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NovitàAnalisi Capitoli by Cenere

One Piece 1197: Della grammatica del fusibile; una preghiera in irlandese; e del lusso indecente di essere chi sei

Letto da 455 persone

‘Taverna Ottavo Colle, questo è er nome del mio team
In tre semo una squadra meglio de li X-Men
Me chiamo Danno perché rompo tutto ciò che tocco
E sbrocco quanno me butto giù di brutto, avanti, fatti sotto!
‘

– Il Monster Trio… ehm, Colle der Fomento, Sopra al Colle

Portuguese D. Ace possedeva ma non utilizzava né allenava l’Haki del Re, il suo cuore aveva abdicato in favore del sogno di chi amava.
Ma lo avrebbe usato in caso fosse stato necessario a garantire la riuscita del sogno di Newgate?

Certo che si.
Ecco spiegata in due righe la validità degli ultimi capitoli.

Per anni Sanji ha trattato il proprio corpo come un fusibile: bruciare per salvare il circuito era il suo modo di dirsi utile, e ogni ferita contava come una firma in calce alla lealtà. Il nuovo capitolo ridisegna l’impianto. Contro Killingham il cuoco ripassa i propri avversari, da Bon Clay a Queen, e li legge come le tappe di un solo addestramento. Precisamente come anticipavo nello scorso articolo, riconosce Sora nel cuore che lo ha tenuto umano, Zeff nella disciplina della morale, Ivankov nella sentenza che intitola il numero 1197: l’amore è difesa. Il ricciolo del sopracciglio torna a girare verso sinistra, come contro Queen, e il Germa smette di essere un’ipoteca per diventare dato irrisorio.

La cronaca si fa allora fisica. La rigenerazione del Cavaliere Sacro rallenta, l’Omen lo riveste di un’armatura che respinge l’Haki, Longinus scarica il proprio fulmine e si spezza contro una gamba che non sente più dolore. Le fiamme schiariscono fino a illuminare i ricordi – quelli dannatamente buoni – e il calcio successivo manda in frantumi la bolla di resina e parte dell’armatura, accompagnato dai fulmini neri dell’Haoshoku. Sanji si rialza, pensa a Zoro e a Luffy, e assegna a se stesso la parte che mancava alla ciurma.

La domanda che questa rubrica pone da luglio, cosa trattenga l’Haoshoku di Sanji, riceve qui la sua risposta narrativa. Riconfermo piacevolmente la mia ipotesi: l’ostacolo era la logica del sacrificio, e il capitolo la smonta un pezzo alla volta.

Toh.
Esattamente come Sanji fa con Kiringham.

Rop tú

Una preghiera irlandese sul petto di Zoro, e lo scudo che Sanji decide di essere

Sulla cover del capitolo Zoro ride a squarciagola.
Distribuisce caramelle a un Sanji ridotto bambino dal potere di Bonney, mentre Bonney divora carne a tavola e il piccolo cuoco, furibondo, tenta di centrare lo spadaccino con un calcio. È una tavola di richiesta, di quelle che Oda concede allo scherzo e che consumiamo in due secondi. Sul petto di Zoro corre però una riga di lettere minute, e due secondi non bastano a decifrarla. È antico irlandese. Dice: Rop tú mo chathscíath, rop tú mo chlaideb. Sii tu il mio scudo da battaglia, sii tu la mia spada. Il Bianconiglio Shonen ha nascosto una preghiera monastica sotto una gag, e lo ha fatto in un numero che il titolo (nella resa inglese circolata, «Love is Defense») consacra al duello di Sanji.

Un testo con due date

La riga appartiene a Rop tú mo baile, il componimento da cui discende l’inno inglese Be Thou My Vision. L’edizione del corpus CELT dell’University College di Cork lo colloca tra il 900 e il 1100 e lo dice scritto in irlandese antico e medio. La tradizione lo attribuisce a Dallán Forgaill, poeta del VI secolo, e gli studiosi di oggi quell’attribuzione la discutono. La traduzione inglese letterale porta la firma di Mary E. Byrne (1905, sulla rivista Ériu), la versificazione cantabile quella di Eleanor Hull (1912), ed è nelle mani della Hull che la nostra quartina è diventata «Be Thou my battle shield, sword for the fight». Sulla maglia sta la quinta quartina dell’edizione CELT, due versi presi dal punto in cui il poema smette di chiedere visioni e comincia a chiedere equipaggiamento.

Il verbo, il pronome, la cicatrice

Il verbo comanda la lettura. Rop è una forma ottativa della copula, un augurio costruito con il prefisso ro saldato a «essere». La grafia dell’edizione lo lascia vedere: davanti a tú si scrive rop, davanti a mé si scrive rob, e io leggo in quell’alternanza una consonante che si accorda al suono successivo. L’irlandese antico dispone di due verbi per dire «essere». Il verbo sostantivo colloca e descrive: tu sei qui, tu sei stanco. La copula definisce e stabilisce identità. Chi prega rop tú mo chathscíath pretende che l’interlocutore coincida con lo scudo, e il poeta ha scelto il verbo che consente quella pretesa. Aggiungo una nota sintattica che offro con prudenza: i due termini della frase sono entrambi determinati (il pronome tú e un sostantivo reso definito dal possessivo), e l’irlandese, antico e moderno, in quel caso mette il pronome davanti, come in is mé an múinteoir. Il costrutto afferma l’uguaglianza di due cose note e lascia fuori l’appartenenza a una categoria.

Se Oda l’ha fatto con intento di sottolineare la differenza tra Zoro e Sanji: merita 90 minuti di applausi.

Ad ogni modo… il possessivo mo ammorbidisce la consonante del nome che lo segue, e l’ortografia registra l’ammorbidimento con una h: cathscíath diventa chathscíath, claideb diventa chlaideb. Secondo la ricostruzione corrente, all’origine del fenomeno sta una vocale finale caduta nei secoli, che lasciò il proprio contraccolpo sulla lettera successiva. La parola per «mio» ha perso un pezzo di corpo e ne porta il segno sul sostantivo che possiede.

I due nomi dell’equipaggiamento hanno un lignaggio che si legge a occhio. Cathscíath è un composto: cath, «battaglia», più scíath, «scudo», parente del latino scūtum. Claideb appartiene alla famiglia di gladius, che i latinisti spesso considerano un prestito celtico. A mio conteggio, con scíath in una sola sillaba, i due versi misurano cinque sillabe ciascuno: rop-tú-mo-chath-scíath, rop-tú-mo-chlai-deb. Scudo e spada occupano nel metro lo stesso spazio e pesano uguale.

Il poema, poi, modula i pronomi. Dopo il semplice tú arriva tussu, il pronome rinforzato dalla particella enfatica -su, e a mé risponde misse. La quartina 3 chiude con rop tussu dam-sa, rob misse duit-siu: sii tu per me, sia io per te. La formula è reciproca, due appartenenze che si incastrano come i battenti di una porta. Il ritaglio sulla maglia si ferma prima che il pronome diventi enfatico. Rimane la pretesa nuda di essere scudo e spada, senza l’esclamazione che di solito la accompagna.

Un destinatario, due corpi

Qui si apre il gap narrativo.

Nel poema il destinatario è uno solo: lo stesso tú porta lo scudo e la spada, e il fedele che dice mo li possiede come attributi di un unico corpo. Nel capitolo, secondo la traduzione che circola alla vigilia dell’uscita (quanto segue poggia su quel testo e non sul giapponese, che ancora non ho), Sanji si rialza, pensa a Zoro e a Luffy, e stabilisce che se Zoro è la spada del capitano, lui sarà lo scudo. Il tú si sdoppia e occupa due corpi.

Dichiaro la congettura in prima persona: io leggo la maglietta come il diagramma di una ciurma, con un mo che spetta a Luffy e un tú che si ripartisce tra due uomini. Uno dei due indossa la frase intera e ne eredita soltanto metà. C’è poi una simmetria rovesciata, che offro come osservazione e lascio a chi legge il compito di pesare. Nel verso lo scudo precede la spada. Nel racconto è arrivata prima la spada: Zoro ha chiuso il suo conto con Sommers mentre Sanji ancora incassava i colpi di Killingham. La storia ha percorso il distico dall’ultima parola alla prima, e a Sanji è toccato il verso che stava in testa.

Vogliamo renderla più semplice?
Credo che il sensei abbia voluto dare un senso di egual merito a entrambi.

La fisica dello scudo

La parola «difesa» nasconde la meccanica dello scudo. Nella falange l’hoplon si portava al braccio sinistro e copriva il fianco scoperto del compagno a sinistra, mentre la salvezza del portatore dipendeva dallo scudo del vicino di destra. Tucidide registra che l’intera linea, per paura, tendeva a scivolare verso destra in cerca di quel riparo. Lo scudo appartiene a chi gli sta accanto. Plutarco tramanda il commiato delle madri spartane ai figli, «con questo o sopra questo»: si tornava con lo scudo al braccio oppure morti, distesi sopra di esso. Buttarlo via per correre più in fretta era la colpa che nessuna città perdonava, perché lasciava un varco nella fila.

Difatti, Sanji ha sempre preferito ‘buttare via se stesso’ piuttosto della vita di chi difendeva. Non avrebbe mai perdonato se stesso. Mai.

Tutto il percorso del cuoco, per come il capitolo lo ripassa nei suoi ricordi, ha trattato il corpo come uno scudo da consumare. Ogni ferita valeva un’espiazione e ogni osso rotto una rata pagata a un debito di esistenza. Ivankov gli aveva consegnato un’altra istruzione, quella che dà il titolo al capitolo, secondo cui l’amore è difesa. Uno scudo gettato in un fosso non ripara nessuno. Quello che regge il colpo e resta intero ne ripara due.

La quartina successiva, quella che la maglia lascia fuori, si apre con due parole che il titolo del capitolo sembra avere letto in anticipo. Traduco: rop tú mo dítiu, rop tú mo daingen, sii tu la mia protezione, sii tu la mia fortezza. Dopo scudo e spada il poeta passa dall’arma che si impugna al riparo che si abita. Chi conosce il testo sente quel verso arrivare nel silenzio che segue l’ultima lettera stampata sul cotone.

La risata

Resta la cover, con la sua risata. Zoro ride con addosso la richiesta più seria che un uomo possa rivolgere a un altro, e Sanji bambino gli scaglia contro il calcio di una gamba che nel capitolo diventerà il bastione della ciurma. Oda lavora così da trent’anni: la gravità viaggia nel bagaglio del comico e supera la dogana perché nessuno la perquisisce.

Una lingua morta serve a dire quello che le lingue vive hanno consumato con l’uso. Chiedere a qualcuno di essere il proprio scudo equivale a confessare un fianco scoperto, e per un millennio nessuna lingua ha trovato per quella confessione una formula più asciutta di due pronomi, una copula e cinque sillabe.

Chi accetta di diventare scudo dichiara di valere abbastanza da essere colpito al posto di un altro, e di valere abbastanza da restare in piedi dopo il colpo.

La Forza (del Carattere)

«Non puoi continuare a salvarti la vita morendo per gli altri. Un uomo che non apprezza la propria esistenza non può proteggere davvero nulla, perché il suo sacrificio non nasce dal coraggio, ma dal desiderio di sparire.»

— Inception, Christopher Nolan (2010)

Reiju, Sora, Zeff.

Oggi mi trovo – per carità, piacevolmente – costretto a fare un report del mio precedente articolo. Non posso fare altrimenti, visto che avevo già espresso il concetto prima che Oda li citasse direttamente. Se aggiungiamo Ivankov, abbiamo finalmente i punti cardinali della bussola morale di Sanji.

Ecco a voi, dalla precedente analisi:

Perché proprio Ivankov

Per capirlo serve un’archeologia testuale che metta in dialogo il presente del capitolo con la genealogia di Sanji, e conviene rinunciare ad aspettare soltanto il dettaglio sul Regno Antico o il raddoppio delle taglie (tentazione che conosco bene).

Il fandom ha sempre letto il biennio di Kamabakka come una parentesi farsesca, una punizione inflitta da Kuma per umiliare il cuoco donnaiolo. Col senno di poi, e con la freddezza di un chirurgo plastico che opera senza anestesia, il sensei ribalta la prospettiva: la macchietta comica diventa una cura d’urto psicologica.

Zeff, Sora e Reiju gli hanno voluto bene in maniera totalmente pura, Zeff gli ha poi ridato se stesso ricordandogli il sacrificio della madre. Ivankov è stato quello che gli ha detto in faccia come funzionava il suo conto in rosso. Ha guardato la vulnerabilità emotiva di Sanji e ha lasciato perdere la presunta debolezza fisica: lo ha visto sminuirsi, dare la precedenza al numero di ferite accumulate pur vincendo gli scontri, mettere a rischio la propria anche senza necessità, mascherando il disprezzo per sé da cavalleria romantica e da martirio d’accatto. Ha pronunciato quella che, nell’economia mentale di Sanji, deve essere suonata come una bestemmia ideologica:

«Non puoi amare nessuno, ragazzaccio, se prima non impari ad amare te stesso.»

Due anni fa, per un ragazzo che aveva costruito la propria utilità sul presupposto di essere uno scarto biologico buono solo a sacrificarsi, quella frase era un’eresia, la negazione del suo unico codice di sopravvivenza. Oggi, nel mezzo dell’inferno e davanti a un mostro che usa le sue nevrosi per stritolarlo, torna a galla con la violenza di una benedizione eolica.

Sanji capisce il cortocircuito: la mancanza di amor proprio tradisce l’amore stesso. Truffa le donne che giura di proteggere, rinnega Sora e Zeff, svende la salvezza di chiunque abbia bisogno di lui. Se il tuo corpo è una moneta da buttare nel pozzo al primo problema, l’amore che offri è una cambiale disperata scritta con il sangue di chi non crede di valere nulla.
Ahi.

Dietro il cliché comico della “perdita della mascolinità”, che il cuoco combatteva con la grazia isterica di un dandy ferito nell’orgoglio, gli Okama erano uno specchio: quello di un’accoglienza incondizionata che un ragazzo cresciuto nella violenza selettiva e utilitaristica del Germa 66 non sapeva come metabolizzare. L’incubo di Killingham passa oltre il sangue e i laboratori di Judge, perché il trauma più profondo del pirata ha smesso di abitare nel rifiuto biologico e vive nel fallimento dell’amore ricevuto.

Sanji è spezzato tra il rifiuto sacrosanto e bilioso di essere accomunato a Judge e il bisogno disperato di essere gentile, e dunque di meritare affetto, che gli ha trasmesso Sora. La figura femminile per lui è sacra: due donne lo hanno salvato, la madre e la sorella Reiju. L’immagine di Ivankov incarna il cortocircuito tra la cura forzata e il rifiuto viscerale di concedersi la grazia di essere custodito. Il gender è irrilevante: il Rivoluzionario gli fa una radiografia dell’anima senza mezzi termini, a differenza di due fresconi come Luffy e Zoro, che davanti a un referto del genere non avrebbero voglia di leggerlo.

E questa: si chiama buona scrittura.
Altro che rigenerazione tissutale, altro che scienza del Germa 66, altro che esoscheletro e tuta da raid: la vera corazza del cuoco è la scoperta, semplice da far spavento, di avere il diritto di volersi bene.

Eroico e sbagliato (?)

Nel canone dei battle shonen il sacrificio per un bene superiore è l’apice morale, il timbro notarile dell’eroismo. Sanji, dal Baratie alla disperazione calcolata di Thriller Bark, lo incarna con una purezza quasi suicida: offre la testa per Zeff, per Luffy, per Nami, e tratta il proprio corpo come valuta estinguibile alla prima emergenza invece che come tempio da preservare. Oda, per bocca di Ivankov, demolisce il tropo con una lucidità che meriterebbe più attenzione critica fuori dal fumetto d’intrattenimento.

Il monito, nella forma in cui lo leggo nel capitolo: «Un amore che desidera la morte è privo di valore, perché l’amore stesso è una forma di difesa.» La seconda clausola è la parte che mi convince meno, e la leggo così, dichiarandolo: l’amore è anche un’armatura, e un’armatura indossata per scomparire protegge da tutto tranne che dall’abitudine di scomparire.

Autolesionista? Diamine, sì. Eroico? Anche.

Le due cose convivono perché riguardano parti diverse del gesto. Il coraggio è reale: Sanji si mette davvero davanti ai colpi. Il conto che lo sostiene è falso: Judge lo ha ridotto ad una persona che ha paura di mettersi in gioco completamente, e per ristabilire il proprio valore il cuoco ha deciso, senza accorgersene, che la sua utilità residua stia tutta nell’annullarsi per gli altri. Il gesto resta degno di un Re. La contabilità no.

Parte del trauma rimase, eccome se rimase. Se nessuno ti ama per quello che sei, impari ad amarti solo attraverso la tua estinzione utile. Ivankov, in quel flashback, smaschera il meccanismo con spietata empatia: sacrificarsi senza amarsi è un suicidio a rate. Il comandamento di Sanji dice che la vita è sacra, e lui lo applica a chiunque tranne che a sé, fino a preferire di lasciarci le penne piuttosto che sopravvivere a una persona buona.

La risposta

Riportato al presente dal dolore e dalla pressione meccanica del combattimento, il pirata rielabora gli insegnamenti del Rivoluzionario come un atto d’accusa contro sé stesso e contro chi pretende di calpestarlo. Nelle vignette stringe i denti, ammette di aver toccato il fondo e spezza i residui del complesso di inferiorità ereditato.

Il testo del fumetto smantella ogni retorica passiva:

«In un’epoca simile, ci sono persone che vivono vite ben peggiori della mia!! Non mi crogiolerò nella compassione di me stesso!!»

Qui devo fermarmi, perché la battuta ammette due letture e quella sbagliata è vicina. Letta male, ripete lo schema di sempre: il mio dolore vale meno di quello degli altri, quindi taccio. Io la leggo diversamente, e lo dico in prima persona perché il testo non mi dà una prova definitiva. Sanji non conclude che il suo dolore valga poco: rifiuta di farne un posto in cui abitare e sposta lo sguardo su chi vive peggio e sulla causa. Il segnale sta subito dopo. L’incubo di Ivankov svanisce perché la sua mente rifiuta l’autocommiserazione e fa spazio a un risentimento politico e morale di ben altra portata. Se fosse il vecchio schema, quel risentimento resterebbe interno. Invece, ne esce.

Quando aziona l’accendino e accende la sigaretta, lo sguardo si indurisce. Calma da monaco zen: qualcuno si è incazzato un tantino a morte, per usare un velato eufemismo. La vignetta con la sigaretta tra le labbra segna il ritorno della padronanza di sé, e la voce che risponde a Killingham è quella di chi ha capito che nessun affetto può reggersi sulla bancarotta del proprio io.

Sanji non sconfigge il trauma erigendo uno scudo intellettuale. Politicizza la propria rabbia e la incanala verso il vero bersaglio: l’arroganza sistematica di chi governa il mondo dall’alto di un privilegio immotivato e parassitario. Il self-love, qui, è il fiero rifiuto di farsi calpestare da chi si crede divinità terrena. Ne esce una delle caratterizzazioni più mature, arrabbiate e politicamente taglienti della storia recente dello shonen, e lo scrivo a mio modesto parere, con la serenità di chi sa di poter essere smentito alla prima tavola.

Forse, a pensarci bene, era lo scossone di cui avevamo bisogno.

– Tratto dall’articolo 1196: una sberla sul muso, un tutù e il diritto di volersi bene

Ecco, qui, credo abbiate capito l’utilità del report, sarebbe stato inutile ripetermi; difatti, con una nonchalanche neoromantica Oda paga il dazio a un personaggio che ha pagato un prezzo altissimo, a lo fa in poche vignette.

Il concetto profondo e universale dietro le parole di Sanji è la consacrazione dell’umanità contro la reificazione e la spersonalizzazione dell’individuo.

Judge vedeva nei propri figli soltanto macchine da guerra, armi organiche destinate a essere modellate dal metallo e dalla genetica (lo classifico al secondo posto di padre peggiore dopo Homing. Ho detto tutto); per lui il corpo di Sanji era un prototipo malriuscito, uno scarto di laboratorio. Sora, invece, ha sacrificato la propria vita ingerendo una medicina debilitante per preservare la capacità di provare emozioni, di soffrire, di amare e di rimanere umani.

Quando Sanji rivendica quel corpo e quelle gambe, sta affermando che la vera essenza della carne è la permeabilità all’anima. Ogni madre degna di questo nome non dona ai figli un’armatura infallibile, ma la fragilità e il coraggio necessari per vivere ed provare empatia.

Vedete, il vecchio Judge pensava che un corpo fosse come una Ford Pinto uscita dalla catena di montaggio di Detroit: se non ha il motore potenziato e i paraurti in acciaio temprato, è solo spazzatura buona per lo sfasciacarrozze. Per lui la carne era un difetto di fabbricazione. Voleva che i suoi figli fossero ingranaggi freddi senza un briciolo di pietà.

Ma una madre — una vera madre, non un ingegnere della carne — sa che le cose non funzionano così.

Sora lo sapeva. Lo sapeva mentre la medicina gli lasciava un sapore di ferro e cenere in fondo alla gola. Ha fatto un patto ben più spaventoso e meraviglioso: provare a salvare il cuore dei figli. A Sanji ha regalato il diritto di piangere quando fa male, di tremare di paura e di sentire il calore di una tazza di caffè bollente tra le mani nelle mattine d’inverno.

Sora gli ha dato il cuore per permettergli di sentire il peso del mondo, e quelle gambe per insegnargli a reggerlo.

La vera forza di carattere non sta nel non sentire il colpo quando l’acciaio ti sbatte contro la faccia; sta nel provarlo fino in fondo, quel dolore da cani, nel fare un tiro dalla sigaretta mentre il sangue ti cola sul mento, e poi fare un passo in avanti comunque. Per proteggere chi non ha la stessa pelle. Per cucinare un piatto caldo a chiunque stia crepando di fame, che sia un santo o un farabutto.

Quando quelle gambe prendono fuoco o solcando il cielo, non c’è una sola scintilla che appartenga alla tecnologia del Germa.
È la volontà di Sora che brucia.

Datemi del sentimentale, ma è un figura retorica di bellezza rara.
L’amore è l’attrito che diventa fiamma.

Dove si Vince?

«Ci sono ferite che nessuna medicina può curare, e corazze che nessuna scienza può forgiare. La vera difesa è il filo invisibile che ci lega a coloro che ci hanno salvato quando eravamo soltanto un errore del mondo.»

— Saga, Brian K. Vaughan & Fiona Staples (2012)

Questo capitolo mi ricorda che recensire manga non è mai un esercizio di ginnastica intellettuale o un bollettino di ingegneria formale da esaminare con il distacco di un entomologo; è un’empatia urgente, una macchina per comprendere le vite degli altri, un atto di fede che si rinnova ogni volta che la critica dovesse essere prima di tutto un ponte umano tra l’opera e lo spettatore.

Applicare questo passo significa concentrarsi su ciò che conta davvero: la verità emotiva dei personaggi.

Ho passato anni a considerare One Piece come un’opera sterminata, quasi ingestibile nella sua esuberanza barocca, una di quelle cose che ti travolgono per pura forza di accumulo. Ma ogni tanto Eiichiro Oda ti prende alla sprovvista, rallenta il ritmo forsennato dei suoi oceani e ti ricorda perché siamo rimasti a guardare per quasi trent’anni. Nel capitolo di oggi succede qualcosa di straordinario non perché si scateni l’ennesimo cataclisma visivo, ma perché il sensei fa una cosa che sa fare meglio di chiunque altro nel fumetto contemporaneo: dà un peso morale e fisico a ciò che di solito viene liquidato come semplice retorica.

Prendete l’insegnamento di Ivankov — «l’amore è già di per sé una difesa» — e spogliatelo di ogni zuccherina ingenuità. Per anni, Sanji ha guardato al proprio corpo come a un tradimento, a un pacco postale contraffatto nei laboratori sterili della Germa 66. Ogni volta che le sue cellule si indurivano contro un colpo, il suo orgoglio si spezzava, terrorizzato dall’idea di essere diventato esattamente il mostro che suo padre aveva progettato. Ma la svolta di questo capitolo ha una grazia disarmante: Sanji capisce che quella tempra non appartiene alla scienza fredda e calcolatrice delle sue paure, ma alla memoria viva, imperfetta e dolente di chi lo ha amato. L’amore smette di essere un rifugio sentimentale e diventa una barricata fisica, una geometria della dignità che oppone alla lancia implacabile di Killingham la certezza granitica di chi protegge ciò che è umano.

Sapete perché funziona? Perché non ha niente di complesso o articolato.
Funziona perché è vero.

Quando Sanji fa i conti con l’eredità dei suoi carnefici familiari e fa sua la lezione di Emporio Ivankov, il testo compie un salto di qualità formale formidabile. Non è retorica a buon mercato. È il momento in cui il personaggio comprende che rifiutare il proprio corpo modificato non era un atto di purezza morale, ma un masochismo sterile.

Non siamo di fronte a un semplice power-up shonen in cui il protagonista sblocca una nuova abilità per sconfiggere il cattivo di turno. Siamo di fronte a un momento di profonda riconciliazione umana. Sanji si guarda dentro, accetta le sue cicatrici e comprende che la protezione non deriva dall’isolamento o dalla corazza d’acciaio, ma dalla capacità di difendere la propria identità emotiva. Il divario tra ciò che temeva di essere (una macchina da guerra senz’anima) e ciò che scopre di essere (il ricettacolo di un amore testardo) è il motore drammatico che gli permette di reggere l’urto della lancia di senza cedere di un millimetro.

NO. Nessuna vittoria muscolare; è una vittoria della grazia.
La stessa di Sora e Reiju.

E di Zeff, si, di Zeff.
Ricordate cosa disse a Sanji quando lasciò il Baratie.
‘Ehi ragazzo. Non prenderti un raffreddore’.

Empatia che il cuoco non mostra minimamente verso Killingham.

Il capitolo 1197 si apre con un problema di aritmetica, e il sensei lo scioglie con una sottrazione.

Sanji ha di fronte un uomo che le ferite le richiude, e dietro di sé un repertorio già speso per intero: calci a raffica, fiamme, un Armamento che regge colpi da cui chiunque altro uscirebbe in frammenti. Ogni lettore di shonen conosce l’equazione per averla vista risolta cento volte, e la risposta d’ordinanza prevede un colpo più grosso del precedente.

Killingham ne annulla in anticipo il presupposto. Si ricopre d’Omen, si cuce addosso un’armatura nera e fa sapere che soltanto l’Haki del Re Conquistatore potrà incrinarla. Il cuoco, intanto, ha dichiarato di non possederlo. La serratura esiste, la chiave è stata indicata, e il richiedente ha appena certificato di non averla in tasca. Aspettativa del lettore e aspettativa del personaggio coincidono nel punto più basso: Sanji non può uccidere quest’uomo, e nessuna delle scorciatoie conosciute gli è rimasta.

Qui cade la frase che avrebbe fatto sorridere persino Zoro.
A Sanji basta far venire a Killingham la voglia di morire. Il Cavaliere Divino, steso tra le macerie con la faccia ridotta a una mappa di lividi, riceve la spiegazione e la giudica un delirio. Ha ragione a stupirsi, perché la mossa sposta il bersaglio. Un’arma colpisce un corpo, e un corpo che guarisce svuota l’arma.

Una frase di quel genere punta alla volontà, l’unico organo che nessuna rigenerazione ripara da sé. Se non posso toglierti la vita, ti tolgo l’appetito di tenertela: il ragionamento ha la logica di un rubinetto, la tubatura resta intatta e si ferma l’acqua. Il registro scivola verso il seinen. Lo shonen risolve il duello con una potenza crescente, il seinen trasloca la battaglia nella testa dell’avversario, dove le pareti sono sottili e il danno si propaga senza sangue. Il virtuoso del calcio si ritrova a condurre una guerra di logoramento psicologico contro un nemico che dalla forza bruta si rialza.

Chi ha desiderato la propria fine conosce il peso esatto di quel desiderio, il momento in cui si deposita, la lentezza con cui consuma ogni altro motivo di combattere.

Da qui il mio ragionamento, Sanji maneggia un’arma di cui ha misurato il calibro dall’interno, e la imbraccia adesso che la ferita è chiusa e il rinculo non torna indietro. Nessun altro Cappello di Paglia disponeva di quell’artiglieria, ed ecco perché lo scontro con Killingham poteva combatterlo soltanto lui. Nel mezzo sta la frase di Ivankov che dà il titolo al capitolo: l’amore è già di per sé una difesa. Il corpo che Sanji odiava gli è stato dato dalla madre, forgiato da Zeff, rinforzato da Ivankov, e riconoscerlo come proprio equivale a rimettere in sesto una fortificazione che lui stesso aveva minato per anni.

Longinus gli si pianta contro la gamba e la gamba tiene. Quando la punta della lancia si frantuma contro le fiamme nuove, più fluide delle precedenti, la spinta lo stende a terra, ma intero. La difesa, finalmente creduta, funziona da difesa vera, e la conseguenza sorprende: una difesa riuscita rovescia il proprio mestiere e diventa il miglior trampolino di un attacco.

Sanji, rialzato, pensa a Luffy e a Zoro e arriva al conto che da anni gli sfuggiva: Zoro sarà la spada del capitano, lui ne sarà lo scudo. Questo scudo ha un bordo, e il bordo spezza l’asta di Longinus e fa a pezzi l’elmo. Resta il fulmine nero che compare in quel momento, l’Haki del Re Conquistatore, la chiave che la serratura pretendeva.

Mi spingo a una seconda ipotesi, anch’essa mia: Oda mostra la volontà prima del certificato. La frase sul voler morire arriva quando Sanji è ancora privo dell’abilitazione, e l’effetto che cerca coincide con quello che l’Haoshoku produce, piegare un animo altrui senza toccarlo. La condotta anticipa lo strumento, come accade a chi guida da anni su una strada di campagna e riceve la patente soltanto quando il vigile smette di chiederla. In questa lettura il fulmine nero è un timbro apposto a posteriori su un fatto già avvenuto, e il fatto è che un uomo che aveva voglia di sparire ha deciso di restare in piedi con tanta ostinazione da pretendere lo stesso dagli altri. Il Bianconiglio Shonen ha fatto passare per dettaglio d’azione una dichiarazione di poetica. Chi ha imparato a restare in piedi per sé conosce il peso esatto di ciò che toglie a chi pretende di abbatterlo.

Clausewitz defininì la guerra come un atto di forza per piegare la volontà dell’avversario.

Cosa rende il cuoco meritevole di essere un Re tanto quanto Luffy e Zoro?
Semplice.

Il Re Conquistatore comanda la volontà altrui, e Sanji affronta Killingham comunque e soprattutto… prima di sapere di possederlo, sicché: Oda gli consegna l’arma soltanto dopo che lui ha già agito da re.


Prima di lasciarvi alla chiusa dell’articolo, come sempre vi segnalo il video del Re.
Oggi due appuntamenti, nel video la sua consueta analisi (il pensiero laterale nel parallelismo cristiano con Longinus, in termini narrativi e non di mera citazione: è intrigante). E in settimana, ricordate il Parola per Parola, sul suo canale.
Intanto, a voi il video, Vecchi Cuori:

ZORO LA SPADA, SANJI LO SCUDO: È QUESTA LA CHIAVE?!

Concretamente in Astratto

Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.

Zoro e Sanji, il Danno e la Beffa verso un millennio di IMUcrazia.

Ventinove anni di carta e inchiostro ci hanno consegnato la simmetria perfetta di due uomini che non avrebbero potuto essere più distanti. Zoro e Sanji sono il capolavoro speculare di Oda: l’uno è la lama che recide l’impossibile, l’altro lo scudo che purifica la carne dalla colpa di non valere nulla. Nello spazio dello stesso volume, sbattendo contro l’immortalità cieca dei Cavalieri Divini con l’ostinazione di chi ripete lo stesso urto all’infinito, non cercavano il fulmine nero. Nessuno dei due ha mai inseguito l’araldica del potere. I flashback del passato erano solo il conto aperto di un’infanzia da scontare. Hanno continuato a colpire e a cadere, a riprovare e a rompersi, semplicemente per difendere l’orizzonte di chi amavano.

E quando la crepa si apre e l’Haoshoku sgorga — non come premio per aver sbloccato una qualche abilità oculare, e tantomeno come patente araldica concessa a posteriori da Oda per compiacere un fandom affetto da nevrosi classificatorie —, per Zoro e Sanji lo fa esattamente come una carpa che risale una cascata in un astratto Koi: controcorrente ai propri pensieri e paure.

Non ho mai visto in One Piece un merito più grande in termini di autoaffermazione, perché parliamo appunto di indole, come dicevano le Kuja.
Lo spadaccino e il cuoco hanno raggiunto la volontà di un Re: comportandosi da Re.

Godiamoci il viaggio, genti.

‘il fomento aumenta in dose massiccia
Adesso sono in ballo, ma hai acceso tu la miccia
Lo scrauso becca er Danno, lo scrauso già lo sa
Sul Colle ce sta er Danno, sur Colle c’è la Beffaaa!
‘

.- Colle der Fomento, Sopra al Colle

Stefano ‘Cenere‘ Potì

Stefano 'Cenere' Potì

Scrittore, blogger, videomaker. La voglia (forse necessità?) di diventare un creator nasce da un imperativo semplice: diffondere la cultura del fumetto, del cinema e della letteratura. Galeotta fu la quarantena, che mi spinse a maturare l'idea di sfuggire alla noia, dedicandomi al campo in cui mi sento più versatile: la comunicazione. Decisi di unire i 13 anni di esperienza in televisione, l'amore per i manga, gli anime e l'universo nerd, insieme alla mia vena ironica, i miei studi e il personale gusto estetico. Le prime live, poi l'incontro con Gabriele il "Re del Bike&Raft". Da allora, ammetto di averci preso gusto. Penso che Emily Dickinson sia stata la più grande poetessa mai esistita, mentre considero Quentin Tarantino la "testata d'angolo anni '90" del cinema. E' il prologo di un desiderio sempre più crescente: pubblicare il mio primo libro o dirigere un film. Magari ci vuole fortuna, ma credo che Seneca avesse ragione: "La fortuna non esiste, esiste il momento in cui il talento incontra l'opportunità".

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