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#1173: Generazione di Mostri; Brook&Shuri; Skjaldmær

del pirata Stefano 'Cenere' Potì

‘I’m the daughter of hatred and snow
I was raised by the storm and I’m living
To serve my own pride

– Frozen Crown, The Shieldmaiden

Ripley e le altre madri—cresciute ancora nella tradizione guerriera, prima che il re decidesse di ammorbidire il Warland—non aspettano rinforzi.
Esiste un istinto che nessuna pedagogia può cancellare.
Harald provò a farlo per quattordici anni, convinto che crescere bambini pacifici significasse costruire una nazione migliore. Vietò le armi ai più piccoli, trasformò riti di guerra in favole innocue, cercò di spezzare il ciclo di violenza che aveva definito Elbaph per secoli. Un’utopia nobile, forse. Ma quando Sommers carica i bambini sulla nave e il falso Nika si materializza dalle loro peggiori paure, le madri del villaggio attaccano il falso Nika senza esitare, urlando: «Ma quale dio! Noi siamo una generazione di guerrieri!»

È l’istante in cui quattordici anni di pedagogia pacifica crollano in pochi secondi (per fortuna).

Altrove, Zoro danza sui corpi posseduti di Dorry e Brogy, facendoli colpire come facevano a Little Garden. I loro corpi si squarciano, carne aperta dove prima c’era solo onore. E Brook, strisciando verso Gunko, sussurra un nome che entrambi avevano dimenticato: Principessa Shuri. L’assassina del benefattore che salvò Brook decenni fa.
Per un istante Gunko torna in sé. Libera Brook.
Poi Imu la riprende, e i suoi occhi si spengono di nuovo.

E in mezzo a tutto questo caos, una verità emerge cristallina

L’educazione pacifica ha fallito, ma non perché fosse sbagliata.
Ha fallito perché il Governo Mondiale non negozia con le utopie.

Generazione di Guerrieri
(Digiuno e Memoria)

Quando Ripley urla «Noi siamo una generazione di guerrieri!» mentre carica il falso Nika, usa il plurale. Non sta parlando di se stessa. Sta reclamando un’identità collettiva che Harald aveva cercato di seppellire per anni.
Sei parole. Manifesto politico, epitaffio per un’utopia, dichiarazione di guerra.

Ma chi è, esattamente, questa generazione?

Di certo non sono i bambini cresciuti nelle scuole pacifiche di Harald. Ma le madri. Le shieldmaiden del Warland, cresciute quando Elbaph addestrava ancora le figlie a combattere. Ovviamente i genitori abbracciarono le idee di pace, ma la loro formazione guerriera era già avvenuta (come ci ricorda questa vignetta)


La generazione dei guerrieri è quella delle genitrici del Warland. Narrativamente straordinario che il sensei lo rammenti tramite figure femminili.
Come Ripley, che ricorda Nika non come leggenda edulcorata, ma come figura reale della mitologia vichinga. Ripley, che salta nel mezzo del campo di battaglia senza paura né esitazione, insieme a genitori giganti che non sono stati educati alla passività, ma alla fierezza.

Harald aveva una visione: la propria terra integrata nel mondo, non isolata dalla guerra perpetua. Fondò la scuola del Tricheco con Saul, vietò l’addestramento militare ai bambini, predicò diplomazia invece di conquista. I piccoli obbedirono. I vecchi guerrieri brontolarono ma si convinsero. Ma il popolo—addestrato nella tradizione delle shieldmaiden nordiche—non dimenticò mai chi fu.

La cultura nordica aveva un termine per questo: skjaldmær.
Donne guerriere che combattevano fianco a fianco con gli uomini, non come eccezioni romantiche ma come realtà storica documentata archeologicamente (la tomba di Birka, Svezia, X secolo: guerriera di alto rango sepolta con armi, cavalli sacrificati, tutto). Non erano comuni, ma esistevano. E nella mitologia norrena le Valchirie—figure divine che guidavano i caduti a Valhalla—erano modellate proprio su queste guerriere mortali.
Le madri giganti di Elbaph sono l’ultima generazione cresciuta in questa tradizione. Harald le aveva private della tradizione, ma non poteva cancellare ciò che erano nel sangue. Ripley non chiama rinforzi. Non aspetta Gerd e Goldberg.
Carica. E le altre la seguono.

Il titolo “Generazione dei Guerrieri” è quindi doppiamente ironico: i bambini pacifici sono salvati dalla generazione che Harald voleva seppellire. L’utopia pedagogica del re sopravvive solo perché l’antico istinto guerriero delle madri non è mai morto.
Queste figure — ultime cresciute fiere, addestrate a non mettere a digiuno il proprio onore — le si credeva estinte. Ma quando i tuoi figli sono in pericolo, non importa cosa ti hanno insegnato. Importa solo cosa hai nel sangue.

Ecco cosa Oda sta davvero dicendo: puoi cambiare una cultura, ma non puoi cancellare la sua memoria.

Chi dovevi essere?

Devi capire che c’è più di un sentiero per raggiungere la cima della montagna.

– Miyamoto Musashi

Hajrudin chiede a Zoro quale sia la sua strategia. La risposta dello spadaccino non è una spiegazione tattica ma una domanda etica: «Prima di quello dimmi se posso farli a pezzi.» L’avverbio “prima” sottintende qualcosa di preciso: Zoro ha un piano, ma il piano ha delle opzioni. Non è chiaro—forse nemmeno a lui—quale sia l’obiettivo primario. Abbattere i giganti posseduti? O provocare qualcos’altro?

Stansen risponde con l’unica cosa che un guerriero di Elbaph può rispondere: «La priorità è salvare Jarl-sama… ma loro restano guerrieri degni di rispetto… quindi, se puoi, cerca di non massacrarli.» Notate la formulazione: “se puoi”. Un richiamo comico capace, al contempo, di collocare lo spadaccino nella scala di distruzione globale ed essere comic relief.

Zoro accetta la sfida chiamando i giganti fratelli, dettaglio delizioso.

Salta sulle teste dei demoni per non farsi accerchiare. Hajrudin e Stansen capiscono immediatamente la logica. E quando raggiunge il centro del gruppo, lancia la tecnica: Santōryū Ōgi: Rokudō no Tsuji (三刀流奥義 六道の辻)—letteralmente ‘Tecnica Segreta dello Stile a Tre Spade: Incrocio dei Sei Sentieri’
Facciamo mente locale, il nome non è casuale. Nella cosmologia buddhista i rokudō (六道) sono i Sei Sentieri della Rinascita: Inferno, Spiriti Affamati, Animali, Asura (demoni guerrieri), Umani, e Deva (esseri celesti). Ogni essere senziente, dopo la morte, rinasce in uno di questi regni in base al proprio karma accumulato. Il tsuji (辻) è l’incrocio stradale, il punto dove i sentieri si intersecano—metafora del momento karmico dove si sceglie quale via prendere.
Ma, non è questo il punto.
Per avere queste info bastano due click, il punto nodale è perché proprio questa tecnica?

Zoro usò questa tecnica contro il Kraken a Fishman Island: sei tagli simultanei che creano un’intersezione geometrica perfetta, colpendo il bersaglio da tutte le direzioni contemporaneamente senza lasciargli via di fuga, difatti interrompendo il suo attacco. Ma qui, contro i posseduti dal Domi Reversi, la scelta del nome assume significato ulteriore. I giganti sono stati trasformati in gaki (spiriti affamati, uno dei Sei Sentieri) dal potere di Imu—creature divorate dalla fame insaziabile di violenza, incapaci di autodeterminazione, intrappolate in un ciclo karmico imposto dall’esterno.

L’Incrocio dei Sei Sentieri è una metafora della condizione in cui si trovano Dorry, Brogy e gli altri: costretti a percorrere un sentiero che non hanno scelto, trasformati in demoni che divorano i loro stessi compagni. E Zoro—che ha sempre interpretato le sue tecniche come filosofia incarnata in acciaio— lo lancia non per uccidere, ma per creare l’incrocio stesso: il punto dove i sentieri si intersecano, dove è possibile cambiare direzione.

Tralasciate la filosofia in senso stretto, lo spadaccino voleva fare breccia nella scoscienza, a mio modo di vedere. Ecco perché la domanda iniziale aveva doppio senso. ‘Posso farli a pezzi?‘ non chiedeva il permesso di uccidere, ma di di spezzare qualcosa: forse il legame con Imu (che lo spadaccino non conosce, ma sa che non sono mossi dalla loro volotnà), o semplicemente di interrompere la traiettoria del loro attacco verso Jarl.

E infatti accade qualcosa di inaspettato. Zoro salta verso Dorry e Brogy, ma prima che l’attacco vada a segno, i due giganti si colpiscono l’un l’altro. La vignetta è identica—perfettamente identica—a quella di Little Garden: le armi incrociate, i corpi aperti dalla forza dell’impatto reciproco, il sangue che schizza simmetrico. Zoro resta sospeso a mezz’aria con un’espressione sorpresa: «Eh?!»

Non era il piano. O meglio, non era questo il piano iniziale.

Qui si apre una possibilità straordinaria. Altrove nel Warland, Gunko è riuscita a strappare momentaneamente il controllo di Imu quando Brook ha risvegliato i suoi ricordi. Emozioni forti, legami profondi, traumi irrisolti: tutto questo sembra indebolire la presa del Domi Reversi. Se questo vale per la fanciulla, potrebbe valere anche per Dorry e Brogy. Non è una connessione casuale.
La coscienza ha recitato la sua parte, nelle tragedie di Xebec e Harald.

Quando si colpiscono—proprio come facevano a Little Garden—non stanno semplicemente replicando un gesto. Stanno riattivando un ricordo muscolare più profondo della possessione. Il loro corpo ricorda cosa significa combattere l’uno contro l’altro, e in quel momento la furia cieca verso Jarl potrebbe vacillare. Non scomparire, vacillare.

Memoria muscolare. Sempre Gunko, non subì un’incomprensibile fitta di dolore, non appena colpì Brook? Stupendo persino se stessa?

Dunque, per estensione, è possibile che i due, nella foga della possessione demoniaca, perdano completamente il focus su Jarl e riprendano il loro duello centenario come se nulla fosse successo?
Ragionando in termini di potenza, Dorry e Brogy sono briciole rispetto a Xebec, ma qui non parliamo di abbattere la volontà di Imu, bensì di creare lo spiraglio per una ‘scorciatoia mentale’, qualcosa che la mandi momentaneamente in tilt.
In One Piece, l’assurdo ha sempre avuto funzione narrativa precisa. E qui l’assurdo sarebbe perfetto: il Domi Reversi trasforma i guerrieri in demoni affamati di violenza, ma se la loro aggressività ritualizzata l’uno verso l’altro è più forte del comando di Imu, allora il virus cognitivo si troverebbe in… cortocircuito?

Il demone dice a Gunko: «Non dirmi che stai iniziando a ricordare!?» come se fosse una minaccia esistenziale al suo controllo. I ricordi non sono solo nostalgia: sono identità, volontà, karma personale che resiste alle deviazioni imposte dall’esterno. Se Dorry e Brogy ricominciano a combattersi—non per ordine di Imu, ma per puro istinto—allora il Domi Reversi non li ha trasformati completamente.
Li ha solo temporaneamente deviati dall’incrocio.

E forse questo era il vero obiettivo di Zoro fin dall’inizio. Di certo non elaborando tutto il ragionamento filosofico tessuto finora, figuriamoci.
Solo, creare la condizione—l’incrocio, appunto—dove potessero scegliere di nuovo quale sentiero percorrere. Magari… intromettendosi con la forza bruta, per poi parlarci, scuoterli da quel torpore luciferino.
Non ha appena chiamato Stansen e Hajrudin fratelli?

Rokudō no Tsuji. Sei sentieri che si incrociano. E al centro dell’incrocio: la memoria di chi eri prima che qualcuno decidesse chi dovevi essere.

Entrambi Prigionieri

‘Ci sono alcune cose che non si possono condividere senza finire col piacersi, e mandare al tappeto un troll di montagna alto quattro metri è una di queste.’

– J.K. Rowling, Harry Potter e la Pietra Filosofale

Brook riconosce Gunko. I capelli azzurri, l’eterocromia oculare, il legame con una Terra lontana, l’amore per la sua musica—tutto combacia. E poi pronuncia le parole che spezzano il Domi Reversi per la seconda volta: «La persona a cui la “principessa parricida” ha tolto la vita… era il mio benefattore

Gunko ansima. «Uh!!» Il controllo vacilla.
Imu interviene immediatamente con la telepatia: «Gunko… possibile che i ricordi della designata stiano riaffiorando…?!» Ma per un istante—un istante prezioso—la ragazza riprende abbastanza coscienza da urlare: «Scappa, Brook!!!» E libera lo scheletro dalle frecce prima che Imu la rischiacci indietro nella gabbia mentale con violenza rinnovata.

È la seconda volta in pochi capitoli che accade. La prima fu con Kron, quando il bambino gigante urlava disperato per il padre (credendo Gaban morto). Gunko ebbe un flashback del proprio genitore ucciso—lei stessa che urlava «Padre!» mentre indossava un’uniforme da combattimento—e il controllo tremò. Ora succede di nuovo, ma stavolta in modo ancora più esplicito: Brook menziona il parricidio, e il legame si spezza come vetro sotto pressione.

L’ipotesi avanzata nel paragrafo precedente—che i ricordi profondi, le emozioni traumatiche, possano indebolire o addirittura spezzare temporaneamente il Domi Reversi—trova qui conferma quasi sperimentale. Non è questione di forza di volontà generica. È questione di quale memoria viene risvegliata. Dorry e Brogy si colpiscono l’un l’altro, il loro duello centenario sarà iscritto nei muscoli più profondamente del comando di Imu? Nondimeno, la spinta verso l’onore è il loro DNA emotivo. Gunko si risveglia perché il trauma del padre morto—il peccato originale della sua esistenza—è un nodo karmico che nemmeno un dio può sciogliere con la sola imposizione telepatica.

La ragazza è nobile accertata. Brook la chiama “Principessa Shuri”, figlia del re che fu suo benefattore—il termine giapponese è onjin (恩人), che non significa semplicemente “persona che ti ha aiutato” ma qualcuno a cui devi un debito di gratitudine esistenziale, qualcuno che ti ha salvato la vita o formato l’identità. Insomma, per Brook, quel re era ciò che Shanks è per Luffy, e Shuri lo uccise.
O meglio: fu costretta a ucciderlo. Proprio come Loki con Harald.

Se così fosse, il parallelismo è troppo preciso per essere casuale. La nefandezza di Imu sta diventando canonica, usa questa tecnica nel modo più abietto possibile. Gunko uccise il padre—Brook è convinto della sua colpevolezza, proprio come i giganti lo erano di Loki—ma i flashback suggeriscono che anche lei fosse posseduta. E qui emerge un dato interessantissimo: l’entità si stupisce della sua ribellione. Se è vero che questo essere vive da novecento anni, e vista la sua totale assenza di morale, si presume abbia attuato tale capacità ogni volta che ne avesse necessità.
Invece, Imu trasecola.
I casi sono due: (A) Gunko è in possesso di una volontà fuori dal comune; (B) per ragioni a noi sconosciute, il Re del Trono Vuoto non ha sperimentato la tecnica poi così a lungo.
Questo sarebbe veramente interessante. Lo annoto mentalmente.

Rimane da capire: era una nobile interna o esterna a Mary Geoise?

Se fosse una interna—figlia di un Drago Celeste o di un Cavaliere di Dio—allora il controllo di Imu potrebbe essere punizione esemplare. Una famiglia di sangue divino che tradisce, che disobbedisce, che minaccia l’ordine cosmico? Imu trasforma un componente in strumento vivente, la costringe a uccidere il proprio padre (o a vederlo morire per mano sua), e poi la tiene in catene psichiche per l’eternità come monito agli altri nobili: questo è ciò che accade a chi sfida l’autorità suprema.
Perfettamente in character.

Ma c’è un problema con questa ipotesi.
Se Brook avesse servito il Governo Mondiale—se il regno di Shuri fosse stato alleato di Mary Geoise—ne saprebbe di più. Avrebbe confessato alla ciurma, durante gli anni di navigazione con Luffy, che una volta servì i Draghi Celesti. Paradossale? Possibile? Tecnicamente sì. Potrebbe aver taciuto per vergogna, o perché il trauma era troppo profondo. Ma, narrativamente, lo troverei veramente forzato.

Più probabile è l’opzione esterna: Shuri principessa di un regno cancellato. Uno di quelli spazzati via durante le epurazioni triennali dei nativi dove il Governo Mondiale organizza letteralmente genocidi rituali ogni tre anni per eliminare “indesiderabili”: criminali, Buccaneer, uomini-pesce, chiunque rappresenti minaccia potenziale all’élite. Il regno di Brook fu uno di questi.

Ma qui emerge il vero mistero: perché Imu vuole così disperatamente Gunko?

Beh, tanto per dirne una…
Potrebbe riconoscere in Gunko/Shuri una qualità rara: la capacità di resistere ad oltranza. Il fatto che i ricordi del padre la risveglino ripetutamente non è debolezza del Domi Reversi—è prova che Gunko ha una volontà straordinaria, così forte che nemmeno il trauma di uccidere il genitore riesce a spezzarla completamente. E una volontà così forte, per un essere come Imu, è preziosa. Non da eliminare, ma da domare. Da usare.

E qui emerge la verità più dolorosa.

Gunko è affezionata a Brook. Gli vuole bene, è evidente dalle sue reazioni. La sua musica la commuove, la fa tornare umana per istanti fugaci. Quando lui le grida «Non avrei voluto ricordare più nulla di voi!», quando la chiama assassina del suo benefattore, lei non replica con odio o indifferenza. Appena riacquista un filo di controllo lo libera—anche sapendo che Imu la punirà immediatamente.
Brook invece la odia. O pensa di odiarla.
Non sa che fu Imu a muovere le sue mani.
Non sa che è vittima quanto lui.

Si preannuncia una storia come quelle che Poe avrebbe scritto se fosse nato in Giappone: tenera e oscura insieme, dove l’amore e la colpa si intrecciano come edera velenosa su macerie emotive. Una principessa che uccise il padre amandolo, uno scheletro che odia la ragazza che lo adora, e un dio che tiene entrambi prigionieri—lei nella mente, lui nei ricordi—perché la crudeltà più raffinata non è distruggere ciò che ami, ma costringerti a distruggerlo con le tue mani mentre supplichi perdono.

Eppure, Imu, alla fine, chiede a Brook: «Cosa rappresenti per Gunko?!»

Non è la retorica a muovere la domanda, bensì un terrore viscerale, antico.
Se il padre era stato per lei ciò che Harald fu per Loki, e Brook ciò che Shanks è per Luffy — custodi, figure totali, archivi viventi di un sé non ancora mutilato — allora il Domi Reversi perderà inesorabilmente, come tutti i poteri che non comprendono il piano umano.

Skjaldmær

Get away from her, you bitch!

– Alien

Questa parte del capitolo è uno spartiacque, gode del pregio di ispirare nausea per poi scaldarti il cuore.

In mezzo al caos dell’assalto al Villaggio Occidentale, tra urla, rovi viventi e pianti terrorizzati dei bambini, Saint Sommers emerge come una delle figure più perturbanti di questa saga: un uomo che ride come se stesse recitando una commedia grottesca mentre tiene in ostaggio l’innocenza stessa, deliberatamente disposto a sfruttare la forza di altri — giganti, donne, famiglie — per raggiungere il proprio obiettivo. La sua idiozia burlesca non è mera buffoneria, ma diventa contrappeso emotivo di un’altra figura storica tremendamente reale: Gilles de Rais, il nobile francese ricordato tanto per la sua affabilità tra pari quanto per la sua attrazione malsana verso la sofferenza degli innocenti. Così come de Rais — descritto nei testi medievali come un uomo capace di conversare piacevolmente con altri gentiluomini mentre provava un oscuro piacere per l’agonia infantile — Sommers gozzoviglia nella luce della speranza che si spegne sui volti dei giovani giganti, è un qualcosa di indefinito, mi restituisce un senso di orrore riflessivo, non solo di disgusto.

Sommers è unico nella sua maniera di trasmettere malvagità, perché non si limita a incarnare il male, ma lo teatralizza. Il capitolo di oggi risulta pregevole: proprio perché ci spiega anche la sua scelta da parte del sensei, il che innalza il gesto delle madri.

Il ‘buon’ Sheperd ride, scherza, improvvisa gag di cattivo gusto mentre tiene in ostaggio l’elemento più fragile della scena, i bambini giganti. È un riso che non alleggerisce, ma contamina; un riso che scivola addosso alla tragedia senza quasi toccarla, come se il dolore altrui fosse un accessorio scenico. Ecco, ci siamo.
Proprio questa leggerezza — così fuori posto da diventare offensiva — lo rende profondamente inquietante. Non c’è furia cieca, né fanatismo ideologico esplicito.
C’è un uomo che si diverte.

La scelta di Oda di collocare questa figura in mezzo ai bambini non è affatto casuale.
I piccoli giganti non rappresentano solo vittime da salvare, ma il futuro stesso di Elbaph, una civiltà costruita sul culto della forza, dell’onore, della guerra ritualizzata. Metterli a rischio significa colpire la continuità, interrompere la trasmissione del mito fondativo. Insomma, la Nuova Era descritta dal 1997 per noi, e posta in calce nelle profezie del testo Harley. Oltre che incrementare il nostro odio per i Nobili Mondiali, ovviamente.

Ed è proprio in questo punto che il capitolo devia dalle aspettative più immediate. Il cardine narrativo ruota su un presupposto semplice: non sono i grandi nomi, né i guerrieri leggendari, a occupare il centro emotivo della scena. A muoversi sono le madri, figure fino a quel momento periferiche, quasi invisibili nel grande racconto epico di Elbaph. Il loro intervento non è accompagnato da fanfare né da titoli altisonanti. È un gesto istintivo, quasi scomposto, ma che personalmente… ho adorato.

Quando gridano «Noi siamo una generazione di guerrieri!!!», quella frase suona come uno slogan identitario, una rivendicazione furiosa. Non stanno affermando un primato militare, né reclamando un posto nella storia. Stanno ricordando — a sé stessi prima ancora che al nemico — di appartenere a una stirpe che non ha mai separato la forza dalla responsabilità. Scorrerie piratesche ed epoca dei colossi fuori controllo, la guerra a Elbaph non è mai stata fine a sé stessa; è sempre stata un mezzo per proteggere qualcosa. In questo momento, quel qualcosa ha un volto preciso, inerme, tremante.

Il dettaglio che riluce di merito è che questi genitori non vengono idealizzati. Non sono eroi puri, né figure angelicate. Sono spiazzati, spaventati, spesso tecnicamente inferiori al mostro che affrontano. Eppure avanzano. Il loro corpo diventa scudo, diventa skjaldmær. La violenza che esercitano non nasce dal desiderio di sopraffazione, ma da una necessità elementare: impedire che l’orrore compia il passo successivo.

In questo senso, la scena dialoga apertamente con una delle ossessioni tematiche più profonde di One Piece: il rapporto tra potere e protezione. In un mondo dominato da frutti del diavolo, risvegli mitologici e forze cosmiche, Oda continua a tornare a una domanda semplice e brutale: a cosa serve il potere, se non protegge chi non ne ha? Le madri giganti non possiedono abilità sovrumane se non la forza data dalle dimensioni, né accesso a segreti ancestrali. Hanno di meglio.
Una soglia etica che non sono disposte a oltrepassare.

L’intervento di Gerd, Goldberg e Road segna un ulteriore livello di lettura. Il loro attacco coordinato, che richiama la tradizione dei grandi guerrieri del passato con il “Tre Generali… Nazione Ruggente!!!”, è una riattivazione della memoria collettiva di Elbaph, ma filtrata attraverso l’esperienza genitoriale. Qui la fratellanza marziale non nasce dalla gloria condivisa, bensì dalla responsabilità condivisa. Non combattono per essere ricordati, combattono perché non farlo sarebbe imperdonabile.

C’è qualcosa di profondamente politico in questa scelta narrativa. Saint Sommers, come molti rappresentanti dell’élite dei Nobili Mondiali, esercita un potere che si fonda sulla distanza: distanza emotiva, distanza morale, distanza fisica. I genitori giganti, al contrario, combattono a millimetri zero. Questa prossimità annulla qualsiasi retorica astratta. La guerra smette di essere una strategia e torna a essere una ferita aperta.

A mente lucida mi sorprende un pensiero, il capitolo suggerisce così una riflessione più ampia sul concetto stesso di “generazione”. Le madri vichinghe non insegnano ai figli come vincere, ma cosa non è lecito sacrificare, nemmeno di fronte al terrore più assoluto. In un mondo che premia chi accumula potere senza porsi domande, questa diventa una forma di resistenza radicale.

Generazione dei Guerrieri non è quindi un capitolo di transizione, né un semplice episodio emotivo incastonato tra rivelazioni più grandi. È una dichiarazione di intenti. Ci ricorda che, al di là delle divinità solari, dei governi corrotti e delle profezie cicliche, il manga continua a interrogarsi su un nucleo essenziale: come fai desiderare la libertà, se non sai di essere prigioniero?

Il sensei, pagina dopo pagina ti costringe a pensare, senza fronzoli.
Nemmeno l’immortalità di Imu può cancellare del tutto una volontà che ha imparato a sorridere persino da scheletro. L’amicizia più antica può rompersi sotto il controllo, ma il ricordo di ciò che significava resta, e da lì, con un po’ di fortuna, si riparte.

Come sempre vi suggerisco il video del Re, oltre le consuete elaborazioni mentali, potrete gustare qualche insight acuto su cui il pubblico si sta interrogando, di più non posso anticipare, ecco a voi…

Sakè e Ferocia

Spero di avervi intrattenuti, spinti a ragionare e riflettere.

Il 1173 non è una di quelle uscite che incrinano il cuore e i sensi contemporaneamente, come quando bevi un sakè troppo vecchio e ti rendi conto che il sapore è ancora vivo, ma il tempo lo ha reso più amaro.

La resistenza più umana, sincera, parte proprio da chi ha già perso tutto – uno scheletro che suona il violino da solo per cinquant’anni, due giganti che si sono promessi amicizia fino alla morte sorridendo e ora combattono contro i propri fratelli, una principessa che ha ucciso suo padre e ora sta uccidendo se stessa pur di non ferire ancora chi ama.

Si può perdonare la pura superbia di Icaro, ma non si può provare un filo di pietà per l’egoismo di Lucifero, sarebbe come compatire chi, nella posizione di scegliere il bene supremo, ha preferito glorificare se stesso.
Esattamente come per Sommers e Shamrock, delle menti elette, a ben vedere.

Due imbecilli capaci di risvegliare una forza primigenia che muta la paura in determinazione. Quella che trasforma, all’occorrenza, ogni madre in un soldato — portatrice di una ferocia che sfugge a ogni stereotipo.

Godiamoci il viaggio, genti

Hurt me, I’ll bleed
It won’t break my will
I’m not afraid of this fighting
As long as I breathe

– Frozen Crown, The Shieldmaiden

Stefano ‘Cenere‘ Potì

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