‘I met him in a crowded room
Where people go to drink away their gloom
He sat me down and so began
The story of a charmless man…‘– Blur, Charmless man
Hannah Arendt chiamò “banalità del male” l’incapacità di pensare dal punto di vista di qualcun altro. Sommers ha brividi di piacere mentre i bambini giganti camminano verso il precipizio e i genitori urlano terrorizzati — scarica persino la colpa tecnica sulle frecce di Gunko (posseduta da Imu), così può godersi lo spettacolo senza nemmeno il fastidio formale della responsabilità diretta.
Un uomo che sbava guardando bambini morire non è un mostro—è qualcosa di peggiore. È umano.
Perché da un demone te lo potresti aspettare, non da una persona.
La sua espressione che muta in una sorta di estasi perversa, indica una soddisfazione interna legata alla distruzione emotiva altrui, non solo fisica, sembra un critico d’arte davanti a un quadro particolarmente riuscito.
Invece, Ripley abbraccia Kron nonostante le spine la trafiggano. Sorridendo, sussurra «Vieni qui, non lascerò che tu vada da solo». E tutti gli altri genitori (e non, come Ange e Road) fanno lo stesso, cadendo insieme ai bambini verso l’Inferno pur sapendo di non poterli salvare. Sorridono per rassicurarli mentre precipitano. E’ il momento emotivamente più alto della saga norrena dopo le lacrime di Robin, la dimostrazione che non si ha bisogno di pensarci due volte, quando qualcuno che ami ha bisogno di te.
Poi, quando sembra che tutto sia perduto, appare Loki.
Drago nero come ossidiana, occhi che ricordano gli inferi, qualcosa che sembra uscito da un incubo — eppure, la prima cosa che fa è salvare i bambini e i genitori dalla caduta.
Con voce ringhiosa ammonisce ‘non sono un salvatore, ma un distruttore‘
Tsundere fino alla fine, certo. Ma li salva.
E mentre Elbaph è rischiarata dai suoi fulmini, Jarul pronuncia inconsciamente una profezia— e qui, attenzione, il capitolo non è affatto ‘transitivo’, parla di qualsiasi tiranno che crede di controllare la storia.
Di Stalin che modificava foto e documenti. Di imperatori che cancellavano nomi. Di chiunque abbia mai pensato di poter tessere il destino senza diventare parte della tela.
Sommers è riuscito a far incazzare l’essere più forte del mondo.
Che da infante patì lo stesso, sconfinato dolore di quei bambini.
Ottima mossa, genio.
Perché… io ho sbagliato?
Il titolo di oggi è una domanda travestita da dichiarazione.
“L’essere più forte del mondo” non identifica precisamente qualcuno. Sembra quasi chiedere chi sia quell’essere. Loki, che si trasforma in drago nero e salva i bambini? Luffy in Gear 5, che cavalca la testa del drago mentre i tamburi della liberazione risuonano su Elbaph? O la combinazione stessa dei due, bestia gigantesca e Dio del Sole uniti come predice Jarul? Non si riflette sull’individuo, ma sulla tematica dei fatti.
Tracciamo una progressione multilingue.
In inglese suona come “The Strongest Being in This World” – non “creature” o “persona”, ma being (in giapponese vien scritto 存在, sonzai): esistenza, entità, qualcosa che semplicemente è. Oda ha usato questo termine per Kaido (“La Creatura Più Forte”), per Barbabianca (“L’Uomo Più Forte”), ma mai per qualcuno che non fosse ancora pienamente rivelato. L’ambiguità è intenzionale.
Eppure il capitolo risponde alla domanda in modo inaspettato. E’ Loki, che si appresta a presentare il conto con furia apocalittica. E’ Luffy, che pure incarna Nika nella sua forma più pura. Ma, a mio modesto parere: L’essere più forte del mondo è anche Ripley—e tutti i genitori che abbracciano i figli mentre cadono verso l’Inferno, trapassati dalle spine di Sommers, sorridendo nel momento più buio.
Ragioniamo in termini squisitamente shonen, Oda ha incrementato la malvagità dei Draghi Celesti appena transitati a Egghead, non ora, per evitare ciò che gli scrittori chiamano Tonal Whiplash: quando cambi registro così bruscamente, il lettore non ha tempo di adattarsi emotivamente. E il momentum si perde.
Ossia, non servono Frutti leggendari o poteri magici per essere forti. Serve anche la volontà di cadere insieme a qualcuno che ami, sapendo che se lo salverai o meno non lo abbandonerai.
Serve quella luce calda e folle che ardeva negli occhi di Bellmere, Othoime, Yasuie, Nico Olvia, Corazon…
Loki può distruggere eserciti.
Luffy può incarnare un dio.
Splendido, eccezionale.
Ma Ripley? Ripley può sorridere mentre precipita con il figlio tra le braccia.
E questa è la forza più insormontabile che esista: quella che non chiede nulla in cambio.
Il Senso dell’Abisso
“The best time to plant a tree was 20 years ago. The second best time is now.”
– Proverbio moderno americano (spesso attribuito alla cultura cinese)
Jarul pronuncia parole che non sembrano comparire nell’Harley. «In un giorno infausto di folgori e tuoni, la volta celeste sarà oscurata da una bestia smisurata, e al rullare dei tamburi della liberazione, apparirà il Dio del Sole.»
Non è il versetto I, II o III. Non sappiamo se sia scritto nel tomo che documenta le tre ere del mondo. Eppure suona come profezia—anzi, al sottoscritto sembra una promessa.
Vi espongo il ragionamento.
Il Governo Mondiale ha speso novecento anni perfezionando la damnatio memoriae. Cancellare nomi dalle iscrizioni, distruggere statue, riscrivere registri storici fino a obliterare ogni traccia dell’individuo condannato. I Romani la chiamavano abolitio nominis (abolizione del nome), ma il concetto attraversa civiltà: Akhenaten in Egitto, Sejanus a Roma, Marino Faliero a Venezia, Stalin in Unione Sovietica. L’obiettivo è identico—far sì che la persona non sia mai esistita, come se il tempo stesso l’avesse rigettata dal proprio flusso. Non temete, è strettamente collegato all’interpretazione della ‘profezia’, anzi, ne è precisamente l’origine.
Almeno, secondo me.
Il Secolo Vuoto funziona così. Ohara bruciata, Poneglyph proibiti, chiunque studi la storia perduta eliminato. Ma la damnatio memoriae ha un limite strutturale: può cancellare ciò che è scritto, ma non ciò che è trasmesso oralmente (esempio: la morte del fratello di Clover). I Romani potevano abbattere statue di Sejanus e grattare via il suo nome dalle monete, ma non potevano penetrare nelle case private dove i cittadini sussurravano ancora le sue gesta. La sfera pubblica era controllabile; quella privata restava ostinatamente impermeabile.
Jarul ha cinquecento anni. Calcolando l’età media dei giganti—che vivono circa tre volte più a lungo degli umani—se questa profezia gli fu trasmessa dal padre, arriviamo indietro di almeno ottocento anni. L’Harley stesso ha tremila anni. La differenza? Tutto il mondo. Perché se la trasmissione fu orale anziché scritta, allora è immune dalla damnatio memoriae.
Non puoi bruciare una voce.
Non puoi grattare via un ricordo tramandato di padre in figlio per generazioni.
Certo, rimarrà incredibilmente più confuso, il tempo lo diluirà, ma non sarà cancellato.
Lo possiamo osservare nelle pieghe sociali, Ripley sorride pensando a Nika, è curiosa a proposito di Luffy, invece i bambini lo dipingono come un incubo; la differenza sta tutta qui, l’insegnante appartiene all’ultima generazione di guerrieri, i bimbi sono stati cresciuti nella saturazione della violenza. Ecco il punto.
Se questo è accaduto nell’arco di una sola generazione, quale chirurgico danno ha causato Imu in ben 900 anni?
Da qui il ragionamento, qualcuno avrà pensato di trasmettere le informazioni ai posteri, di lasciare segni fisici di tale memorie. E chi se non il primo pirata, il ribelle per antonomasia? La lettera al popolo degli uomini pesce, l’haki tramandato a Emeth, e forse un guardiano (Ratatoskr) a guardia di un frutto capace di ‘mettere in moto’ la profezia sussurrata da Jarul? Quella che forse fu una promessa tra alleati?
So di parlare con menti voraci e attente, quindi vi fornisco il risvolto plausibile.
Joy Boy, conscio del suo status di Nika sa di non essere immortale, che il futuro va avvertito, indi per cui compie tutta una serie di azioni; ora, senza l’arrivo di Luffy Loki sarebbe mai stato liberato? No. Il capitano sarebbe riuscito a uscire indenne da Wano e arrivare a Elbaph senza il frutto del Dio? No.
E Nika da quando non si manifesta? 900 anni. Dalla dipartita di Joy Boy, no… non mi sembra affatto una coincidenza. Bensì un piano ben ragionato, parallelo a quello di Imu.
Siamo nella Terza Era—quella corrente, in divenire. Alcuni fatti stanno cambiando il mondo: il monito di Vegapunk trasmesso globalmente, la caduta di Wano che ha spalancato i confini, l’assalto diretto a Mary Geoise orchestrato da Sabo e l’Armata Rivoluzionaria (se non da Teach stesso), lo schieramento pubblico di Elbaph contro il Governo. Jarul pronuncia profezie che non appaiono nelle tre ere documentate. La giustapposizione poteva avvenire solo qui, a Elbaph, dove la tradizione orale ha resistito per millenni accanto—o forse contro—il testo scritto.
La domanda diventa: come faceva Joy Boy a sapere?
Come poteva prevedere che Emeth avrebbe avuto bisogno del suo Haki esattamente novecento anni dopo? Possedeva la tonalità più terrificante dell’Ambizione dell’Osservazione mai vista—una che gli permetteva di guardare secoli nel futuro con precisione millimetrica? O semplicemente immaginò gli unici scenari possibili per uscire vittoriosi da una guerra contro un nemico immortale?
Presumo la seconda.
Se così fosse, la risposta è più semplice di quanto sembri. Joy Boy non predisse il futuro—lo costruì.
Nika non si è svegliato per novecento anni perché il frutto deve ritenerti degno. Ratatoskr fu posto come custode del frutto leggendario che trasforma chi lo ingerisce in “bestia smisurata”—non per caso, ma perché quella bestia si sarebbe alleata con il Dio del Sole quando entrambi fossero stati pronti.
Non è profezia. È ingegneria narrativa.
Sfioriamo questa ipotesi, razionalizziamola.
Mentre Imu procedeva nell’oscurità con il suo piano—possedere Gunko, trasformare Harald, infiltrare Elbaph, preparare il terreno per conquistare l’ultimo baluardo rimasto—Joy Boy, anche da trapassato, procedeva con il proprio.
Lasciò istruzioni non scritte ma sussurrate, frammenti di piano custoditi attraverso generazioni di giganti che le tramandavano ai figli come si tramanda una canzone.
Non nei libri dove il Governo poteva trovarle e bruciarle, ma nelle voci dove potevano sopravvivere indistruttibili.
Ecco perché la profezia suona come promessa: perché suona come se lo sia effettivamente. Non “forse accadrà”, ma “accadrà quando sarà il momento”. Il drago nero Loki salva i bambini esattamente quando Luffy in Gear 5 cavalca la sua testa, esattamente quando i tamburi della liberazione rimbombano su Elbaph, esattamente come Jarul sapeva che sarebbe successo—non per chiaroveggenza mistica, ma perché qualcuno novecento anni fa pianificò ogni singolo passaggio con la pazienza di chi sa che non vedrà mai il risultato finale ma lo costruisce comunque.
Non fortuna. Come nel proverbio in apertura: spero che ‘qualcuno’ abbia piantato un albero novecento anni fa.
Dopo il Buio
‘Tu vuoi?
Ma tu sai pensare soltanto a quello che vuoi tu?’– Connor MacLeod, Highlander
Il 1174 ha un doppio pregio, scolpire un vero e proprio monumento etico; ed essere fondamentale nella psiche di noi lettori. Procediamo per gradi.
Sommers è terrorizzato.
Da un drago nero che sembra uscito dai deliri di Goya.
Ma, ancor prima, era terrorizzato perché la nave è affondata e non può più fuggire. Questo dettaglio—apparentemente marginale—rivela tutto ciò che serve sapere sulla natura dei Cavalieri di Dio. Non sono guerrieri. Sono funzionari armati di immortalità altrui, carnefici che operano solo quando la vittoria è garantita e la ritirata assicurata. Sommers sa che Gaban conosce il metodo per spezzare l’immortalità concessa da Imu, e adesso non ha più la nave per scappare quando quell’ecatombe bipede deciderà di vendicarsi.
Riprende coraggio solo quando può addossare la colpa a Gunko. Lei è posseduta da Imu, opera in modalità automatica, assente dalla propria coscienza. Perfetto. Sommers può incolparla nel bisogno—«è stata lei con le sue frecce!»—senza mai permettersi di colpevolizzare Imu direttamente. Doppia viltà: usa una ragazza ridotta a marionetta come scudo morale per le proprie azioni, sapendo che non potrà difendersi né ricordare.
E una volta “al sicuro” dietro questa finzione, sfoggia la propria perversione con trasporto artistico. Ma qui Oda compie una mossa sottile: non ci mostra più il sadismo aristocratico che Saturn incarnava—quello freddo, metodico, quasi scientifico. Sommers rappresenta qualcosa di peggiore. Rappresenta la scala di valori distorti di una società vile, viziata, decadente al punto che il male non è più eccezione ma norma quotidiana.
Charloss spara a un uomo per rubargli la moglie come si prende un oggetto da uno scaffale. Rosward è il prototipo del misantropo a senso unico. Shalria ordina ai marines di massacrare civili perché hanno osato camminare sulla stessa strada dove lei passava. Jalmack spara un colpo di cannone contro la barca di un bambino per il semplice gusto di vederla affondare, ridendo mentre Sabo cade in mare creduto morto. Saint Pluming a Sabaody ordina che gli portino cinquanta schiave vergini perché vuole “selezionare” quale sposare, come si sceglie un cavallo da corsa.
Garling genera due figli da una donna per esigenze dinastiche e sociali, poi la uccide a sangue freddo quando non serve più—giocattolo noioso da buttare. Saturn mentiva sull’esistenza di Emeth persino a Imu, studiandolo in segreto invece di distruggerlo come ordinato, perché la curiosità scientifica valeva più della lealtà al suo dio. E ogni tre anni si consuma il genocidio rituale della Purificazione dei Nativi—God Valley ripetuto metodicamente come manutenzione programmata—dove Imu garantisce controllo politico e i nobili realizzano le fantasie più nere che nemmeno nei loro palazzi dorati osano pronunciare ad alta voce.
La ‘nobile’ caccia alla volpe inglese (già deprecabile di per sè) in versione genocidio.
Non è malvagità.
È sistema.
È cultura.
È educazione trasmessa di generazione in generazione finché il concetto stesso di “altro essere umano” si dissolve in una nebbia di indifferenza assoluta. Sommers sbava guardando bambini morire non perché sia pazzo, ma perché è consentito secondo i parametri del suo mondo. Come i sociopatici che vanno volontari in guerra, solo perché autorizzati a sfogare il loro più bassi istinti. I casi documentati formano una lista lunghissima.
Oda ci vuole mostrare il contrasto. E lo fa.
Ripley cade. Tiene Kron tra le braccia mentre le spine di Sommers la trafiggono—spine pensate per torturare, per rendere il contatto stesso un atto di sofferenza—e sorride. Non è rassegnazione. Non è disperazione mascherata da coraggio. È qualcosa che esiste al di fuori della logica utilitaristica che governa Mary Geoise: l’istinto puro di essere presente quando qualcuno che ami ha paura.
Non “ti salverò”, ma “non sarai solo”.
Gli psicologi infantili studiano da decenni cosa accade nella mente di un bambino durante traumi estremi. Hanno scoperto che la presenza fisica di un genitore—anche se impotente, anche se incapace di cambiare l’esito—riduce drasticamente il danno psicologico permanente. Mettiamo da parte la razionalità. Parliamo di ancoraggio emotivo: se la mamma sorride, forse il mondo non sta davvero finendo. Se il papà tiene la mano, forse c’è ancora speranza anche mentre precipitiamo.
È la menzogna più sincera e triste che un genitore possa raccontare ad un bambino la cui mente è già in frantumi.
Ripley sa solo una cosa, solo una. Suo figlio non deve andarsene nel buio e nella paura.
Un personaggio letteralmente magnifico, se avessi a disposizione una sola parola per definire l’intero onore e coraggio di Elbaph: pronuncerei il suo nome.
Immensa.
Oimo, Ange, Road—nessuno esita. Nessuno calcola probabilità di successo. Semplicemente saltano, perché quando vedi chi ami camminare verso il precipizio piangendo, il cervello si spegne e resta solo il corpo che si muove da sé.
Non è scelta eroica. È un riflesso biologico più profondo dell’istinto di sopravvivenza: proteggere anche quando proteggere significa il nulla insieme.
Ange e Johanna sono l’apice di tutto questo, mi sono commosso, lo ammetto felicemente.
E questo—questo gesto che Sommers trova così “emozionante” da sbavare—è esattamente ciò che lui e i suoi simili non potranno mai comprendere. Perché per comprendere il sacrificio devi prima comprendere l’amore, e per comprendere l’amore devi prima riconoscere che l’altro esiste come soggetto anziché come oggetto. I Draghi Celesti sono ontologicamente incapaci di questo salto. Non per cattiveria, ma per struttura. Sono cresciuti in una bolla dove ogni desiderio viene esaudito prima ancora di essere pronunciato, dove nessuno dice mai “no”, dove il dolore altrui è spettacolo e la morte gioco.
Elbaph risponde con l’unica lingua che questi ruderi umani capiscono: la forza. Ma non la forza che distrugge per piacere—quella Sommers la conosce bene. La forza che protegge anche quando non conviene.
Ripley cade sorridendo. Loki salva i bambini pur essendo stato chiamato mostro per quattordici anni. Luffy ride sulla testa del drago mentre i tamburi rimbombano, non perché sia incosciente ma perché ha capito qualcosa che Sommers non capirà mai: che la vera grandezza non sta nell’essere invulnerabili, ma nello scegliere la strada più difficile.
Oda, in questo capitolo, dipinge due umanità inconciliabili. Una che misura il valore dell’esistenza in termini di gerarchia, potere, controllo—dove la vita altrui è strumento e la sofferenza performance estetica. L’altra che misura il valore dell’esistenza in termini di legame, protezione, presenza. Non c’è sintesi possibile. Non c’è compromesso. C’è solo la tempesta di fulmini e neve, la bestia che oscura il cielo, e i tamburi che battono il ritmo di una liberazione che non chiede permesso.
E dopo la tragedia di Ilda, Loki, Xebec, Harald e…Teach. Ci voleva per noi lettori.
Ricordare che può essere fonda, interminabile e foriera di paure ancestrali, ma, qualunque notte, per quanto lunga, precede inevitabilmente una Nuova Alba.
Come si fa a non essere romantici, con One Piece?
Ah, dimenticavo.
Quel miserabile di Sommers può sbavare quanto vuole guardando bambini soffrire.
Può godere esteticamente del dolore con quell’espressione ebete a metà tra la sindrome di Stendhal e un ictus.
Ma la paura trasfigura il suo volto quando vede la forma che ha preso la rabbia di Loki—rivelando qualcosa che il Governo probabilmente ha sempre temuto, ossia: che ‘qualcuno’ avesse lasciato ‘qualcosa’ dietro, qualcosa immune alla cancellazione, impermeabile al tempo, alla vista magari: ma non alla coscienza.
E adesso quel qualcosa vuole restituire la ‘cortesia’.
La Libertà è Rumore
‘I’m the best there is at what I do, but what I do best isn’t very nice.’
– Wolverine (1982) #1
‘Non sono un salvatore, ma un distruttore‘
Il primo atto compiuto dal Principe Maledetto, appena trasformato, è salvare. Non distrugge, salva. E questa scelta—compiuta con occhi da demone—è il cuore pulsante della natura del personaggio.
La mitologia è piena di trasformazioni che seguono una logica precisa: diventi ciò che custodisci o proteggi. Il vichingo lo fa ringhiando, come se dovesse convincere se stesso… prima degli altri.
C’è una tensione irrisolta in quella dichiarazione. Loki vuole essere il distruttore. Sarebbe più semplice. Quattordici anni incatenato con l’accusa di parricidio—quattordici anni in cui Elbaph lo guardava come mostro mentre lui sapeva di essere innocente—hanno scavato una rabbia che nemmeno la liberazione può colmare. Hajrudin gli ha chiesto perdono, i giganti hanno riconosciuto la verità, ma il danno è fatto. Puoi togliere le catene, ma non puoi togliere la memoria di essere stato incatenato. E quando quella memoria ti brucia addosso, diventare davvero il mostro che tutti credevano fossi sembra l’unica forma di coerenza rimasta.
Eppure, il nobile si mostra impudente con l’autorità (Jarul), strafottente con il prossimo (praticamente chiunque), e segretamente gentile (Shirahoshi). Fin dal principio c’è bontà nei suoi gesti. Ha sempre dichiarato di voler distruggere ‘Il Mondo’—ma non è forse questo l’epiteto con cui Xebec chiamava Imu?
Perché Loki salva la gente del villaggio? Semplice, sapeva che, dopo lo sdegno iniziale per gli atti di Harald, il Warland si sarebbe comunque infuriato e avrebbe scatenato una guerra, ossia, sarebbe arrivato lo scenario che più di tutti avrebbe spezzato il cuore al padre e a Ilda. E questo, Loki proprio non poteva permetterlo.
Agalmatolite come paravento narrativo a parte, la vera ‘catena’ che ha trattenuto il trickster è quella dell’onore, dell’affetto, della devozione.
Tracciamo un parallelo in tema ‘draghi’.
Avete mai letto il Silmarillion di Tolkien?
Se la risposta è no, anzitutto rimediate, è un capolavoro immortale. Per chi lo conoscesse… Fáfnir uccise il padre per l’oro di Andvari e si trasformò in drago. Per osservazione: chi custodisce tesori con avidità ossessiva finisce per diventare la forma che meglio protegge ciò che ha rubato. Ricorda Harald che, nell’ossessione di proteggere Elbaph ne divenne la peggiore minaccia.
Ma, lo stesso vale per la mutazione di suo figlio. La trasformazione fu inevitabilità, non punizione. Loki divorò il frutto leggendario e si trasformò in drago per proteggere qualcosa che non aveva mai posseduto: l’innocenza di un regno che lo chiamava mostro.
Chapeau.
E’ furioso? Incline alla violenza? Animato dalla vendetta? Si, si, si.
Ma il ragazzo nato con occhi da demone ha sopportato fango e insulti pur di non mettere a repentaglio la vita del suo popolo, la grandezza non sta in ciò che sei, ma in ciò che scegli di fare con quello che sei diventato.
Magari non quello che Harald sognava.
Sicuramente non quello che Hajrudin costruiva con diplomazia.
Ma, finalmente, Elbaph ha il suo re.
Sulla cui testa, Nika fa da corona.
Non è la prima volta che il capitano dei Mugiwara si trova a contatto fisico con qualcuno che il mondo chiama mostro (ricordate i tempi di Chopper?), ma è la prima volta che lo fa mentre quel qualcuno ha ancora gli occhi da demone—quelli di Big Mom quando perde la mente, quelli dei giganti posseduti dal Domi Reversi. E ride. Urla «È troppo divertente!! Guarda quanto sei grande!!» come se stesse cavalcando un’attrazione a un luna park, non un drago nero che tre minuti fa aveva occhi che promettevano distruzione.
Forse è questo che vede in lui Nika, il modo in cui Luffy tratta le persone che tutti gli altri temono. Non è ingenuità. Non è incapacità di distinguere il pericolo.
È qualcosa di più deliberato, quasi metodico nella sua semplicità.
A Whole Cake Island, dopo aver combattuto Katakuri per ore in uno scontro che li portò entrambi oltre i propri limiti, il pirata fece qualcosa che nessuno si aspettava: coprì la bocca di Katakuri con il proprio cappello. Katakuri—il fratello perfetto, il guerriero invincibile dei Pirati di Big Mom—aveva passato l’intera vita nascondendo quel ‘difetto’ perché da bambino lo avevano chiamato mostro per i suoi denti affilati. Aveva costruito un’intera persona attorno a quella maschera di perfezione. E Luffy, vedendolo sconfitto e vulnerabile per la prima volta, scelse di proteggerlo. Perché in quel momento aveva visto un ragazzo che si vergognava di qualcosa che non poteva cambiare, e capì che quella vergogna era peggio di qualsiasi ferita fisica. Puro e semplice.
Sul tetto di Onigashima, mentre Kaido cadeva verso la magma sotto Wano, il drago azzurro che aveva terrorizzato il paese per vent’anni chiese a Luffy una domanda: «Che tipo di mondo vuoi creare?» Il tratto migliore era che non fosse provocazione. Era una richiesta genuina—come se il Dragone, nell’ultimo istante prima della sconfitta definitiva, volesse sapere se l’ideale per cui aveva combattuto (un mondo dove i forti governano e i deboli servono) poteva essere sostituito da qualcos’altro di concreto. E Luffy rispose. Non con uno slogan vuoto, ma con una visione precisa: «Un mondo dove i miei amici possono mangiare quanto vogliono».
Semplicità disarmante che conteneva un’intera filosofia politica: il mondo che vale la pena costruire è quello dove nessuno muore di fame mentre altri si ingozzano.
Ora Luffy cavalca Loki. Il Capitano ha una vera e propria passione per i reietti, i temuti, i diversi. Cosa hanno in comune le figure che lo attirano? Sono antieroi.
Antieroi puri.
Adesso vede un drago che salva bambini pur ringhiando frasi al vetriolo.
Per lui questo non è paradosso—diamine, con Zoro ci vive, è il suo braccio destro. Loki è stato scelto esattamente come scelse lo spadaccino, istintivamente sa che è una brava persona: qualcuno che ha ogni ragione per essere ciò che gli altri dicono ma sceglie diversamente.
Quando ride sulla testa del principe, sta facendo qualcosa di preciso: sta dichiarando pubblicamente che quel drago non è mostro.
Anni di catene danno diritto alla vendetta. Invece ha parlato con il cuore al fratellastro, ha esposto la propria vulnerabilità con il dolore. E questo, per Luffy, conta più di qualsiasi frutto leggendario o profezia antica.
I tamburi della liberazione battono mentre la neve riluce dei fulmini. Due figure finalmente abbattono un silenzio al massimo volume, poiché la libertà è fatta di rumore. Quando i tamburi della liberazione rimbombano sull’isola, non sono tamburi veri. È il battito del cuore di Luffy in Gear 5, ritmo diverso da qualsiasi altro battito umano, suono che Zunesha riconobbe a Wano come annuncio del ritorno di Joy Boy.
Ma a Elbaph i tamburi acquisiscono significato ulteriore. I giganti—che per quattordici anni hanno vissuto nel silenzio imposto da un re buono che credeva nella pace come assenza di conflitto—sentono finalmente il suono della libertà come presenza di scelta.
Omero lo sapeva. Quando Ettore abbraccia Astianatte, il bambino piange spaventato dall’elmo piumato del padre. L’eroe deve togliersi l’armatura — quasi una maschera — perché il figlio riconosca l’uomo. Dostoevskij lo ribadisce: Raskol’nikov confessa il delitto non per punizione, ma perché Sonja lo guarda e vede l’uomo sotto l’assassino. Baldwin lo scrive in The Fire Next Time: “Non puoi liberare nessuno finché non liberi te stesso dalla paura di ciò che gli altri credono tu sia.”
La libertà non è mai stata assenza di mostri. È la capacità di scegliere cosa farne, di quella mostruosità che il mondo ti ha cucito addosso.
Elbaph finalmente lo sente. E il silenzio di quattordici si fa assordante.
Come sempre vi lascio il video del Re, una analisi che fa bene alle sinapsi e al cuore, condita con il suo classico humor brescian… ehm, inglese.
A voi…
Fili Spezzati
Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.
C’è una vertigine sottile che avvolge questo capitolo, un senso di abisso nell’oscillare tra luce e ombra. Mentre Imu, nella tenebra più nera, tesseva la propria tela fatta di possessioni, corruzioni e genocidi rituali, qualcun altro intesseva la propria nell’oro del giorno, filo per filo, voce sussurrata dopo voce sussurrata, generazione dopo generazione, come se il tempo stesso fosse un telaio infinito.
Elbaph trema sotto il peso della profezia; i giganti sollevano gli occhi verso un cielo oscurato dal drago; Luffy ride, sospeso sulla testa di Loki, mentre Sommers comprende tra le vertigini qualcosa che gli sussurra l’istinto. Qualcosa di beffardo e inevitabile.
Anche il più potente tessitore può diventare un filo spezzato nella tela delle Ere.
Godiamoci il viaggio, genti
‘And from this charmless man I just had to hide / He went
(Na, na, na, na, na, na, na, na, na)’– Blur, Charmless man