy Jones?
Con il contesto svelato, non abbiamo forse innalzato le figure di Xebec e Teach?

La giustapposizione, nella narrazione, accosta elementi senza mediazioni esplicite, creando cortocircuiti di senso che amplificano il non detto. La sua preziosità risiede proprio in questa frizione silenziosa, dove il significato nasce tra le crepe dell’accostamento.

Il 1183 inaugura una fase preziosa.

Quando una saga entra nel suo territorio più denso, la tendenza naturale di noi lettori è guardare verso il boato, verso il rumore di fondo costruito per attrarre lo sguardo.
Cerchiamo lo scontro divino, la geopolitica del mondo che trema.
Eppure la piena architettura dell’arco di Elbaph prende forma altrove, oltre che nell’ombra lunghissima prodotta dai suoi stessi giganti.

Genealogia Spezzata

«Nemmeno i morti saranno al sicuro dal nemico, se lui vince. E questo nemico non ha smesso di vincere.»

— Walter Benjamin, Tesi di filosofia della storia (1940), Tesi VI [1, 2]

La memoria di Imu non si degna di registrare gli individui, manda a mente i codici a barre della loro minaccia.

Quando la sua voce taglia la tavola del capitolo 1183 per investire Ragnir, il testo opera una sostituzione chirurgica che scavalca l’identità anagrafica del principe di Elbaph: Mu non sta parlando a Ratatoskr lo scoiattolo, la coscienza mobile e contingente che abita il reame dei giganti, ma si rivolge direttamente a Níðhöggr, il drago, la spoglia biologica del frutto mitologico.
C’è una gelida indifferenza burocratica in questo modo di categorizzare il nemico.
Per il sovrano del vuoto, Luffy non è il ragazzo col cappello di paglia, ma il mero vettore di un’anomalia chiamata Nika; similmente, il principe dei giganti non è che il rivestimento carnale di un’arma che ha già colpito secoli fa (forse, a favore di Nerona stesso). L’ossessione con cui Imu distrugge i manifesti di Teach o Luffy sembrerebbe risentimento personale, ma risulta fastidio di veder riapparire la stessa medesima piaga sotto forme nuove. Mu ragiona in termini di secoli.

Gli uomini passano, l’infrastruttura del potere divino resta, ma ciò che terrorizza Mary Geoise è che anche l’infrastruttura della rivolta tende a non morire mai.
Ed è qui, nella crepa di questa titanica ripetizione, che Oda cala il nome di Dozan.

La significativa frase — «…proprio come Dozan!» — cade sul fango della battaglia come un dazio di sangue non ancora saldato. Se il pezzo di ghiaccio che stringe Gunko è il limite fisico che Nerona non riesce a scardinare, il nome di Dozan è il limite storico che non si può cancellare. Nel Murale delle Tre Ere avevamo visto un colossale vichingo combattere al fianco di Nika contro la silhouette di un diavolo primordiale, ma la storiografia di Elbaph è un palinsesto consumato dal tempo: sappiamo che quei due titani prima di essere alleati furono rivali, specchi di due visioni del mondo che trovarono una sintesi solo sul bordo dell’abisso.

L’ira di Imu potrebbe essere scattata esattamente lì, nel momento in cui l’amicizia ha disinnescato la faida, trasformando un dio della guerra autonomo in una parte della scorta di Joy Boy. La mia speranza è che Dozan rappresenti il Terzo Polo della storia antica, una figura di mezzo che — sulla falsariga della leggenda di Davy Jones, l’uomo tanto odiato a Mary Geoise — si è frapposto tra l’idealismo solare della fazione di Nika e il totalitarismo accentratore dei venti sovrani. Non un semplice generale, ma l’incarnazione di una neutralità armata che a un certo punto ha dovuto scegliere da quale parte dell’orizzonte morire. E non sarebbe per niente male, no davvero.

Al Bianconiglio Shonen piace darci l’illusione del controllo: Red Herring, narratori inattendibili, verità a metà. Prendetela come mia ipotesi aperta quindi, non come tesi.

Ergo, l’intuizione che vi accennavo trova una sponda violenta nella rivelazione che Imu stesso si è lasciato sfuggire nel capitolo 1171, quando fissando il vuoto ha sentenziato: «Non dimenticate che… Elbaph è D.!!!».

Se uniamo i punti, l’architettura del capitolo smette di essere una cronaca di mazzate e diventa uno spartiacque teologico. Dozan potrebbe essere l’anello mancante, il capostipite di una linea di sangue gigante che ha marchiato il destino di Elbaph prima che la burocrazia del Governo Mondiale ne occultasse le origini sotto lo stigma della barbarie. Più che prerogativa di una specie; la D è una lettera che si scrive anzitutto sul legno di Adam e sulle asce che hanno sfidato il cielo.

Se Dozan fosse il precedente amico e padrone di Ratatoskr e il progenitore che ha legato la stirpe dei giganti alla volontà ereditaria, allora lo scontro attuale tra Loki e Imu dà inizio di una guerra estranea, diverrebbe la riscossione di una cambiale vecchia di ottocento anni, dove il re di Elbaph non solo difende la sua terra (e la memoria di Harald), ma rimetterebbe la firma della sua casata sul foglio della storia.

Mu ha ricordato l’uomo, ma cercava la bestia primordiale; cercava il drago.
Cosa accadrebbe se i giganti risvegliassero la memoria della stirpe?
Cosa, se scoprissero di aver perso un Re buono, e — non incisa su delle pergamene, ma sul midollo stesso delle loro ossa — centinaia di fratelli in nome di un Trono, custode di un vuoto millenario?

La memoria, come Clover ben sapeva, è la prima, vera promessa di tempesta.

Lo Spettro nella Cassa Armonica

«La memoria non è ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda. La memoria è un eterno presente.»

— Octavio Paz, L’arco e la lira (1956)

Il West Blue nasconde segreti.
Se ne sta lì, incastrato nella geografia del mondo, a lavare (un tempo) le coste di Ohara e a cullare i gangster del clan Mouron.

Da sempre abbiamo guardato Brook come si guarda il custode allegro di un cimitero abbandonato: un Jolly Roger vivente che ha trasformato il trauma dell’isolamento nel deserto di nebbia del Triangolo Florian in uno spartito di battute sulla biancheria intima e tazze di tè fluttuanti.
Brook è il personaggio più facile da amare della ciurma.
Allegro, folle, capace di trasformare qualsiasi situazione in una battuta sul fatto di essere uno scheletro. Eppure, quando Oda gli concede un momento personale il contrasto pesa il doppio, e questo capitolo gli riserva forse il più denso della sua storia.

Il sensei gioca a dadi con la nostra memoria. Aspetta di farci sedere sulla comodità della macchietta pop per ricordarci che quello scheletro, prima di diventare il canterino della ciurma, è stato il capitano di un convoglio da battaglia. Ha visto il sangue vero, quello che si rapprende sulle uniformi prima che la carne marcisca.

Il capitolo 1183 sposta la spina dorsale emotiva di Elbaph dall’epica dei giganti al dettaglio minimo di uno sguardo che manca. Nelle tavole di Esperia, e soprattutto nella sua ottica musicale, la tragedia di Gunko viene montata come il meccanismo interno di un carillon rotto.

C’è un cortocircuito temporale che definisce il perimetro di questo dramma, un asse invisibile che collega la Grotta di Elbaph al trono vuoto di Mary Geoise. Cosa sarebbe accaduto se, durante il collasso del palazzo reale, Harald non avesse trovato quei pochi secondi di lucidità assoluta per gridare due parole sensate a Loki prima di spegnersi? Niente. Avremmo visto solo un parricidio ordinario, l’ennesimo reame che crolla sotto il peso dell’ambizione. Invece quel barlume ha squarciato la tela.

Su Gunko, la mannaia cade con un tempismo diverso. Nel flashback la vediamo in armatura, mentre urla un disperato “Padre!”. Tanto basta. Poco dopo, al piano di sopra della narrazione, le parole di Brook sono una smentita fredda, una ritirata strategica della memoria: non avrebbe mai voluto rivedere il volto di Shuri. La bambina di sette anni che orbitava intorno ai laboratori di liutai di Esperia è diventata un Drago Celeste, un’entità schierata dall’altra parte della barricata della storia.

Brook ha visto il Re di Esperia — il suo aniki, l’uomo che fu il suo benefattore — probabilmente ucciso dalla figlia. Ha visto l’esecuzione. Ma a differenza di Loki, che ha potuto decodificare l’orrore in tempo reale, il musicista ha vissuto cinquant’anni con un vuoto nell’inventario dei ricordi. Non sapeva che sopra la corona di Ruven si stendesse l’ombra filiforme di Imu.

Tutto questo si regge su un dispositivo teologico preciso: il Domi Reversi.

Il termine inglese scelto dall’autore è la descrizione clinica di una dissezione dell’anima. Se lo traduciamo mantenendo la radice concettuale, l’inversione del dominio (ドミ・リバーシ – Domi Ribāshi) agisce sul corpo ospite come una pressa industriale che schiaccia la volontà originale per far affiorare il fondo della cisterna.

Credo che la mente di Brook, in questo momento, stia funzionando come un vecchio registratore a nastro che riavvolge una traccia rovinata. Lo spiazzamento del musicista è la collisione tra due versioni incompatibili della stessa persona: la Shuri che conosceva e la Gunko che gli stava di fronte. Tre personalità nello stesso corpo — la guerriera che massacra, la prigioniera che libera, il vettore che parla con la voce di Imu. Brook le enumera con la precisione di chi sta cercando di trovare un filo logico in qualcosa che logica non ne ha.

Il Domi Reversi, appunto, cambia tutto. Brook lo ha visto operare con i propri occhi. Sa che la possessione è reale, che la trasformazione in demoni non è metafora ma tecnica. E allora i comportamenti di Gunko smettono di essere contraddizioni e diventano strati, a loro volta imposti su quelli precedenti come sedimenti su un fondale che nessuno ha mai dragato.

Il collasso totale: la metamorfosi demoniaca (悪魔化 – akumaka), è il momento in cui la carne smette di rispondere a Shuri e diventa il megafono biologico del Trono Vuoto.

Non siamo davanti a Luffy che risolve il mondo dividendolo tra chi gli offre da mangiare e chi gli toglie la carne dal piatto. Brook possiede un’intelligenza strategica, un’esperienza accumulata quando i Cinque Anziani probabilmente giocavano a briscola invece che dare la caccia all’Hito Hito no Mi, Modello: Nika.

L’ipotesi è che la prima personalità che Brook le imputa, quella della guerriera che li massacra, sia emersa dopo che Shuri compì il parricidio sotto l’effetto del Marchio. Una donna che non ha mai avuto la possibilità di scegliere.
Il West Blue bagnava le coste di Ohara. Bagnava Esperia. Ogni mare in questo mondo porta in soluzione qualcosa che Imu ha versato — e il musicista lo ha attraversato per cinquant’anni senza saperlo, portando un odio simile?

L’impatto psicologico sarebbe devastante. Per quasi mezzo secolo, l’unica cosa che ha tenuto insieme le ossa di Brook nel Triangolo Florian, oltre alla promessa fatta a Laboon, è stata la nitidezza delle sue linee di demarcazione: i compagni da vendicare, i nemici da abbattere, il ricordo di un regno amato e tradito.

Spero che niente impedisca ai due di ritrovarsi.
Immaginate.

Ora, nel fango di Elbaph, Il Canterino scoprirebbe che il bersaglio del suo rancore potrebbe essere l’ennesima vittima sacrificale dello stesso burattinaio.
Sentire il peso di aver odiato un innocente per cinquant’anni è un tipo di freddo che nemmeno il potere del Yomi Yomi può mitigare.

I Pomi delle Esperidi

«Tutte le cose belle sono fatte per svanire. Ma c’è qualcosa di più terribile del vederle svanire, ed è vederle corrotte.»

— Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray (1890)

La toponomastica, in One Piece ovviamente, possiede lo stesso peso specifico di un’esecuzione pubblica.

Quando Oda battezza un fazzoletto di terra, oramai, sta piantando un chiodo nel tabellone della lore globale. Il Regno di Esperia (エスペリア王国 – Esuperia Ōkoku) porta addosso il nome di un tramonto eterno, una sineddoche geografica che la classicità greca usava per recintare l’estremo Occidente. Il confine del mondo conosciuto.

La suggestione mitologica, qui, smette di essere un gancio decorativo e si trasforma in un inventario di indizi strutturali. Nella teogonia ellenica, i pomi delle Esperidi — le mele d’oro (黄金のリンゴ – ōgon no ringo) — erano i frutti leggendari custoditi in un giardino incantato ai confini dell’atlante, un dono di nozze che Gea, la Terra in persona, aveva confezionato per il matrimonio di Era. Il loro tratto distintivo? Una singola zannata a quella polpa garantiva l’immortalità biologica.

Credo che guardare a questo arazzo sia il modo migliore per iniziare a decifrare il grande non detto del manga: la genesi dei Frutti del Diavolo. Il parallelismo è fin troppo pulito. Abbiamo un Dio della Terra (大地の神 – Daichi no Kami) già evocato e parzialmente catalogato nel Murale delle Tre Ere a Elbaph, una linea di sangue che conduce alla conservazione eterna del corpo ospite e una burocrazia divina che da ottocento anni stringe tra le mani un monopolio metafisico.
Sia chiaro: conosco abbastanza bene il menefreghismo strutturale del sensei per sapere che, con ogni probabilità, Oda non toccherà mai questa praticamente perfetta tripartizione mitologica, preferendo strade più sporche o soluzioni biologiche interne alla pseudoscienza di Vegapunk.

Ma la pertinenza del quadro resta intatta. Prima o poi, quel cassetto sull’origine della linfa del mondo andrà scardinato con un piede di porco narrativo.

Nel frattempo, la macchina del tempo di Esperia ci restituisce un’istantanea d’autore che spazza via qualunque sospetto di stanchezza creativa. Il triangolo domestico composto da Brook, il re Louvain e la piccola Shuri funziona con la precisione millimetrica di una commedia degli equivoci settecentesca, ma ripulita da ogni affettazione accademica. C’è una freschezza quasi tattile nel modo in cui Oda mette in scena il quotidiano della scorta reale. Le minacce di morte del re per un presunto reato di cospirazione sentimentale, gli occhi a cuoricino dello scheletro — all’epoca ventenne, con la pelle liscia e la divisa d’assalto della guardia stirata — e i capricci di una principessa di sette anni che promette matrimoni futuri si mescolano senza mai produrre attrito.
Ho riso di cuore.

L’architettura stessa della capitale respira questa serenità pre-bellica. Non è solo un paese di musicisti; parliamo di un organismo urbano che usa le officine di liutai e i teatri d’opera come mura di cinta. Quando la didascalia ci presenta i due astri del regno, la stabilità emotiva del capitolo raggiunge il suo picco. Da un lato il prodigio del Song Slash, che i kanji originali codificano come il canto preparato del legame della rondine (スワローボンド・仕込み唄 – Suwarō Bondo: Shikomiuta), un Brook capace di recidere le linee vitali dei nemici prima che l’aria trasmetta il suono del taglio; dall’altro la Regina Candel (カンデル女王 – Kanderu Joō), ex comandante della scorta da battaglia, una stella polare che catalizza l’orgoglio di una nazione intera dentro la platea di un teatro.

È un’atmosfera così densa, così carica di profumo pop d’altri tempi, da farmi dimenticare per un istante l’urgenza geopolitica di Elbaph. C’è il desiderio quasi fisico di rimanere un altro po’ dentro questa giovinezza perduta, di sprecare tempo tra le note del sake di Binks intonato all’alba.
Già, il liquore di Binks cantato da un soldato, sono curioso di sapere tutto su Brook.

Poi, puntuale come un dazio doganale, arriva il rumore dei ferri.

La comparsa della cavalleria dei gangster della famiglia Mouron (ムーロンファミリー – Mūron Famirī) sotto le finestre dell’Opera è il West Blue che rivendica la propria parte di natura fuorilegge. Il loro obiettivo dichiarato è il rapimento di Candel, una spedizione punitiva ordinata dal padrino per fare sua la Regina. Ma c’è un dettaglio che si muove sotto il fango degli zoccoli dei cavalli. Brook nota (e annichilisce) l’anomalia con la sua tipica leggerezza: ha incrociato quegli stessi uomini al porto poco prima.

La sensazione, se provo a unire la traiettoria dei proiettili che iniziano a bucare le porte del teatro all’ombra della madre di Shuri, è che i Mouron siano stati semplicemente lo strumento di demolizione iniziale. Il grimaldello usato per incrinare il cristallo di Esperia prima che la burocrazia del Governo Mondiale decidesse di cancellare il nome stesso del regno dalla carta geografica. In questa fase della saga, ogni spillo infilato nel passato smette di essere un riempitivo e diventa un investimento ad altissimo rendimento.
Oda ci sta mostrando il reame un secondo prima che il ferro entri nella carne.

E noi siamo lì, a fissare lo spartito prima che cominci a bruciare.

Prima della chiusa, come sempre vi linko il video del Re, visto che ultimamente sta trattando la geopolitica, provate a sentirla applicata alle sorti di Esperia. A voi:

Frazione di Eternità

Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.

Non pensavo che la figura di Brook potesse essere ulteriormente elevata o resa più dolorosa, la scena finale dei pirati Rumbar continua a commuovermi profondamente.

Tranquilli, il sensei non vuole di certo lasciarci un senso di vuoto: la storia del Canterino e Shuri, se narrata nel modo giusto, potrebbe elevare il finale trasformando il monologo interiore di Brook in una riflessione universale sul tempo e sul perdono.

La storiografia di Imu è un archivio senza polvere, dove l’unica verità concessa è quella che serve a tenere in piedi l’edificio. Ha vinto tutte le guerre, collezionato i secoli come farfalle sotto vetro, ma nonostante il suo potere assoluto, rimane un tiranno infantile ossessionato dal fantasma di Joy Boy.
Al piano di sotto, invece, uno scheletro che ha perso tanto la carne quanto la patria custodisce la propria frazione di eternità semplicemente ricordando il nome di una bambina che gli stringeva la mano.

Godiamoci il viaggio, genti

For he tore its cords asunder;
And said:

“No chains shall gully thee,
Thou soul of love and bravery!
Thy songs were made for the brave and free,
They shall never sound in slavery!”


– Thomas Moore, The Minstrel-boy

Stefano ‘Cenere‘ Potì

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