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One Piece 1156: Regine di Cuori; Fante Vichingo; Poker di Rocks

del pirata Stefano 'Cenere' Potì

Bye-bye, baby, it’s been a sweet love, yeah, yeah

– Lynyrd Skynyrd, Free Bird

Le Kuja?
Anni fa, assistetti a una scena che definire memorabile è riduttivo: un pirata dai capelli rossi sacrificava un arto per proteggere un ragazzino dalla natura elastica. Con uno sguardo intinto nel cemento riuscì a mettere in fuga l’avversario, rivelando una forza che andava oltre il ‘visibile’. In quel momento non compresi appieno ciò a cui assistevo, sapevo soltanto che il mio cuore aveva perso un battito.

Oggi invece vedo finalmente le Kuja al loro massimo splendore. Ho avvertito un leggero boato nel cuore della narrazione. Stiamo veramente vivendo l’età dell’oro di One Piece.

Sotto la superficie quasi svagata, Oda orchestra con precisione chirurgica un piccolo cortocircuito narrativo: il tono è ironico, contenuto, quasi disinvolto — e proprio per questo amplifica il carico sotterraneo degli eventi. L’impatto apparente si sgonfia, quello latente esplode.
Dipingere un giovane Roger infantile, superfciale, ancora lontano dalla sua consacrazione, narrativamente spiegherebbe perfettamente la necessità di allearsi con Garp a God Valley, elementi che sembrano convergere verso un possibile flashback.
Vari dettagli disseminati nella Saga poi, suggeriscono la possibilità di un tradimento interno ai Rocks. Da oggi tra i sospettati spicca Gloriosa — il suo legame sentimentale con Roger apre spiragli narrativi che potrebbero riconfigurarne il ruolo all’interno dell’equipaggio.
Infine, le connessioni tra la mia ipotesi sui Galley-La e le combinazioni di frutti utili a Xebec delineano un disegno più ampio, di un nero genealogico, che porta fino a Teach. Niente male direi.

Dunque — come direbbe Hemingway — intacchiamo l’iceberg.
È il momento dell’Elzeviro.

Il vero potenziale

La cover a colori di oggi merita più di una semplice occhiata.
Si tratta di una illustrazione pensata per omaggiare i 25 anni dell’opera che ha riscritto la grammatica del manga d’avventura, un’allegoria cromatica che mette in dialogo due ere, come se Oda volesse dirci: “Avete amato il passato? Allora preparatevi a ciò che viene dopo.”

Non è la prima volta che il sensei si diverte con questi accostamenti, ma raramente il gioco è stato così diretto e ricco di rimandi. Lo stile è quello delle sue grandi occasioni: colori saturi, pose iconiche, composizione asimmetrica ma fluida. La scelta di rimpicciolire gli altri membri dei Mugiwara — letteralmente nelle tasche di Luffy o sulle sue spalle — introduce una vena ironica e affettuosa che riecheggia le illustrazioni early-2000, ci vuol fare ricordare quando la ciurma era ancora “piccola”… ma già leggendaria.

Perché è importante questa cover?
Ufficialmente, perché One Piece non è solo una serie longeva: è una saga transgenerazionale. Personalmente? Credo sia un grande omaggio a Nami, leggete qui…

‘Luffy, Zoro, and Nami. Finally, the main components of the story are together. This illustration represents that moment for me’ – Dichiarazione dalla Color Walk 1 (2001)

È importante cogliere la sfumatura: quella frase non stabilisce un ordine gerarchico scolpito nella roccia. Segna piuttosto un’istantanea di equilibrio narrativo primordiale. Poi sì, col tempo la storia ha fatto il suo corso. I codici dello shonen hanno agito, i ruoli si sono affinati, è nato il monster trio. Ma dentro quel pantheon — muscoli, haki e volontà ferree — c’è un altro elemento che non ha mai smesso di orientare la rotta: ossia la bussola (morale). Nami non è solo un personaggio. È direzione, empatia, discernimento. È l’istinto che distingue la meta dal miraggio. E Oda, nel richiamarla in quel trittico originario lo sa perfettamente. Perché oggi, a venticinque anni da quel primo tratto di china, quella bussola non ha perso un solo grado di precisione.

E continua, testarda, a puntare verso la leggenda.

È tempo di dedicarci alla consueta analisi.
Siamo finalmente al crocevia di epoche diverse, la radice nera da cui germinano i conflitti futuri. In un mondo dove la volontà si mescola al mito, si erge una figura che incarna l’architrave del caos: Rocks D. Xebec.
Come un battito d’ali nell’oscurità, il pirata ci ricorda che, spesso, il vero potere risiede non nel dominio, ma nell’eredità che si lascia al vento impetuoso della storia.

Signore e signori: capitolo 1156…

Circonvenzione di incapace

‘Era nata troppo bella per la propria sicurezza’

– Eros e Psiche

Parola mia, che le Kuja si trasformassero in idol, francamente, non lo avrei mai immaginato.
Procediamo con ordine. Come accennato, ho il forte sospetto che Oda abbia voluto rendere la scena volutamente grottesca e spassosa. Al tempo stesso, credo abbia fatto ricorso a una strategia ben più sottile: l’understatement — una tecnica narrativa in cui l’autore sceglie di raccontare eventi potenzialmente devastanti con parole misurate, quasi distratte, affidandosi a un tono smorzato o ironico. Invece di enfatizzare, sottrae, evita l’enfasi emotiva e lascia che il peso reale delle cose emerga in filigrana.

In questo contesto si colloca anche il ritorno di Gloriosa. Il suo coinvolgimento emotivo con Roger — al punto da essere colpita dallo stesso Mal d’Amore che colpisce Boa — non è soltanto un dettaglio folcloristico, ma un possibile snodo narrativo cruciale. La sua presenza tra le fila dei Rocks introduce un’inquietante ambiguità: siamo di fronte a un tradimento? O piuttosto a una scelta dettata dalla delusione e dal risentimento? Collaborare con Xebec potrebbe essere stato un atto impulsivo, una risposta a un amore non corrisposto. Ma nulla esclude che, nel momento decisivo, Gloriosa abbia agito in difesa dell’uomo che amava.

La scelta di definire le Kuja come Idol è intrigante, ma ecco una breve infarinatura per chi non conoscesse la figura.

Nel cuore dell’industria dell’intrattenimento nipponico, la parola idol non indica solo una popstar, ma una vera e propria figura mitologica della cultura di massa. In Giappone, un idol è un giovane (spesso giovanissimo) artista — cantante, ballerino, attore, modella o tutto insieme — costruito per incarnare l’idea dell’“essere amabile”: pulito, positivo, raggiungibile. Non conta tanto il talento quanto il carisma. Insomma, è un modo molto furbo per affermare che oltre il peso politico e la forza, al di là dei possedimenti e i sottoposti, in One Piece le piratesse Kuja hanno inventato un terzo modo per dominare, il carisma. Aggiungendo poi preparazione marziale e forza, diventano oggettivamente imbattibili.

Ricordate il loro credo? La bellezza è forza.
Un assioma che trascende l’estetica e si fa dottrina. In questo contesto, l’inserimento di due figure come Shakky e Gloriosa apre scenari narrativi ricchissimi, sia sul piano simbolico che su quello generazionale. Ergo, valutiamone tre che si snodano in altrettante direzioni: la storia di Amazon Lily, Shakuyaku e Gloriosa.

Le origini di Amazon Lily si perdono nel mito.
Alla luce degli snodi emersi nelle ultime tre saghe — WanoEgghead e Warland — il quadro si fa più sfaccettato, e non si può escludere che da questo intreccio emergano soluzioni impreviste, persino paradossali. Ora vi propongo un pensiero. Calmi. Niente inverecondia, niente sopracciglia inarcate. Seguite il ragionamento.
In queste settimane, qualcuno ha ipotizzato che Amazon Lily possa avere a che fare con Nefertari D. Lili. Confesso che la prima volta ho riso di gusto.
Anzitutto: il nome corretto, nella versione giapponese canonica, è Nefertari D. Lili. “Lily” è una traslitterazione anglofona, una romanizzazione utile ma non originaria.
Detto ciò, un bravo autore può rendere credibile anche il più improbabile dei legami: ad esempio, l’idea che l’isola sia stata battezzata in suo onore.
Ma — e qui è il punto — solo post mortem. Se stai fuggendo dal Governo Mondiale, non ti metti certo a nominare il tuo rifugio con il tuo stesso nome.
Vi risparmio, per amor di sanità mentale, le elucubrazioni esoteriche sul significato simbolico del nome Lili. Dio ce ne scampi.

C’è poi un ostacolo più insidioso, questa volta metanarrativo: come inserire una figura regale nel codice rigidissimo di avversione verso gli uomini che domina Amazon Lily?
A meno che — ed è qui che le crepe cominciano a sembrare fessure logiche — non si ipotizzi una Lili minacciata da Imu o tradita da Joy Boy, una donna spinta dalla disillusione a fondare un regno femminile, separato, autosufficiente, salvato dalla Calm Belt e tenuto fuori dalla longa manus del potere centrale.
E, a sorpresa, sì: questa versione ha un suo senso perverso.

Rimane, per quanto mi riguarda, una teoria fragile e disseminata di contraddizioni. Ma è innegabile che alcune coincidenze comincino a disturbare l’orizzonte.
Gaban per esempio. Scomparso dai radar tanto a Wano quanto a Elbaph. In quelle zone l’addove — il ventre molle, segreto — del Governo Mondiale non poteva arrivare. Passiamo a Shakuyaku.

Esattamente come accade per Nami nelle color spread, in questo capitolo è chiaro: le piratesse Kuja detenevano un potere pieno, autonomo, indiscusso.
Non erano spalle, né epigoni.
Anche se oggi appaiono come residui sbiaditi di un’epoca gloriosa (è il caso di dirlo) , restano comunque delle mini-potenze con cui fare i conti.
Pensiamo a figure come Gaban e Ripley.
Il primo, membro della ciurma leggendaria, tra i pochi a conoscere i segreti del mondo. La seconda — custode della storia classica di Elbaph, ma anche insegnante, ponte narrativo potenziale verso rivelazioni ancora sommerse. Se emergesse l’informazione giusta nel passato vichingo, potrebbe essere lei a congiungere i punti.
E poi c’è Silvers, la cui rilevanza pesa quanto quella di Scopper. Ma in questa equazione silenziosa si staglia Shakuyaku.

C’è qualcosa, in lei, che mi ha sempre colpito. Un dettaglio poco appariscente, un non detto che ora ha più significato.
Ossia…

Shakky lo dice con naturalezza, come se fosse ovvio: legge tutti i giornali. Tutti. Ogni giorno. Non è solo un’abitudine — è un sistema nervoso parallelo. Il primo motivo è semplice, quasi banale, ha sposato una mina vagante, un uomo che per il Governo rappresenta un residuo tossico del secolo sbagliato. Il secondo è più torbido: anche lei era una piratessa. E non una di passaggio. Il terzo… davvero vuoi credere che Rayleigh non abbia parlato con lei? Che abbia taciuto?

Quando stanno insieme, Shakky e Rayleigh non sono una coppia: sono un archivio vivente. Un’enciclopedia disordinata ma aggiornata, più utile dell’Harley a Elbaph. Sanno. Hanno visto. Ricordano. In One Piece da un po’ nessuna frase è più decorativa, nessuna scena è gratuita, nessuna vignetta di passaggio. Tutto è codice. Shakuyaku dice: «La conoscenza è potere». Ma non è una battuta brillante, è qualcosa di più: una preghiera materialista, l’ultima superstizione di chi non crede più agli dei. È il sogno di Clover, l’ossessione che l’ha consumato. È lo schiaffo che Woop Slap non ha mai avuto il coraggio di incassare. È un calcio, secco e preciso, nei genitali di un sistema che preferisce i cittadini in gregge, silenziosi, senza memoria.

Shakky non è libera. O meglio: sa di non esserlo. E questo la rende pericolosa, perché è una delle pochissime al mondo a sapere di essere prigioniera.

Questo ci conduce a uno snodo inevitabile della trama: la guerra.
Già solo il fatto che Silvers abbia suggerito alla ciurma di cercare la propria verità fu una dichiarazione di poetica. Se non avessero davvero seguito quel consiglio, ci saremmo fermati alle Sabaody. Titoli di coda e tutti a casa. Poi c’è Gaban, che promette risposte solo a condizione che Elbaph rimanga in piedi. Drammaturgicamente sublime, due personaggi colossali messi deliberatamente in stand-by.
Per ora.
Riuscite davvero a immaginarli quei due, a giocare a briscola mentre il mondo precipita in quella stessa spirale che un tempo non riuscirono a innescare?
Io, sinceramente no.

Naturalmente ho amato il contrappunto ironico con un Roger e compagni usciti direttamente da American Pie. Scopper cede all’istante — è il prototipo di Sanji, dopotutto — ma è Silvers a rubare la scena. Misurato, enigmatico, monumentale.
E un pò pirla, aggiungerei.

Parliamo del proto Zoro, mica degli altri boccaloni che svengono per un battito di ciglia. Personaggi come Rayleigh rappresentano questa idea: la vera grandezza non si manifesta attraverso l’immagine o la vanità, ma attraverso la fermezza morale e la consapevolezza interiore. Shakky, con il suo gesto, sembra riconoscere e apprezzare questo principio. In definitiva, quell’occhiolino rappresenta un piccolo, potente frammento di narrazione non verbale, che condensa in un gesto l’ammirazione per un modo d’essere autentico, solido e immune alle apparenze. Shakky non guarda la superficie, ma riconosce in Rayleigh la vera sostanza, la stessa che li ha legati nel passato e che li rende complici nel presente.

È stato intenso, goliardico e naturale. Magnifico, se preferite.

Ma passiamo a Gloriosa.

La figura che meglio incarna il paradosso tra autorità e sentimenti. Capitano delle Kuja quarant’anni prima degli eventi attuali, entra in campo con una dignità appannata, ridotta dal carisma deflagrante di Shakuyaku (se parliamo in termini Idol, non oggettivi).
Dichiara un amore ingenuo e incondizionato a Roger — un sentimento espresso con quella sincerità quasi infantile che nell’universo spietato pressappochista viene subito ridicolizzata.
La cosa non mi è piaciuta.
Roger non solo la respinge, ma lo fa con un commento che la cancella dal campo visivo: “Togliti, Gloriosa, non riesco a vedere Shakky.”
Dimostrazione che anche un eroe può essere un vero idiota.
In quell’istante, Oda congela la parabola narrativa in un singolo gesto, forse doloroso e definitivo.
Plausibili motivi del passaggio ai Rocks sono sotto gli occhi. Nonostante sia formalmente al comando, Gloriosa viene scavalcata dal vice capitano (senza intenzione), dalla sua stessa ciurma (senza malizia), perfino dai cumuli di lettere dei fan. Ma per lei non è un problema, reagisce sbuffando come una bimba.

È Il rapporto con Roger, segnato da un coinvolgimento emotivo profondo, a restare una delle linee più ambigue e potenzialmente decisive dell’intera vicenda. Il fatto che sia stata colpita dallo stesso Mal d’Amore che più tardi segnerà Boa non va letto come un semplice tocco di colore, ma come un indizio tematico. La sua successiva appartenenza ai Rocks — e dunque la sua alleanza con Xebec, gemello asimmetrico di Roger — apre un campo interpretativo tutt’altro che lineare. È difficile non intravedere in quella scelta l’eco di una ferita. Almeno per me. Se la sua devozione è autentica — come dimostrano le sue parole e le reazioni corporee da love sickness — allora la sua alleanza con Xebec è carica di ambiguità. È possibile che Gloriosa non si sia mai veramente convertita alla causa, ma che abbia cercato in quell’alleanza una forma di riscatto personale. Non per distruggere Roger, ma per dimostrare a se stessa di non dipendere da lui. Un atto di ribellione sentimentale, più che ideologica.

Se, come alcuni indizi suggeriscono, Xebec fu vittima di un tradimento interno, la figura di Gloriosa potrebbe riemergere in una posizione tutt’altro che secondaria. La sua ambivalenza emotiva — divisa tra lealtà e risentimento — ne farebbe un personaggio chiave nella ricostruzione degli eventi di una certa isola.

Tutte le strade portano a God Valley? Ora ne parliamo.

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Inferni, solo andata

Che l’inferno si prenda la mia anima se vi do tregua o ne accetto da voi‘ — Edward Teach (Barbanera) Fonte: Charles Johnson, 1724

Ha davvero senso, in questo momento narrativo, introdurre il flashback di God Valley? Dipende tutto dalla gestione dell’autore.
La mia posizione, da anni, è che sia un terreno estremamente scivoloso. Costruire un dialogo credibile tra tre discendenti della D, ciascuno mosso da obiettivi divergenti, è una sfida ad altissima intensità di trama.

Roger vuole semplicemente compiere l’impossibile: circumnavigare il pianeta. È un esploratore, non un rivoluzionario. Ma urtando nei segreti del mondo, comprende che Xebec va fermato.
Garp, al contrario, agisce per necessità pratica: non è idealista, né visionario. Vuole fermare i pirati in quanto minaccia strutturale, ma in quel momento si ritrova, paradossalmente, a cooperare con uno di essi. L’alleanza con Roger per contrastare Xebec si configura come un gesto pragmatico, ma carico di contraddizioni: finisce per proteggere proprio quei Draghi Celesti che, nel suo privato disprezza.
Xebec infine, è la figura più opaca. La sua ambizione più che anarchica è sistemica: non cerca distruzione casuale, ma sovvertimento. Gli indizi suggeriscono che il suo piano richiedesse una combinazione precisa di Frutti del Diavolo, e quindi una visione a lungo termine, strutturata e pericolosamente calcolata.

Raccontare God Valley oggi significherebbe affrontare questi tre vettori narrativi senza ridurne la portata. Tre linee di frattura che scorrono parallele, ma destinate a incrociarsi. Ognuna di esse esige spazio, tempo, tensione. Nessuna può essere risolta in un frammento lasciato a metà.
Preferisco aspettare. Aspettare un flashback intero, coerente. Non una briciola buttata per placare l’ansia di sapere. Come fu per la storia di Kuma – che è stata un colpo secco alla mente, completa, ferocemente umana – così dovrebbe essere anche per God Valley. So che siete in trepidazione, lo sono anche io, quindi vi spiego meglio il mio punto di vista.
Come si possono scrivere dialoghi autentici, carichi di emozioni, divergenze ideologiche, tensioni irrisolte — tra tre discendenti della D — senza rivelare in modo implicito da che parte stiano e perché?
Quante battute dovresti tagliare, smussare, censurare, per evitare che trapeli anche solo un’ombra di ciò che ci attende a Laughtale?
E ancora:
come mascherare il piano attuale di Teach, se nel cuore del confronto emergono le parole di Xebec, i suoi obiettivi, il suo disegno — senza che ciò disinneschi in anticipo l’intera costruzione attorno a Barbanera?
Infine:
come raccontare la fine di Xebec senza dissolvere l’alone di mistero che la circonda? Senza rovinare quella zona d’ombra mitologica in cui il mondo sembra essersi spezzato?

A essere sinceri, il modo ci sarebbe.
Basterebbe spostare un singolo pezzo sulla scacchiera, rendere ufficiale ciò che è già stato detto: che il piano di Teach, ripetuto senza mezzi termini da Van Augur e Catarina Devon, è prendersi il mondo. Semplice. Lineare.
E quindi onorare la parola del padre, andando dritto da Imu per prenderne il posto. Il tutto mostrato con dialoghi buoni ma approssimativi come questi:

Solo adesso si comprende che l’obiettivo fosse un Frutto ben preciso. Il metodo, dunque, funziona.
Ma non è tutto. Calibrando i giusti dialoghi, e scegliendo di mostrare o meno la metodologia della dipartita di Xebec (altro punto cruciale) si terrebbe nascosta la vera natura del sogno di Teach.
Come?
A mio avviso, il sogno non è ‘letteralmente ‘ ereditato. Ma contaminato. Xebec, una volta compresa la propria natura di marionetta, si è ribellato al un disegno imposto. Teach, invece, agisce mosso da un fuoco diverso — quello della vendetta.
Le motivazioni potrebbero essere due:
A. La furia anarchica trasmessagli da un padre assente, morto quando lui aveva appena due anni.
B. Un trauma legato alla madre o alla sorella, visto che lo abbiamo visto piangere in due momenti chiave.
In ogni caso, il sogno del nero è un ideale.

Teach è un mostro, non in senso iperbolico: biologicamente anomalo, insonne. Più volte si allude alla sua eccezione fisica, come se non fosse ‘umano’.
È un ibrido?
Qui va a finire che Imu dovrà vedersela con un discendente dei Dosundada. Mi vengono le vertigini.

Vedere Roger ancora imberbe, ben lontano dalla figura leggendaria che dominerà la Rotta Maggiore, ha un senso preciso, ci mostra l’ombra che incombeva su di lui prima ancora che il suo mito prendesse forma. L’astro di Rocks lo eclissa, mettendolo in secondo piano.

Mentre il giovane pirata inseguiva sogni confusi e si perdeva dietro le seduzioni delle Kuja, il suo futuro antagonista progettava silenziosamente di piegare il mondo. Una distanza abissale — di statura narrativa. Proprio questa acerbità potrebbe giustificare l’inedita alleanza tra pirata e marine, come già accennato: non per affinità, ma perché il nemico allora era di tutt’altra pasta. Il capitolo ce lo suggerisce senza ambiguità. Roger e Garp cercavano di ammazzarsi senza troppe cerimonie, eppure la dinamica dello scontro li colloca su piani differenti. Gol è ancora un diamante grezzo, vulnerabile alle tecniche di un Garp visibilmente più esperto, risoluto, feroce. Qui non c’è spazio per l’epica del rispetto reciproco, né per l’ambiguo affetto tra rivali destinati a specchiarsi l’uno nell’altro. Nessun riflesso nostalgico, nessuna eco della futura richiesta di proteggere Ace. Solo urto, caos.

Ancora una volta è God Valley a imporsi come epicentro di ogni svolta. È lì che i due devono aver intuito l’impensabile, ossia: che l’unico modo per sopravvivere fosse smettere per un attimo di combattersi. La minaccia li costringeva a riconoscere nell’altro una necessità.

Lì nacque il rispetto, presumo.

Loki invece è un caso da manuale: per paura di essere respinto, gioca d’anticipo e scivola via prima ancora che l’altro possa decidere. È il classico meccanismo del rifiutare prima di essere rifiutati, il messaggio è chiarissimo: esco io, così non mi butti fuori tu. Dietro quel gesto c’è quasi sempre un trauma — grazie Estrilda! — sedimentato da tempo, qualcosa che ha insegnato al soggetto che esporsi è pericoloso, che mostrarsi per ciò che si è può diventare un’arma puntata contro di sé.
Ecco perché il principe si arrabbia quando la gente lo vede gentile.

È diventato specialista dell’anticipo. Prima che il legame si stringa davvero, lo indebolisce. Il paradosso è crudele: nel tentativo di proteggersi dal dolore del rifiuto, ci si rifiuta da soli. Ci si sabota con garbo, ma ci si sabota. Questa dinamica spiega la rabbia di Loki. Si desidera l’affetto — il contatto, la reciprocità, la conferma — ma teme che quel desiderio, una volta esposto, venga ignorato o ridicolizzato. Allora preferisce giocare al disilluso, al non me ne frega nulla, che ha sempre una punta di orgoglio dentro, ma anche una fame antica, tenuta a bada a denti stretti.

Ora vi propongo una teoria, scommettiamo che Oda lesse il Silmarillion?
Fëanor è praticamente l’ispirazione per Loki.

Chi conosce Fëanor solo come l’artigiano fiammeggiante che creò i Silmaril e giurò vendetta, rischia di perdersi la verità più umana — e più straziante — della sua storia: quella di un figlio che amava il padre con un’intensità assoluta.

Fëanor era il primogenito, l’unico figlio della prima moglie di Finwë, e per molti anni fu tutto ciò che il Re dei Noldor aveva. Ma non era un figlio qualunque: era il frutto di un parto che costò la vita alla madre Míriel, e questo marchiò Fëanor per sempre. Cresciuto senza il calore materno, concepiva l’amore senza misura né diplomazia: o tutto, o nulla.
Quando Finwë si risposò, il ragazzo prese le distanze dal padre, ignorando e detestando i fratelli acquisiti.

Eppure non cessò mai di amare il padre, anche se in conflitto. Ed è questo il punto. Dietro l’alterigia, dietro l’ira e i fuochi della sua arte, Fëanor custodiva un dolore antico, mai davvero espresso. La morte di Finwë per mano di Morgoth non fu per lui solo un lutto: fu l’apocalisse. L’ultimo vincolo, l’ultimo essere amato senza compromessi, veniva strappato via. Ma tutto nasceva da lì: dal cuore spaccato di un figlio che aveva perso suo padre.

In fondo, dietro ogni grande tragedia mitologica, c’è quasi sempre una storia familiare non risolta. E in quella tra Fëanor e Finwë — così piena di luci, ombre, rivalità e silenzi — ci lascia un’immagine più vera del vero: quella di un figlio che, pur fra mille contrasti, avrebbe fatto qualsiasi cosa per riportare indietro l’unico uomo che chiamava “padre”.

Ricordate le parole di Loki dette ad Hajrudin?
Come puoi credere veramente che abbia ucciso nostro padre?

Nero di prua

‘Questa città merita un criminale migliore, e glielo darò.’

– Il Joker

Come per il murale inciso sull’albero di Adam e il testo Harley, esistono altre testimonianze sparse per il mondo? Cosa spinse Xebec a cercare l’origine del potere nella Terra Sacra, e cosa apprese successivamente? Questo è il nodo Gordiano della sua storia.

Il numero di ipotesi su i due frutti necessari ai piani del pirata, beh… è indefinito. Basti pensare a Teach desideroso di non far cadere il potere di Hancock nelle mani della Marina. Quindi abbiamo tre variabili.
L’ostinazione di Teach verso lo Yami Yami.
La presenza di uno dei due su Elbaph, si suppone l’Hito Hito.
L’incognita dei uno dei due a God Valley.

Prescindendo dagli elementi esterni alla trama, spesso imprevedibili e ancora in gran parte oscuri, proviamo a ragionare su un aspetto più lineare, quasi elementare. Xebec e Roger si configurano come due facce della stessa medaglia, così come Luffy e Teach ne rappresentano il riflesso contemporaneo. Questa non vuole essere una teoria da rivendicare con certezza — l’assenza di indizi concreti è palpabile — quanto piuttosto il più sensato percorso interpretativo che possiamo intraprendere.

Poniamo il caso che Xebec ambisse tanto all’oscurità quanto alla luce. Qualche testimonianza, come quelle di Elbaph, lascia intuire che avesse intravisto un metodo per opporsi a quel demone che, stringendo il sole tra le mani, aveva già fronteggiato Joy Boy e gli altri popoli. Idea affascinante, quasi un mito cosmico di equilibrio e rottura. Ma allora, perché Teach, suo erede, ha scelto il potere del Gura Gura no Mi, ignorando il frutto di Luffy? Qui si apre un bivio di interpretazioni. Se, come ipotizzato in precedenza, i sogni del padre e del figlio divergessero, potrebbe darsi che Xebec volesse spezzare un equilibrio, mentre Teach sia mosso da un’ossessione vendicativa. Tale differenza motiva le scelte di potere così distanti.

Oppure, ecco una chiave ulteriore: Rocks potrebbe avere anch’esso l’ambizione del Gura Gura (già posseduto da Newgate, o no?). Se così fosse, Teach si limiterebbe a seguire pedissequamente un copione già scritto, ripercorrendo le orme del padre senza deviare dalla traiettoria tracciata.

Non conosciamo davvero la vera natura dello Yami Yami no Mi: l’unico frutto rogia che paradossalmente non ha nulla di rogia. Potrebbe nascondere una doppia anima, proprio come l’Hito Hito no Mi — e qui, mes amis, la trama si fa decisamente più tenebrosa. Perché mai il frutto dovrebbe finire nelle mani di Harald? Forza fisica? Dimensioni? Ma mi faccia il piacere, citando un classico.

E se Xebec fosse già fruttato, ma nessuno ce lo ha detto? Dubito. Più verosimile che serva qualcuno di leale, qualcuno che non abbia la propensione a sgozzare il proprio capitano come fanno i Rocks. Intrigante, no? Oppure perché nessuno ha il potere di comandare i Galleyra: magari loro non accetterebbero ordini da chiunque, ma dal loro re, sì. Questa è buona: non solo vuole legare Harald a sé per mezzo dei Galleyra, ma intende fargli sposare la propria causa. Ora, immaginiamo che il frutto abbia una sua volontà, e che non sopporti l’idea di finire nelle mani di criminali come Xebec e la sua ciurma. Così si rifiuterebbe ostinatamente di risvegliarsi. Kaido stesso parla di affinità, a Wano. Dopotutto, l’Hito Hito no Mi ha atteso paziente per ottocento anni. Harald poi è noto per il suo animo generoso. Sarebbe meraviglioso.

Rimane un punto.
Xebec, come speravo non è quel che sembra, e sa più di quanto lasci intendere.
Nel primo caso, riduce Kaido una granita di fragole con sciroppo di ubbidienza, in quanto quest’ultimo minaccia Harald, certo, potrebbe essere puro egoismo nel voler tenerselo buono, ma mi piace vederci del romanticismo pirata.
Durante il primo clash a Mary Geoise Rocks ride di gusto, si vede chiaramente che rispetta chi, come lui, sfida l’autorità infischiandosene del pericolo, insomma, è possibile che in lui veda un amico, non come la manica di pazzi assassini che lo circonda.
Secondo, per ottenere la forza del Warland dovrebbe solo concentrare i suoi sforzi sui giganti, lui invece vuole i Galleyra, perché?
Armi ancestrali?
Se Xebec – come Clover, Nico Robin, Tom, Crocodile, Kureha, Vegapunk… – è entrato in contatto i giusti brandelli di passato, sa di non potersi presentare ad uno scontro simile a mani vuote: esattamente come programmava Crocodile.
In caso la mia teoria che collega i giganti alla Galley-La fosse corretta, Rocks stava andando all’origine di chi poteva fabbricargli un terribile strumento di distruzione.
E per convincere i giganti, deve convincere Harald.

Per presentare il conto a Imu, con i frutti necessari a frantumare l’equilibrio tanto amato dai Draghi, e la forza militare adeguata per tenere testa a Mary Geoise e tutti i regni affiliati?
Tenete le cinture allacciate, la bufera sta arrivando.

Come sempre vi consiglio il video del Re, una genealogia storica che lambisce il riflesso del tempo e il temperamento dei sogni, a voi!

Varcare la soglia

Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.

Il capitolo gode di una narrazione tripartita, ciascuna con proprio respiro e identità distinta. C’è qualcosa di profondamente umano nel raccontare in tre tempi. Come se la mente avesse bisogno di un inizio per credere, di un centro per dubitare, e di una fine per ricordare.

La storia di Gloriosa è rarefatta come una madrigale rinascimentale, ha la bellezza nell’incompiuto. In cosa si trasformerà un’amore condannato a vivere nella soglia?
Elbaph trasfigura il racconto piratesco in un arazzo d’inverno, con una narrativa intrisa di malinconia e destino. Dove pulsa una storia di affetto ostacolato da una maledizione che separa padre e figlio, rendendoli eternamente vicini eppure irraggiungibili.
Xebec è oltre la perfezione, l’ordine si sgretola sotto il peso di una logica distorta, dove il male non è più mera devianza, ma una dissonanza calcolata, un contrappunto beffardo che trasforma la narrazione in un ambiguo gioco di specchi. Eppure mi scatta una riflessione empatica, che riconosce nelle sue scelte non solo la crudeltà, ma anche curiosità verso un personaggio privo di radici morali e affettive.

Insomma, si vede che Oda si sta divertendo da matti.
Invitandoci a varcare la soglia di un mondo sconosciuto, dove i personaggi e i loro desideri si delineano appena, come schizzi impressionisti sull’orizzonte dei ricordi.

Godiamoci il viaggio, genti

‘Cause I’m as free as a bird now
And this bird you cannot change
Oh-oh-oh-oh-oh’– Lynyrd Skynyrd, Free Bird

Cenere

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